La scuola come ambiente
e i corpi che lo abitano
Intervento alla giornata di attraversamenti femministi della scuola: Ecologia dei corpi - 2/3/2026 CIDD di Roma- Feminism9 Rilanciamo la partecipazione alle giornate dell’8 e 9 marzo per rivendicare una scuola spazio safe per tuttə
Parlare di scuola come ambiente e dei corpi che lo abitano, per noi significa innanzitutto esplicitare le gerarchie di potere che lo costituiscono per poterle mettere in discussione. La scuola è un ambiente denso di relazioni, caratterizzate da forti asimmetrie tra i diversi ruoli: tra dirigente e insegnanti, tra insegnanti di ruolo e precarie, tra insegnati e personale Ata, tra insegnanti e studenti, tra lə stesse studenti. Queste asimmetrie si traducono spesso in squilibri che, a loro volta, producono la violenza sistemica di cui parliamo: una violenza fisica, psicologica, economica, che troppo spesso viene normalizzata, minimizzata, silenziata. Partendo da noi e dalle nostre esperienze quotidiane d’insegnanti rileviamo quanto l’istituzione scolastica sia permeata da una cultura patriarcale: autoritaria, securitaria, classista, razzista, prodotto della società in cui viviamo.
A partire da queste considerazioni, abbiamo pensato di proporre una riflessione sull’urgenza di immaginare e costruire collettivamente la scuola come spazio safe. Cosa vuol dire allora spazio safe? Quando parliamo di scuola come spazio safe ci riferiamo ad un ambiente accogliente, aperto, solidale e non giudicante. Abbiamo scelto di chiamarlo spazio safe invece di ‘sicuro’ perché nell’attuale contesto politico il concetto di sicurezza è declinato in ben altro modo. Assistiamo preoccupate alle derive securitarie che investono la società in generale e la scuola in particolare: pensiamo ai diversi dispositivi di controllo, come quello delle condotte delle insegnanti (i famosi articoli aggiunti al codice di comportamento dei dipendenti della PA), fino ad arrivare alla proposta di utilizzare il metal detector per l3 studenti all’ingresso. Abbiamo sentito la necessità di pensare alla scuola come spazio safe, innanzitutto per noi che la abitiamo quotidianamente, ma anche per tutte le altre componenti: siamo state infatti sollecitate dagli interventi e dalle richieste condivise da molte studenti nell’assemblea romana di Non Una Di Meno, nei giorni della costruzione delle piazze del 25 novembre.
L’assemblea è diventata infatti uno spazio di parola per molte studenti delle scuole superiori e universitarie, uno spazio altro, esterno alla scuola, dove hanno potuto raccontare ciò che a scuola non riescono a dire. Ci hanno restituito un clima quotidiano fatto di violenza verbale e fisica, molestie e abusi agiti sia da parte dei compagni che di docenti, dirigenti e collaboratori (violenza istituzionale). Ci hanno parlato della negazione sistematica da parte delle dirigenze, spesso più preoccupate di tutelare il “buon nome” dell’istituto che il benessere delle persone che lo abitano, della paura di non essere credute, della colpevolizzazione, della vittimizzazione secondaria. Per questo venivano – e continuano a venire in assemblea: perché a scuola non si sentono ‘al sicuro’, libere di vivere le proprie relazioni, di esprimere le loro emozioni. A partire da questi vissuti, lə studenti rivendicano con urgenza l’istituzione di sportelli antiviolenza nelle scuole, l’apertura di spazi di parola ed elaborazione collettiva degli episodi di violenza vissuti dentro e fuori la scuola. Le ragazze presenti nella ‘lista stupri’ del Giulio Cesare, ‘liceo bene’, frequentato dai figli della borghesia di Roma-nord, sono persone esposte politicamente, sono attiviste transfemministe e la minaccia di stupro è stata utilizzata dai loro coetanei come strumento di attacco politico. Allo stesso modo, una lista analoga è stata redatta per le insegnanti.
Tutto ciò accade mentre viene discusso il Ddl Bongiorno, di cui torneremo a parlare, proprio a partire dal nostro ruolo di insegnanti. Per quanto riguarda le violenze raccontate dalle studenti ci preme chiarire che non vogliamo parlare per loro, né qui né altrove, ma che, piuttosto, i loro vissuti ci interrogano e ci riguardano non solo per il ruolo istituzionale che ci compete, ma soprattutto come persone che costruiscono quotidianamente con loro una relazione di scambio, e che spesso hanno attraversato esperienze simili.
Anche tra noi infatti, è emersa la necessità di riflettere insieme alle altrə insegnanti, di costruire spazi di condivisione e solidarietà che a scuola mancano, di rompere l’isolamento e la solitudine di ognuna. In alcuni casi, come abbiamo visto, insegnanti e dirigenti tendono a minimizzare gli episodi di violenza, definendoli “ragazzate”, contribuendo così alla normalizzazione e alla legittimazione di un linguaggio e di un pensiero violenti. Anche per questo il rapporto con lə colleghə risulta essere complesso e contraddittorio: è emerso tra noi un senso condiviso di solitudine, frustrazione e impotenza per non poter esprimere la propria opinione, per la paura di suscitare comportamenti ostili e possibili delazioni.
Parlare in classe – non solo di violenza e malessere, ma anche di emozioni e sentimenti – non è per niente semplice, per poterlo fare è necessario costruire relazioni che richiedono tempo ed energie, mentre proviamo ad uscire da rigidi schemi disciplinari (delle discipline e della disciplina) e dai ruoli imposti, sentendoci per questo giudicatə. Fare ciò ci espone personalmente, in un contesto critico in cui gli attacchi alla libertà di insegnamento sono quotidiani e la censura è ormai esplicita. Citiamo solo alcuni esempi concreti, si tratta di dispositivi che impattano in maniera importante sulle nostre vite in termini di restrizione degli spazi libertà dentro e fuori la scuola:
- parliamo della nota dell’usr Lazio, riservata ai dirigenti, per limitare le mozioni di solidarietà dei Collegi Docenti con la Palestina (settembre 2025);
- Il Ddl Valditara su consenso informato, in discussione in Parlamento;
- La circolare ministeriale sul ‘pluralismo educativo’ (novembre 2025)
- L’iniziativa di Azione Studentesca che invita a segnalare i ‘docenti di sinistra’.
Se il decreto sul consenso informato blocca i progetti curricolari ed extracurricolari sull’educazione sessuo-affettiva, le dinamiche di delazione messe in atto da alcunə alunnə e genitori compromettono la possibilità di sentirsi liberə di esprimersi su alcuni temi in classe. A tal proposito, dal confronto tra noi, è emerso che la situazione non è affatto omogenea, ma varia a seconda del contesto sociale in cui le singole scuole sono inserite. In alcuni casi le famiglie non intervengono se non in caso di valutazioni negative sul piano della didattica, in altre invece, arrivano ad ostacolare addirittura la realizzazione di progetti didattici e dunque la possibilità di trattare determinati argomenti. In altre ancora, si organizzano progetti sull’educazione sessuo-affettiva estremamente formali nei quali non si affronta davvero la questione della violenza.
Parlare in classe, insomma, fa sempre più paura, ma non vogliamo rinunciare a farlo. È la paura di essere sempre sotto controllo, di essere giudicate, esposte a provvedimenti disciplinari, di rischiare il posto di lavoro, come è successo a moltə nell’ultimo periodo. Siamo convinte che questa paura debba essere nominata collettivamente e politicizzata. Il primo passo è proprio quello di prendere parola, con consapevolezza, conquistando uno spazio safe, per noi e per tutte le altre componenti della scuola. Per dare vita a questo spazio è necessario innanzitutto costruire una relazione di alleanza e complicità con lə studentə; un processo non lineare, da alimentare giorno dopo giorno. Quante volte abbiamo avuto difficoltà a rispondere alle loro domande, o abbiamo “lasciato correre”, invece di cogliere la richiesta – spesso implicita – dell’apertura di uno spazio dove poter portare – e imparare a gestire – le proprie fragilità? Quante volte ci siamo sentite inadeguate e prive di strumenti, quante volte ci siamo sentite sole? Quante volte ci siamo sentite combattute tra il rifiuto del ‘lavoro come missione’ e il sentirci troppo coinvolte? Allo stesso tempo, siamo consapevoli della necessità di stabilire confini chiari, per non sentirsi sopraffattə da una disponibilità senza limiti, dal desiderio di esserci che però rischia di diventare una trappola. Ognunə – insegnante o studentə – deve trovare una sua misura nella relazione: per un’insegnante, ciò vuol dire poter scegliere quando mettersi in gioco e quando non farlo, senza sottrarsi, ma senza esporsi, senza farsi male. Il nostro ruolo ha dei limiti, non siamo tutto, non possiamo tutto: rifiutiamo la retorica dell’insegnante-eroina, non vogliamo che il nostro lavoro sia assimilato a un presidio di accudimento e rivendichiamo, invece, la nostra fallibilità e il nostro diritto a sbagliare. Una relazione è positiva quando non logora. Insegnare non è una missione, è un lavoro.
Inoltre, il lavoro di cui ci facciamo carico per garantire qualità nella relazione è sempre lavoro gratuito. Come stare dentro questa contraddizione? Siamo consapevoli che il nostro desiderio di attivarci, di incidere, di trasformare l’esistente a partire dal nostro stare in classe viene catturato e messo al servizio della scuola neoliberale? Che rendiamo un servizio praticamente gratuito attraverso lo svolgimento di funzioni strumentali, incarichi di coordinamento, open day e gite scolastiche? Il nostro è un lavoro usurante non riconosciuto il cui monte ore è in gran parte non quantificabile, inoltre non abbiamo diritto ad alcun aiuto o supporto, come il bonus psicologo. La qualità della relazione educativa va dunque rivendicata, sempre, insieme alla libertà d’insegnamento e al giusto salario.
Pensiamo ora a quali conseguenze in termini educativi potrebbe portare la proposta di legge Bongiorno ‘sul dissenso esplicito’, qualora venisse approvata. Abbiamo passato anni a tentare di costruire relazioni con e tra lə studenti incentrare sul concetto di ‘consenso nelle relazioni’ come base di partenza per il contrasto alla violenza maschile e di genere. Ora il governo ci dice che questo concetto è da buttare e che sui corpi può passare di tutto a meno di un dissenso esplicito. Ci chiediamo: quando si dice che la scuola deve svolgere un ruolo nella prevenzione della violenza, quali strumenti ci restano?
Vorremmo concludere con una riflessione. La scuola in cui lavoriamo non è per noi uno spazio safe. Non bastano le buone pratiche, le pedagogie attive, gli esempi di docenti virtuosə. Per rendere la scuola uno spazio safe, è necessario fare rete, creare alleanze politiche con il mondo fuori dalla scuola, con le realtà transfemministe, con i CAV, con i consultori. È necessario che la scuola diventi una priorità per questo ed altri governi, con investimenti concreti e strutturali, che diano dignità salariale a tutte le persone che a scuola lavorano, che permettano di costruire le alleanze di cui sopra, che rendano nei fatti la scuola l’ambiente accogliente, aperto, solidale e non giudicante di cui abbiamo bisogno.
Per questo ci sentiamo di rilanciare la partecipazione alle giornate dell’8 e 9 marzo; lo sciopero dal lavoro di produzione e riproduzione lanciato da NUDM e indetto da diversi sindacati non è una mera astensione dal lavoro, ma è uno dei modi concreti che abbiamo per rendere visibili le nostre istanze e per rivendicare una scuola spazio safe per tuttə.
*Il Collettivo CattiveMaestre è nato a Roma nel 2015, durante le proteste contro l’approvazione della legge 107/2015 (Buona Scuola) ed è composto sia da docenti di ruolo sia da precarie, che lavorano in istituti di diverso ordine e grado. Insieme, proviamo a riflettere criticamente sulla scuola, sia come istituzione preposta alla formazione che come luogo di lavoro. Lo facciamo in maniera collettiva, usando le lenti del transfemminismo e della decolonialità. La connessione con il movimento Non Una di Meno, con l’assemblea romana in particolare (di cui alcune fanno parte), ma anche con la sua dimensione nazionale e transnazionale, è per noi centrale nell’elaborazione teorica che, nel nostro caso, non è mai scissa dalla pratica politica, come la storia dei femminismi insegna. Sottolineiamo la centralità del legame tra teoria e prassi politica collettiva – che eccede (necessariamente) le mura degli edifici scolastici che frequentiamo – perché il presente intervento è l’esito di questo intreccio, ed è stato pensato ed elaborato concretamente da più di dieci insegnanti. Non si tratta dunque di una ‘presentazione formale’ ma, piuttosto, di chiarire un posizionamento che informa il contenuto dell’intervento stesso.