La resistenza di Yalda
«Non possono cucire la mia bocca»
Intervista alla giovane attivista e poetessa Yalda Hozhair Aminy, voce femminile dall’Afghanistan cancellato, in esilio in Pakistan
Hanno paura delle parole. Ecco perché ci vietano di parlare
Nadia Anjuman, poetessa afghana assassinata nel 2005
Nel cuore di un’epoca che avrebbe dovuto sancire la piena emancipazione globale, le donne afghane vivono invece un tragico ribaltamento del tempo: cancellate dallo spazio pubblico, espulse dalle scuole, costrette all’invisibilità, vittime di un’esistenza negata. La caduta di Kabul nell’agosto 2021 non ha segnato soltanto il ritorno del regime talebano: ha significato, per milioni di donne, l’annientamento sistematico dei propri diritti fondamentali. Nel silenzio assordante dell’indifferenza internazionale, c’è chi continua a parlare. E a farlo con una lucidità, una grazia e una forza che mettono in discussione ogni nostra idea di libertà.
Yalda Hozhair Aminy è una giovane donna afghana, attivista, poetessa, ingegnera della speranza. Fuggita dal suo Paese dopo il ritorno dei talebani, oggi vive in Pakistan come rifugiata. La sua voce — limpida, politica, ferita ma non spezzata — è un grido che sfida l’oblio.
«Mi chiamo Yalda Hozhair Aminy e vi scrivo con un cuore pieno di speranza…
Le sue parole iniziali non sono semplicemente un’introduzione: sono un atto di coraggio. Yalda ci racconta la sua storia con la compostezza e l’intensità di chi ha trasformato il dolore in missione.
«Sono una giovane donna afghana che ha dedicato la sua vita a difendere il diritto all’istruzione delle ragazze e a combattere la discriminazione di genere.
Dopo la caduta dell’Afghanistan, Yalda è stata costretta a lasciare tutto — famiglia, comunità, sogni immediati — per salvarsi. Da sola, ha attraversato i confini per raggiungere il Pakistan. Ma l’esilio non è rifugio: è precarietà, è nuova violenza, è paura quotidiana.
«I rifugiati afghani sono seriamente minacciati di espulsione forzata. I visti legali sono quasi impossibili da ottenere. Vivo ogni giorno in estrema incertezza e paura.
Una famiglia che educava, un Paese che l’ha repressa: Yalda è figlia di un impiegato al Ministero degli affari interni dell’Afghanistan e di un’insegnante. I suoi fratelli e sorelle sono artisti, attivisti, educatori. In un Afghanistan prima della caduta, rappresentavano la possibilità di una società diversa. Ora, come migliaia di altri, sono stati deportati dall’Iran o costretti a nascondersi. La diaspora afghana, frantumata e dimenticata, vive nella tensione tra memoria e sopravvivenza.
Eppure, da questa frattura, Yalda continua a generare possibilità: l’elenco delle sue attività è impressionante non solo per quantità, ma per profondità. È Youth Leader dell’IPSO, coordinatrice del Pamir International Model United Nations, ambasciatrice per Allies to Refugees, istruttrice di robotica per bambine in case sicure. Fa parte della Rete Giovanile dell’UNICEF e ha rappresentato il proprio Paese nel Team Nazionale di Robotica femminile afghano, diventato simbolo mondiale di emancipazione attraverso la scienza.
«La nostra storia è stata raccontata nel documentario Rulebreakers, ma io sono rimasta invisibile, senza supporto, ancora in lotta per sopravvivere.
Yalda scrive poesie. Le sue parole sono lente di ingrandimento e balsamo, protesta e profezia. Una delle sue liriche più recenti si apre così:
Non potete chiudere le finestre del mio spirito:
aprirò varchi nei muri, con le unghie se serve
La storia di Yalda si inserisce in un contesto globale di patriarcato armato, dove la cultura, l’istruzione e il corpo femminile diventano campi di battaglia. Il regime talebano non si limita a vietare l’accesso alle scuole: vieta la presenza stessa della donna nello spazio pubblico. Come ricorda la femminista afghana Shamila Kohestani: «Non è solo l’istruzione a essere proibita. È la dignità stessa della donna a essere considerata un crimine».
Yalda non si limita a denunciare. Ella costruisce, anche in esilio, una pedagogia della resistenza: forma altre ragazze, guida, ispira. La sua è una lotta intersezionale: è donna, rifugiata, attivista, poetessa, tecnica. Unisce in sé tutte le marginalità che il mondo si ostina a non vedere.
Sono invisibile, ma non muta. Sono in lotta per sopravvivere, ma anche per creare. Continuo a insegnare robotica, a scrivere, a credere.
C’è qualcosa di mitico nella figura di Yalda: una dea in esilio, come Angizia tra le montagne d’Abruzzo, che guarisce con la conoscenza. Come lei, Yalda resiste tra crolli e miracoli, tenendo viva la fiamma di una cultura che non si lascia estinguere. Il suo attivismo non è mai sterile denuncia: è creazione, è gesto radicale d’amore verso le bambine che verranno.
La libertà non è un sogno.
È la realtà che noi, sognando, costruiamo
Le parole di Yalda ci interrogano. Chi siamo, noi, di fronte alla sua storia? Cosa facciamo, noi, quando ci raggiungono voci che il mondo cerca di seppellire nel silenzio? Non chiede asilo. Non chiede pietà. Chiede che qualcuno la veda, la ascolti, la accompagni. Una raccomandazione, una guida, un contatto: per lei, ogni gesto può essere un varco nella notte.
Yalda è ancora lì, nella terra di nessuno dell’esilio, tra un Paese che l’ha respinta e un mondo che non sa dove accoglierla. Ma la sua voce — come quella delle poetesse afghane uccise, come quella delle bambine escluse dalle scuole, come quella delle donne che bruciano i loro certificati pur di non essere arrestate — continua a brillare come brace sotto la cenere. E anche se il mondo ha cucito burqa attorno ai suoi occhi, non può cucirle la bocca. E da quella bocca continua a uscire una poesia che nessun regime potrà mai ridurre al silenzio.