La rabbia come apertura
Il dolore è una risorsa politica
La tendenza umana a centralizzare il potere, delegandolo a un’autorità assoluta invece di mettere al centro le comunità colpite
Né il potere né la rabbia esistono in uno spazio neutro libero dalle storture della storia e le disuguaglianze sistemiche, per questo la narrativa speculativa ci aiuta anche a immaginare nuovi scenari che ripudino la guerra in ogni sua forma. In ognuno di questi esempi, chi sopravvive si organizza, si riunisce, ripensa la realtà e le sue gerarchie. In questi romanzi è presente il germe di una possibilità, una lettura immaginifica del presente e delle sue possibilità. L’aspetto speculativo ci permette di formare una risposta allo shock che faccia tesoro della rabbia, il senso di impotenza e la vulnerabilità, ma che individui nella nostra interdipendenza la possibilità di «far parte di un risanamento collettivo» e costituire una prassi politica e un modo di costruire memoria, perché «[l]a memoria, sia individuale sia collettiva, si rivela come il più grande ammortizzatore per lo shock».
La distopia climatica rurale di Sarah Hall, Le figlie del Nord, segue la progressiva radicalizzazione antisistema di Sister. In una regione falcidiata da costanti inondazioni, Sister rifiuta la vita irregimentata che è stata imposta in risposta all’emergenza climatica, e si rifugia in una comune di donne nella foresta. Tuttavia, il gruppo di ribelli a cui si unisce, sebbene all’inizio appaia portatore di una utopia separatista femminista, si rivela ben presto spietato e determinato. Emerge anche qui la questione del potere: Jackie Nixon, leader della resistenza, assume il ruolo di guida e addestratrice, dando vita a una nuova struttura di comando. Di conseguenza, il romanzo esplora non solo la riappropriazione del potere da parte delle donne, ma anche la creazione di uno stile di vita alternativo che si discosta dal patriarcato senza però sfuggire completamente alle sue logiche. Come Alderman (N. Alderman, Ragazze Elettriche, in A. Rosso, Le ragazze stanno bene?,Factorya.org, IC 2025) anche Hall riflette su cosa significhi superare le strutture patriarcali in cui siamo immerse, quando l’aggressività e la violenza appaiono come le uniche qualità del comando in una società al collasso.
Eppure, il femminismo ci insegna che dalla rabbia si può e si deve partire.
Ma come fare?
Nel suo saggio La trama alternativa, Giusi Palomba esplora le connessioni fra la rabbia lecita delle sopravviventi a violenza di genere, con la possibilità di una giustizia trasformativa che passi attraverso la gestione collettiva del trauma e delle conseguenze del danno. Palomba scrive che visto che è «stato così tortuoso arrivare a rendere visibile la violenza di genere nella vita pubblica […] abbiamo ancora bisogno di stare nello spazio di quella rabbia, repressa, stigmatizzata, ridicolizzata e sminuita per così tanto tempo». Tuttavia, se lasciamo che la rabbia venga strumentalizzata per indurci ad appoggiare false soluzioni immediate e punitive, rafforziamo lo stesso potere patriarcale che vogliamo smantellare.
A questo proposito, la serie tv Curfew offre un esempio del pericolo del securitarismo. Tratta dal romanzo After Dark di Jayne Cowie, esplora le conseguenze sociali delle riforme implementate per smantellare la violenza di genere. L’indagine attorno a un femminicidio si svolge in una società dove agli uomini è imposto un coprifuoco di dodici ore dalla 19 alle 7. Curfew, pur con le sue numerose ingenuità, riflette sulla strumentalizzazione del concetto di sicurezza femminile, e sulla consapevolezza che il terrore e la paura vengono utilizzati come armi, prima di tutto, per controllare le donne. Il coprifuoco non funziona, e non solo perché la violenza maschile non è relegata alle strade dopo il tramonto, ma perché il sistema di potere non viene intaccato, e soprattutto non viene affrontata la questione di come questa violenza nasca e si manifesti. Il paradosso della serie, infatti, è che nessuno riflette sul fatto che ci siano misure alternative. Si tratta solo di decidere quale sia la priorità fra la sicurezza delle donne e la libertà degli uomini, senza immaginare una terza via oltre il terrore e la vendetta, la paura e la punizione.
Cosa succede, quindi, quando la paura e la vulnerabilità femminile si fanno strumenti di controllo di genere? Se lo domanda Sophie Mackintosh in La cura dell’acqua, che segue tre sorelle – Grace, Lia e Sky – che vivono su un’isola remota insieme ai loro genitori, King e Mamma. Questo ambiente isolato è stato creato per proteggerle dalle «tossine» del mondo esterno, rappresentate dagli uomini, che sembrano portarle con loro ovunque. Le ragazze sono sottoposte a rituali quotidiani noti come “la cura dell’acqua”, pratiche severe destinate a purificarle e rafforzarle contro le minacce esterne. L’autrice esplora la sottile linea tra protezione e oppressione, mostrando quanta violenza possa annidarsi nel tentativo di difendere le donne da un nemico esterno. Il romanzo riflette così sulla ricerca di soluzioni immediate in momenti di crisi, ma soprattutto sulla tendenza umana a centralizzare il potere, delegandolo a un’autorità assoluta che possa guidare le nostre azioni quando il caos sembra regnare. Durante un dibattito televisivo, sempre in Curfew, una voce chiede: «Come proteggiamo le donne, senza il coprifuoco?»
Personalmente ritengo che una delle sfide più urgenti e attuali del femminismo intersezionale anti-punitivo consista nel tracciare i legami tra la paura, come forma estrema di manipolazione, la dottrina dello shock e la violenza, intesa come unica risposta al danno.