La non maternità è atto,
la non maternità è potenza
È Natale e io non ho il bue, l'asinello e neanche un bambinello. Sono fuori dalla festa. Possiamo davvero affermare di avere sradicato quel modello interiorizzato di maternità fortemente veicolato dal pensiero patriarcale? Forse è il momento di pensare ad un potere generativo collettivo e femminista
È Natale e io non ho il bue, l’asinello e neanche un bambinello.
A ben guardare nemmeno mi divido tra un maschio Supremo e un San Giuseppe falegname.
Sono fuori dalla festa.
Se da una parte questo mi rilassa, se non sei identificabile con una Madonna, è un po’ come non essere l’uva ma neanche la volpe, dall’altra mi riporta con prepotenza di fronte ad alcune riflessioni da orticaria.
Negli ultimi anni il tema della maternità è nuovamente dibattuto dai femminismi e, ahimè, molto nominato e strumentalizzato dalle politiche familistiche, sempre servite al cenone della politica mondiale; ma parlare di maternità è ancora difficile. Il rischio della polarizzazione che si muove nei paraggi del valore simbolico del materno è alta e suscita perplessità e fraintendimenti. In ogni sua forma, c’è sempre qualcosa da difendere o rivendicare. Non credo sia questo il punto, per quanto mi riguarda c’è da andare oltre contrapposizioni e polarizzazione: la maternità va levata dalla scatola in cui si trova, privata del libretto di istruzioni che hanno scritto per noi e capovolto il funzionamento della mistica tramandata.
Come ci dice nel suo ultimo recente report l’Istat, l’Italia ha un record al ribasso per le nascite: nel 2023 sono scese a 379.890, registrando un calo del 3,4% sull’anno precedente; calo che i dati ci dicono proseguirà per l’anno che si sta per chiudere.
La denatalità è un tema da non sottovalutare e da non liquidare sulle bocche dei talk show nostrani, non è per nulla facile scandagliare la dimensione della maternità, più difficile e meno pop quello della genitorialità, cercando di intercettare le ragioni sottostanti che determinano il basso tasso di natalità del nostro paese perché convivono tante, opposte, spesso tacite realtà.
Il nodo rimane sempre lo stesso: la scelta. Ed è tutt’altro che sbrogliato. Come le maledette lucette di Natale.
In qualsiasi luogo femminista dove oggi si parli di maternità si nomina la questione della scelta e, finalmente, non più l’essere madri come destino. Senza dubbio alcuno, negli anni questo è cambiato ma, la questione della scelta, viene a mio parere svuotata della complessità che ne costituisce il concetto.
Nell’arco di qualche decennio la situazione si è ribaltata e dalle lotte per ottenere la libertà di procreare in modo responsabile, siamo passate alla difficoltà di mettere al mondo (non solo biologicamente) figli/e desiderate; il corpo delle donne e il diritto alla scelta vengono continuamente attaccati, l’autodeterminazione trattata come estremamente pericolosa. Il problema del lavoro e della precarietà, il non considerare la maternità come un valore sociale, il differimento della maternità che porta inevitabilmente con sé un’economizzazione della riproduzione accessibile solo a donne abbienti, la cecità fittizia della politica sui diritti di autodeterminazione delle donne, la solitudine che si sperimenta, anche nella lontananza da una vita di vera comunità con le altre (frutto di tempi e modi dettati dal neoliberismo), non devono essere sottovalutati. Qualche anno fa, a proposito di questo tema, mi ero espressa con una affermazione molto forte in una intervista radio, affermando che è in atto una sterilizzazione di sistema a cui non si fa fronte con proclami e bonus bebè.
Ma c’è altro che non emerge e che rimane sommerso nella gola delle donne.
Questo sommerso parla della paura che molte donne hanno di dirsi che non vogliono essere madri. La non maternità: il fatto davvero impensabile, la scelta davvero impossibile; quella che da qualsiasi punto la si guardi, sottende un qualche tipo di problematicità. La scelta o lo stato che stigmatizza, in ogni luogo, anche in quelli più insospettabili nonostante la riscossa, grazie anche a riflessioni ecofemministe, di una narrazione childfree.
Nel migliore dei casi, le donne che non riescono ad essere madri di prole (in qualsiasi modo si declini la maternità) sono da guardare con compassione: diventano le incomplete, sfortunate, depresse, poverine, fragili, rotte. Nel peggiore, quello in cui si decide di non voler essere madri di prole o non ci si sbriga, l’eco tuona direttamente dalla caverna: immatura, irresponsabile, egoista, irrisolta, disturbata, arida.
Per la società, da qualsiasi angolazione, questa non è ancora una scelta possibile; è inutile che ci illudiamo con frasi fatte e imbonitrici. I luoghi di lavoro e di relazione sono pieni di “quando ti decidi?”, “tu sei nata per farlo”, “vedrai che poi te ne penti”, “puoi essere una vera femminista anche con figli/e”, addirittura “ti mando da una ginecologa davvero brava: quella che mi ha fatta partorire”, “ti manca questo step di crescita”, “quando diventi madre poi capisci”, “puoi fare tutto, basta saper fare qualche rinuncia”.
Possiamo davvero affermare di avere sradicato quel modello interiorizzato di maternità fortemente veicolato dal pensiero patriarcale?
Di valore sociale della maternità se ne parla da ancor prima degli anni ’70 e in questo fare politica che è il femminismo, nell’arco degli ultimi settant’anni, il tempo e lo spazio, preziosi per elaborare il nostro pensiero e il nostro sentire sulla maternità, bastano a scardinare i canoni dell’ordine patriarcale sulla maternità? O abbiamo solo iniziato? Dove inizia la nostra autentica scelta?
Qualche tempo fa una compagna, fuori da un centro antiviolenza, durante una chiacchierata che non presagiva nulla di impegnativo o politico, mi dice: “non mi sono mai sentita così forte come durante il parto. Ho sentito che ero potente, una Dea Madre”. Ho sempre ripensato a questa affermazione riconoscendone la forza e la verità. La potenza trasformativa del mettere al mondo è innegabile, ma questo pensiero così totalizzante mi frastorna e ne colgo l’intrinseco pericolo, così come in ogni cosa che totalizza e in maniera dirompente identifica, perché limita. Se penso a me che non ho ancora partorito nessuna prole (eppur “cammino leggera e soddisfatta di me”), più di una volta mi è capitato di intercettare una incredibile potenza in me e di percepirmi una Dea Madre. Lo abbiamo già detto e ridetto, inutile citare tutta la letteratura esistente: elevare il parto come esperienza rivoluzionaria sopra ogni altra, senza incorrere nel pericolo di essenzialismo, non significa depotenziarlo della sua irripetibile dirompenza. Eppure…
Eppure a mio parere da qualche parte l’idealizzazione della maternità si è accovacciata dentro noi e, in qualche modo, rimane il punto d’arrivo di una realizzazione suprema.
C’è forse una sorta di onnipotenza che le donne sperimentano nella maternità biologica che prevede il parto, ancora fortemente prediletta per molti motivi, forse per supplire all’angoscia di una esperienza totalizzante che, nel migliore dei casi, ci vede per qualche tempo sparire come soggetti desideranti di solo sé stesse e trovare dimora in una identità certa, indiscutibile, riconoscibile universalmente: quella della madre di prole. Credo che ci sia ancora la necessità di riflettere e sentire, a partire da sé e collettivamente, su ciò che fuoriesce da quello che Woolf definiva questo “strano potere di generare”.
Di cosa è fatto questo desiderio che ci spinge a indebitarci, a mettere in crisi la coppia o la nostra esistenza? Che spesso mette a repentaglio la nostra salute con un accanimento quasi patologico? Cosa rappresenta questa maternità che a tutti i costi, anche in senso letterale, “vogliamo” avere? Di cosa parla questo desiderio che ci spinge ad affogare nei tempi che già non abbiamo, che spesso mette a tacere la creatività e ci vede sparire per decenni dalla presenza a noi stesse, dalle nostre esistenze fuori dai ruoli, e dai nostri altri desideri, a condividere la genitorialità con persone a cui forse non affideremmo neanche una pianta grassa per più di due giorni? In che circostanza matura questo desiderio di necessità che ci porta a delegare la genitorialità conto terzi, a costringere altri genitori a fare più che da nonni in un momento della vita in cui hanno finalmente il diritto a viverla fuori dai tempi di produzione? In quali luoghi quotidiani e immaginari si costruiscono questo desiderio e i compromessi con i futuri possibili che fortemente desideriamo e non scandaglieremo? Dove si radica un immaginario che ci vende l’idea di poter far tutto? Di cosa parla quel vuoto che dobbiamo necessariamente riempire? Forse della nostra chiamata disattesa a partorirci e a partorire completamente la nostra sessualità? Possiamo dare a tutte queste domande la sola risposta dell’ambivalenza?
Alla luce di tutto questo, a volte ho come l’impressione che la maternità sia uno status sociale da cui si agisce ogni espressione di sé e che continui ad essere declinata come uno step borghese, con la fregatura che questa prerogativa è in delega pure al proletariato! Coppia, professione, mutuo…prole! Un due tre, stella!
Se parliamo di scelta inevitabilmente dobbiamo parlare di desiderio, anche se sembra che di questo termine si abusi impropriamente. Ed è chiaro che questa affermazione, insieme alle precedenti, non vuole essere assolutistica: non è in discussione la maternità ma le circostanze in cui si produce si costruisce e si consuma.
A mio avviso, però, non si può parlare di scelta se non entriamo nella possibilità della non maternità. Possiamo scegliere di non essere madri, possiamo non essere madri; ci è chiaro? La genesi della scelta è nel riconoscersi, in quanto donne, lo stesso potere generativo di tutte non ridotto a quello biologico o di accudimento. Quella potenza che io chiamo potere generativo collettivo che, per quanto mi riguarda, trae l’essenza della sua forza nella scelta: reale possibilità di pensarsi come non madri di prole, come portatrici di un ventre materno simbolico inizio della creazione, forza che crea e genera. Se è vero che generiamo vita in assoluto, e non ci replichiamo meramente (anche da un punto di vista culturale e psichico), dobbiamo assumere che generiamo ovunque, comunque.
La mia non maternità è atto, la mia non maternità è potenza (e non me ne abbia Aristotele se aggiungo: e viceversa).
Il portato di questo concetto è la chiave che permette di aprire un dialogo sincero con il desiderio di una possibile maternità. Nell’assunzione della possibilità di non essere madri, di non voler essere madri, nell’accettazione di questa scelta come possibile, può maturare un’idea di maternità, un reale desiderio di divenire madre che spezza i canoni dell’ordine patriarcale e suggerisce che esiste un’immagine alternativa del femminile che si partorisce prima di partorire, che si genera prima di generare e che non è proiezione.
Perché, se come sostiene Cavarero, l’identità si costruisce tramite le storie che raccontiamo e che ci vengono raccontate, questa è una storia che ancora manca di parola e significati.
Nel frattempo sempre più donne scelgono di non essere madri di prole, confluendo nelle statistiche che mappano il tasso di denatalità, lasciando desolati i presepi soprattutto dell’Occidente, sempre uguali a sé stessi e sempre ad autocelebrarsi nelle feste comandate.
…e se sotto l’albero quest’anno trovassimo il kit più scorretto per antonomasia? Quello che, se messo in funzione anche solo per pochi minuti, neutralizza l’apparizione della mamma postfemminista con i pantaloni larghi, nell’idillio di un parco, che fa cose e vede gente?
La non maternità è potenza, la non maternità è atto (e viceversa).
Let it snow, let it snow, let it snow!