La solita distorta, colonizzante convinzione di superiorità (?): ecofemminismo e caccia

Valentina Muià si interroga sul nuovo DDL presentato nei mesi scorsi in Parlamento per aumentare, fra l'altro, la possibilità di cacciare in luoghi protetti. L'ecofemminismo da tempo afferma che anche la natura come categoria politica va completamente ripensata.

La solita distorta, colonizzante convinzione di superiorità (?): ecofemminismo e caccia
ogni singola identità come portatrice di bisogno, desideri, conoscenza

24 Giugno 2025

L’uomo è cacciatore!

Ma di chi? Di cosa? Impressionante come il linguaggio traduca il quadro di riferimento del pensiero.

Più mesi per sparare, aumento delle specie cacciabili, meno aree protette, fucili nelle aree demaniali, migliaia di uccelli catturati rinchiusi a vita in gabbia, meno libertà di vivere in natura. Una legge pericolosa che mette a rischio animali già vulnerabili e trasforma la natura in un campo di tiro. È di questo che abbiamo bisogno? Qual è il meccanismo che abbevera la violenza di questi tempi con altra violenza?

Su ispirazione del ministro dell’Agricoltura che nei mesi scorsi aveva rivendicato la titolarità delle misure, il DDL sulla caccia “Ammazza-Natura” è stato presentato al Senato dai partiti di maggioranza. Un provvedimento che, se approvato, trasformerebbe la natura in un poligono di tiro ad uso e consumo dei cacciatori, legalizzando la caccia in aree demaniali come foreste (in un primo momento si parlava anche di spiagge) perfino di notte e durante la stagione riproduttiva, aumentando il numero di specie cacciabili e autorizzando l’uso massiccio di richiami vivi. Per tornare all’aforisma iniziale: è proprio l’uomo che è cacciatore (non l’essere umano, l’uomo). L’analisi ecofemminista lo dice chiaramente: la natura è una categoria politica e il punto di vista ecofemminista non rispecchia semplicemente una volontà di contrapposizione ma osserva e traduce il mondo da una prospettiva diversa, da una diversa esperienza che evidenzia le interconnessioni tra le forme di vita tutte, denunciando una gerarchizzazione frutto dei dualismi oppositivi per dare spazio alla valorizzazione delle relazioni tra il Vivente tutto. All’interno di questa prospettiva negli ultimi decenni e con l’intensificarsi della sofferenza degli animali sottoposti a sfruttamento brutale e perdita del loro habitat mettere a tema la questione della caccia nei suoi rapporti con altre forme di dominio e di violenza è stato l’impegno di numerose ecofemministe. C’è da dire che la critica alla caccia e agli “sport di sangue” da una prospettiva femminista ha origini molto più lontane.

Andrée Collard (1926-1986) in Rape of the Wild. Man’s Violence against Animals and the Earth, apparso postumo nel 1988, poneva le basi della critica ecofemminista alla caccia. Alla base del dominio e della “sindrome del cacciatore” vi è un senso di distacco dal mondo naturale, una condizione di “morte emotiva” che consente il processo di oggettivazione, una tensione predatoria che pervade la società. La caccia è il modus operandi delle società patriarcali ad ogni livello della vita. È interessante come la studiosa a partire dal linguaggio abbia tracciato il ruolo della donna nel processo di civilizzazione (l’uomo cacciava, la donna aggregava). Risalendo alle origini della caccia, Collard muove una critica alle teorie antropologiche che avevano goduto di ampia fortuna e che individuavano nella caccia l’avvio del processo di civilizzazione. Glorificando la caccia come il più rilevante stadio dell’evoluzione, quelle teorie incentrate sul dominio di un solo sesso di una sola specie sul Vivente del mondo interpretavano il dominio maschile su ogni cosa vivente come inevitabile e giustificavano la guerra. Dovremmo sorprenderci se molti studi sul “bisogno” di eccitazione, sopraffazione e violenza praticato nella caccia ci restituisce la nevrotica volontà maschile di potere e controllo? L’uomo è cacciatore, dunque, perché la caccia è espressione violenta di dominio e della sessualità aggressiva e niente ha a che fare con la salvaguardia dell’equilibrio ambientale. La caccia è normalmente razionalizzata e giustificata in nome della tradizione (ma forse sarebbe più giusto parlare di sussistenza in alcuni casi) benché la tradizione di uccidere gli animali per nutrirsene non sia più una pratica necessaria, ma solo una pratica crudele che terrorizza e distrugge i vulnerabili e gli innocenti. Davvero pensano i sostenitori della caccia che ci si possa bere la giustificazione patetica del santo cacciatore in contatto profondo con la natura? Aveva già osservato Marti Kheel nel 1995 che, come lo stupratore non entra in intimità con la sua vittima, così il cacciatore non può entrare in intimità con l’animale che uccide e con l’ambiente che tanto dice di amare. Greta Gaard in accordo con Judith Butler, afferma la centralità del corpo come elemento di congiunzione tra lo sfruttamento delle donne e dei non umani, questo sfruttamento passa dall’oppressione, dalla violazione ed eliminazione che nel caso del corpo animale è senza nome. Che la caccia sia una espressione dell’aggressività sessuale maschile lo rivela, come già detto, il linguaggio che descrive l’uccisione di un animale con termini che rinviano all’atto sessuale e le immagini pubblicitarie in cui l’animale è femminilizzato, la donna animalizzata ed entrambi sono sessualizzati-e. In definitiva i cacciatori cacciano perché è ciò che vogliono e possono fare e perché nel pensiero dualistico l’essenza della mascolinità è definita come la capacità e la volontà di distruggere gli altri, benché terrorizzare, ferire e uccidere per piacere o per sport sia contrario all’etica comune. Per cominciare a rifiutare la violenza non occorre solo nominarla ma anche considerare l’interconnessione con l’alterità e con la natura, riconoscendo ogni singola identità come portatrice di bisogno, desideri, conoscenza.

Dunque, in un mondo in guerra cosa rappresenterebbe l’approvazione di una legge come quella in discussione? Forse la solita spalmabile, distorta, colonizzante convinzione di presunta superiorità (!).






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