La linea del colore

Impedire ad alcuni bambini di diventare «troppi», invece di sottrarre i diritti alla scarsità. L'ossessione politica di Meloni per hijab e "stranieri" nella scuola. La risposta, a sinistra, non può essere una soglia più umana di una questione posta dalla destra, ma deve essere un’altra idea di società

La linea del colore
Classi differenziali, mostra, Eboli

22 Settembre 2026

Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge sulla scuola che introduce, tra le altre misure, un limite del 30 per cento nelle classi prime per una parte degli alunni con cittadinanza non italiana e il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo ha presentato come un provvedimento rivolto agli studenti che «non conoscono adeguatamente l’italiano», accompagnato da maggiori strumenti per l’apprendimento della lingua, sostenendo che queste misure servirebbero a evitare «classi-ghetto» e a garantire a tutti le stesse opportunità.

La formulazione concreta del decreto è però più significativa della sua presentazione: nella scuola primaria il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; nelle secondarie riguarda gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema nazionale di istruzione.

Ma la questione politica era stata posta ancora prima, quando Meloni aveva spiegato la ratio dell’intervento affermando che non sarebbe accettabile che, in una classe italiana, i bambini italiani finissero per sentirsi «in un angolo» perché diventati minoranza: qui non si sta parlando semplicemente di didattica, di conoscenza della lingua italiana o di politiche contro la segregazione scolastica. Si è scelto di rappresentare la presenza di alcuni bambini come un limite quantitativo oltre il quale altri bambini – quelli definiti italiani – rischierebbero di diventare «minoranza».

È questa premessa che dobbiamo rifiutare. E invece, quasi immediatamente, arrivano i distinguo. Certo, ci sono scuole difficili. Certo, esistono concentrazioni territoriali. Certo, bisogna occuparsi dell’apprendimento dell’italiano. Certo, ci sono quartieri nei quali la scuola è lasciata sola davanti a condizioni sociali complesse, tra tutte la condizione delle bambine e delle ragazze musulmane e le regole e tradizioni loro imposte. Accettare di discutere questi temi come risposta a chi dice che in una classe non devono esserci «troppi stranieri» significa avere già accettato la domanda posta dalla destra. Significa discutere soltanto della percentuale alla quale collocare il confine, invece di contestare il confine.

Non ogni provocazione deve diventare un seminario sulla complessità, ma esistono momenti nei quali la funzione della sinistra deve essere precisamente e inderogabilmente quella di rendere riconoscibile una linea invalicabile. Dire che alcuni bambini non possono diventare numericamente prevalenti rispetto ad altri significa introdurre nella scuola un criterio di appartenenza. Prima vengono separati simbolicamente in due gruppi; poi se ne conta la presenza; infine ci si domanda quale sia la percentuale accettabile.

Ma chi sono esattamente questi bambini «stranieri»? In Italia gli alunni con cittadinanza non italiana sono circa 950 mila, poco più dell’11 per cento della popolazione scolastica, e circa due terzi di loro sono nati qui. Sono bambini che spesso parlano italiano come prima lingua, che hanno frequentato qui il nido, la scuola dell’infanzia, la primaria; che giocano nelle stesse piazze, guardano le stesse serie, litigano per le stesse figurine, fanno gli stessi compiti dei loro compagni.

E allora «straniero» che cosa descrive?

Una condizione pedagogica?

Una difficoltà linguistica?

Una recente esperienza migratoria? No. Descrive innanzitutto una classificazione amministrativo-giuridica.

Quale passaporto conterebbe? Il loro o quello dei loro genitori? Il luogo nel quale sono nati? Il cognome? L’origine della famiglia? La religione vera, presunta o attribuita? E, alla fine, inevitabilmente: quale tonalità della pelle?

Che cosa deve accadere perché un bambino smetta di essere percepito come «straniero»?

Basta la cittadinanza? Basta essere nato qui? Basta parlare perfettamente italiano? O esiste un residuo che rimane sul corpo, sul nome, sulla genealogia familiare e continua a collocarti da qualche parte al di là di una linea?

È questo che rende quelle parole così gravi, perché evocare il rischio che i bambini italiani diventino «minoranza» non parla della capacità della scuola di insegnare. Parla della composizione desiderabile di una comunità, introducendo l’idea che esista una proporzione rassicurante tra alcuni bambini e altri. I bambini e le bambine non sono una percentuale da contenere. Non sono un problema da distribuire meglio tra le scuole affinché qualcun altro possa continuare a percepirsi come maggioranza. La Costituzione ci consegna un’altra grammatica. La scuola è aperta a tutti. L’uguaglianza non consiste nel preservare una maggioranza dalla sensazione di diventare minoranza; consiste nel rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona.

Davanti alla costruzione politica della paura, non si è obbligati ad accettarne il lessico e poi tentare di amministrarlo in maniera più gentile. Alla domanda «come impediamo agli stranieri di diventare troppi?» non si risponde elaborando una percentuale più progressista. Si risponde: la domanda è sbagliata. Si deve cambiare la domanda e dunque dobbiamo chiederci cosa significhi oggi istruzione pubblica di qualità come diritto e della necessità di finanziarla; sostenere politiche universali per l’infanzia, costruire una proposta politica incentrata sulla garanzia dell’accesso a beni e servizi universali, cura dell’infanzia, trasporto pubblico, casa, legando la dignità non alla provenienza delle persone ma alle loro condizioni materiali di vita.

È una differenza politica enorme. C’è una differenza tra discutere autonomamente delle diseguaglianze della scuola italiana e sentirsi costretti a dimostrare, ogni volta che qualcuno indica gli stranieri, che «però un problema effettivamente c’è». Questa compulsione al distinguo è diventata una debolezza politica. Verranno l’analisi delle diseguaglianze territoriali, la discussione sulle risorse, sulla formazione degli insegnanti, sul diritto all’abitare, sulle seconde generazioni, sulla cittadinanza, sulla mobilità internazionale, sui percorsi delle donne migranti, sulla laicità. Ma nessuna di queste discussioni deve diventare l’alibi che ci impedisce di riconoscere ciò che abbiamo davanti. Anche il continuo richiamo alla laicità e alla parità tra donne e uomini meriterebbe una riflessione separata e seria. La libertà delle donne non può diventare una parola disponibile soltanto quando serve a costruire un confine tra un «noi» emancipato e un «loro» arretrato. La laicità non è uno strumento per selezionare appartenenze accettabili: è la cornice che consente libertà e uguaglianza a tutte e tutti.

Immancabile, in questa cornice discorsiva, è l’invettiva che già si legge in giro contro un femminismo che, rifiutando apertamente la pensabilità stessa delle misure proposte, viene additato come indifferente alle bambine obbligate a coprirsi, ciò dando per certa una bugia, ossia che le bambine indosserebbero il burqa o niqāb a scuola. Quando la libertà delle donne e delle bambine viene invocata per marcare un confine tra una società che si proclama emancipata e una comunità descritta come oppressiva, le donne diventano simboli della contesa politica. La coercizione familiare e religiosa va contrastata con protezione concreta, risorse e ascolto delle ragazze e bambine coinvolte che sono tanto coraggiose che ormai, come emerge dall’esperienza dei centri antiviolenza femministe, sono coloro che aprono la strada alle madri per portarsi via dalla violenza di genere, unica questione sociale senza passaporto. La retorica della liberazione non può sostituire mai la verifica degli effetti delle misure legislative razziste sulla vita di ciascuna né far sparire la violenza maschile presente anche nella società che pretende di impartire lezioni di libertà. Il problema, dunque, non riguarda soltanto gli effetti delle misure approvate dal Governo.

Le parole fanno già qualcosa nel momento stesso in cui sono pronunciate. Quando il vertice delle istituzioni dice pubblicamente che bisogna impedire ad alcuni bambini di diventare «troppi», autorizza uno sguardo, produce categorie, offre un vocabolario attraverso il quale il compagno di banco può diventare l’altro, il vicino può diventare l’invasore, la famiglia accanto può diventare una presenza eccedente. La propaganda può non risolvere nessun problema sociale concreto e, nello stesso tempo, produrre conseguenze concretissime: stigma, discriminazioni, esclusioni, segregazione, ostilità quotidiana e, nei passaggi più estremi, violenza.

Nessuna società arriva al filo spinato in un giorno, prima impara a tracciare linee e la sinistra deve saper riconoscere il momento in cui una linea comincia a essere tracciata, non per stabilire se sia stata disegnata con sufficiente precisione, non per proporne una versione più ragionevole, ma per cancellarla immediatamente proponendo una risposta radicale nel significato più semplice del termine: andare alla radice, dove non ci sono bambini che devono essere distribuiti meglio.

Ci sono diseguaglianze da combattere, risorse da redistribuire, servizi pubblici da ricostruire, quartieri abbandonati da sottrarre alla marginalizzazione, scuole da finanziare, lavoro e case dignitose da garantire. C’è una società che deve decidere se organizzarsi intorno alla competizione tra gruppi oppure intorno all’uguaglianza sostanziale. La scarsità dei diritti non si combatte decidendo chi può accedervi, ma sottraendo i diritti alla scarsità. Non c’è poco welfare perché arrivano altre persone: c’è poco welfare perché abbiamo accettato che fosse progressivamente smantellato. Non ci sono troppi bambini nelle scuole: ci sono troppo pochi insegnanti, poco tempo pieno, pochi servizi, poche risorse destinate alla scuola pubblica.

Inoltre, nessuna emancipazione può essere costruita attraverso la gerarchia tra donne, non si liberano le altre, trasformandole nel simbolo di una comunità da sorvegliare, la libertà non si esporta contro qualcuna e non può essere concessa da una maggioranza culturalmente autoproclamata superiore. La libertà si costruisce creando per tutte le condizioni materiali per scegliere, sottrarsi, studiare, lavorare, abitare, vivere senza violenza e senza dipendenza.

Per questo antirazzismo e femminismo non sono appendici del nostro discorso politico, buone per i convegni e sacrificabili quando sembrano elettoralmente scomode. Sono criteri attraverso cui leggere il potere che ci dicono una cosa molto semplice: ogni volta che un conflitto sociale viene tradotto in un conflitto tra chi appartiene e chi no, tra chi era qui prima e chi è arrivato dopo, tra chi sarebbe autenticamente italiano e chi dovrebbe dimostrarlo, qualcuno sta facendo sparire dalla scena chi possiede le risorse, chi decide come distribuirle, chi paga il prezzo delle disuguaglianze.

La risposta non può essere una soglia più umana di una questione posta dalla destra, ma deve essere un’altra idea di società. Una società nella quale essere maggioranza non costituisca un privilegio da difendere e diventare minoranza non rappresenti una minaccia, perché il contrario della politica della paura non è la tolleranza, ma l’uguaglianza, e questo è il compito più urgente di una sinistra femminista e radicale: smettere di inseguire il confine per stabilire dove collocarlo e tornare a dire, con assoluta semplicità, che alcune linee non devono esistere.

La linea del colore è una di queste.






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