La Palestina
è una questione femminista

Primo titolo della collana Feminist curata da Francesca Coin e Sara R. Farris, Trad. It. Martina Napolitano, Andrea Rizzi, Edizioni Alegre 2024

La Palestina è una questione  femminista
La Palestina è una questione femminista

13 Ottobre 2025

Pubblicato da: Edizioni Alegre

il: 08/10/2025


Nota dell’autrice all’edizione italiana Mentre scrivo questa nota all’edizione italiana [La Palestina è una questione femminista, Trad. It. Martina Napolitano, Andrea Rizzi, Pref. Francesca Coin, Sara R. Farris, Edizioni Alegre 2024), nel settembre del 2024, è estremamente difficile – ma più che mai necessario – immaginare un futuro migliore per noi. Siamo nel dodicesimo mese dell’attacco genocida di Israele nella Striscia di Gaza e da svariate settimane la città di Jenin è oggetto di attacchi sempre più intensi. Per quanto devastante sia la violenza israeliana in Cisgiordania, in qualche modo impallidisce rispetto alle notizie apocalittiche che provengono da Gaza. Sembra non esserci fine alla ferocia israeliana, solo intensificazione ed espansione, in Libano come in Iran.

Eppure, come sostengono molte attiviste e attivisti, la speranza è una disciplina che richiede pratica quotidiana. La nostra resistenza è ciò che ci dà forza in questi tempi nefasti. Non possiamo smettere di sognare un futuro migliore, ma dobbiamo anche pianificarlo, mettendo già in moto le pratiche delle società liberate in cui vogliamo vivere. La nostra mente deve essere libera, se vogliamo che lo siano anche i nostri corpi e le nostre terre.

Ed è davvero confortante poter affermare, con orgoglio, che la mente di milioni di palestinesi è libera. Sappiamo che la nostra è una causa giusta, sappiamo di non essere sole e sappiamo che ogni giorno, con ogni nuova atrocità commessa da Israele, cresce il numero di persone che aprono gli occhi sulla natura violenta e razzista dell’ideologia sionista. A differenza delle escalation precedenti, questa volta l’empatia non si smorza nel tempo. Ancor più importante, man mano che le persone colgono il nesso tra le limitazioni della loro libertà e l’intento di mettere gli Stati Uniti e Israele al riparo dalle proprie responsabilità, comprendono quanto le nostre lotte siano interconnesse. Quando sui social media persone sensibili si vedono rimuovere post sulla sofferenza palestinese per aver violato le «linee guida della community», capiscono che la censura ha lo scopo di proteggere chi è al potere da qualunque rimostranza. Quando gli insegnanti vengono licenziati per aver dato agli studenti la possibilità di scrivere dell’impatto del genocidio sulla salute pubblica in Palestina, capiscono che il fondamento stesso dell’istruzione liberale, il pensiero critico, è ritenuto pericoloso. Quando i giornalisti che si occupano di guerra sono deliberatamente presi di mira dai cecchini, le persone riconoscono la volontà ufficiale e concertata di mentire al resto del mondo. Eppure, per quanto chi manifesta venga arrestato violentemente dalla polizia per aver interrotto il business as usual, e per quanto le studentesse e gli studenti vengano sospesi ed espulsi dalle università, non c’è modo di fermare il tumulto e l’indignazione globale contro i crimini di Israele.

La nostra terra sarà libera. Lo dico con convinzione perché so che il sionismo è in agonia; e se la situazione sul campo sta peggiorando è proprio perché il sionismo è in agonia. Due anni fa, mentre scrivevo la prefazione originale a questo libro, i coloni israeliani stavano cacciando le famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme e dintorni, e tutto il mondo ha potuto assistere alle interazioni tra l’occupante e gli occupati, interazioni in cui i coloni riconoscono che stanno rubando le case e le terre delle famiglie indigene palestinesi e che vogliono di più, vogliono tutto. Da decenni, ormai, la maschera della “democrazia” israeliana cade pezzo dopo pezzo; ora è stato Israele stesso a strapparsela di dosso. Oggi vediamo Israele per ciò che è: uno stato canaglia coloniale determinato a portare a termine il genocidio dell’intero popolo palestinese, uno stato disinteressato ai negoziati e tanto meno alla pace. I politici israeliani si stanno rivoltando contro i propri cittadini e cittadine consapevoli e contro le proprie organizzazioni per i diritti umani, chiedendo la pena di morte per chi critica la politica governativa di supremazia ebraica.4

Israele è il peggior consigliere di sé stesso. La mia intenzione, quando ho scritto questo libro, era in parte quella di mostrare il volto cattivo di Israele come stato coloniale d’insediamento e del sionismo come ideologia razzista. Ma avevo anche altri due obiettivi in mente. In primo luogo, volevo dare rilievo all’attivismo delle donne, delle persone queer e dei giovani palestinesi, che sentivo essere persone a lungo eclissate nelle analisi della lotta di liberazione palestinese. In secondo luogo, ritenevo fondamentale concentrarmi sull’attivismo nella diaspora, non solo perché la maggior parte dei palestinesi sono rifugiati che si mobilitano lontano dalla madrepatria, ma anche perché il nostro attivismo, ovunque nel mondo, si interseca necessariamente e organicamente con altre lotte che, in definitiva, sono sfaccettature della lotta palestinese.

La Palestina è una questione anticarceraria, viste le decine di migliaia di persone palestinesi sbattute nelle carceri israeliane ogni giorno per l’unica colpa di essere palestinesi nella propria terra. La Palestina è una questione anticoloniale, perché il sionismo è colonialismo d’insediamento, come sostengo nel capitolo iniziale di questo libro. La Palestina è una questione antirazzista, poiché il sistema giuridico in Israele ci priva ufficialmente dei diritti civili. La Palestina è una questione ecologista, a causa della devastazione duratura che Israele infligge alla nostra terra e oltre, finanche in Libano, nell’intento di rendere il suolo inabitabile, sterile, tossico. Nessun custode indigeno della terra la distrugge intenzionalmente, ma i sionisti sono colonizzatori, dediti allo spossessamento e allo sfollamento, non alla cura. Loro vogliono possedere la terra, noi apparteniamo a essa.

E, naturalmente, la Palestina è una questione femminista. Non è mai stato così evidente com’è ora, a dodici mesi dall’escalation del genocidio del popolo palestinese. È ormai ampiamente documentato come i miliziani sionisti, i soldati israeliani e le guardie carcerarie israeliane sottopongano il popolo palestinese a una sistematica violenza di genere fin dagli anni Quaranta. Recentemente, nell’agosto del 2024, l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, la principale agenzia delle Nazioni Unite nel campo dei diritti umani, ha pubblicato un rapporto che condanna «l’abuso diffuso e sistematico di Israele nei confronti delle e dei palestinesi nelle pratiche di detenzione e di arresto arbitrario attuate da decenni».5 Gli esperti di diritti umani «hanno ricevuto rapporti documentati di abusi, torture, molestie sessuali e stupri, in condizioni atroci e disumane, che hanno causato la morte di almeno cinquantatré palestinesi nel giro di dieci mesi». Nello stesso periodo in cui è uscito quel rapporto delle Nazioni Unite, è emerso un video dello stupro di gruppo di un prigioniero palestinese da parte di guardie israeliane nel centro di detenzione di Sde Teiman, nel deserto del Negev. Il video è stato verificato da Al Jazeera. E se alcuni israeliani sono rimasti scioccati dalla violenza dell’aggressione, altri hanno protestato per l’arresto degli stupratori, definendoli «eroi». Alcuni leader politici, invece, sono rimasti indignati non per lo stupro in sé, ma per la diffusione del video. Un altro esempio dell’assoluta depravazione dei soldati israeliani sono le foto e i video da loro postati sui social media in cui indossano la lingerie delle donne palestinesi di cui hanno invaso le case, un gesto ripugnante volto a mostrare la devastazione e la profanazione degli spazi più intimi della famiglia palestinese.

La mia intenzione, con questo libro, è riportare le donne, i giovani e gli attivisti queer nell’alveo della storia. In un momento in cui sembra quasi che, di fronte alle parole delle femministe imperialiste e di altri razzisti, sia necessario riportare l’intero popolo palestinese nell’alveo dell’umanità. Eppure, è in corso un’Intifada globale. Il popolo palestinese e i nostri compagni di lotta stanno insorgendo ovunque, scendendo in piazza, interrompendo incontri politici, chiedendo che i governi smettano di armare Israele. Le università e gli spazi progressisti sono inondati da un mare di kefiah; i nostri alleati si rifiutano di tacere e non si fanno scoraggiare da false accuse di antisemitismo poiché sono antisionisti, dunque antirazzisti.

Il nostro sumud e la nostra intifada globale prevarranno. Ora, più che mai, dobbiamo unirci per sconfiggere non solo il sionismo, ma anche la violenza del patriarcato, dell’imperialismo, del militarismo e dello stato carcerario.






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