La terra è stanca di essere madre

Il simbolico materno ha travolto tutto anche l'ecofemminismo, nella sua accezione al singolare. Benedetta La Penna ricorda che gli ecofemminismi sono plurali e che quelli radicali sottolineano che né la donna né la Terra devono essere madri per forza, o per avere diritto di esistenza.

La terra è stanca di essere madre
né la donna né la Terra devono essere madri per valere

11 Giugno 2025

“Finché la Terra sarà vista come madre, sarà data per scontata. Finché le donne saranno viste come madri, saranno sacrificate.”

C’è un’immagine che torna ossessivamente nel modo in cui parliamo del mondo: la Terra come madre.
“Madre Terra”, “Terra madre”, “la nostra madre comune”. È una metafora apparentemente innocua, anzi poetica. Ci dà sicurezza, racconta una cura antica, un legame originario. Ma se proviamo a osservarla da vicino, scopriamo che questa rappresentazione affonda le radici in un sistema di pensiero molto preciso: quello patriarcale, che da sempre lega la donna alla natura per poterle controllare entrambe.

Questa è l’intuizione fondativa dell’ecofemminismo, un pensiero politico, filosofico e militante che da oltre cinquant’anni denuncia la relazione strutturale tra oppressione delle donne e sfruttamento ambientale. Il termine nasce nel 1974 con la scrittrice e attivista francese Françoise d’Eaubonne, che per prima mette in relazione la questione femminile con la crisi ecologica. Secondo d’Eaubonne, le donne, relegate culturalmente al ruolo di “natura”, sono state considerate come risorse da utilizzare, esattamente come le foreste, le acque, i semi. E questo accade in un sistema – patriarcale, capitalista e coloniale – che assegna valore solo a ciò che può essere prodotto, consumato, sfruttato.

L’ecofemminismo non è un pensiero unico: ne esistono moltissime correnti, intrecciate a esperienze locali, spirituali, indigene, contadine, transfemministe, decoloniali. Ma tutte rifiutano la narrazione che vuole la donna e la Terra “naturalmente” accoglienti, generose, pazienti. Perché questa narrazione, in fondo, è solo un altro modo di dire: a disposizione.

Pensiamo al modo in cui parliamo dei corpi femminili: grembi, nidi, fonti di vita. Pensiamo alla maternità come condizione esistenziale imposta, come ruolo sociale obbligato, come valore morale. Ogni donna, per essere “realizzata”, dovrebbe essere madre. E se rifiuta questo destino, viene vista come manchevole, egoista, in difetto. Esattamente come la Terra, che se non è fertile, produttiva, coltivabile, trivellabile, viene considerata inutile.

Ed è qui che entra in gioco l’ecofemminismo, nel suo punto più radicale: né la donna né la Terra devono essere madri per valere.
Non siamo funzioni riproduttive. Non siamo culle.
La Terra non è un ventre infinito. E la donna non è un utero in attesa.

Quando lottiamo per il diritto all’aborto, per la libertà di scelta, per la fine della retorica della “cura” come missione naturale femminile, stiamo facendo anche un atto ecofemminista. Perché stiamo dicendo: non tutto ciò che può generare, deve farlo. Non tutto ciò che è vivo deve servire a qualcun altro. La scelta è la linea che separa la libertà dallo sfruttamento.

E allora torniamo a quella metafora, tanto poetica quanto pericolosa: la Terra come madre.
Cosa accade se, invece di celebrare questa immagine, iniziamo a problematizzarla?

La madre, nell’immaginario patriarcale, è generosa fino all’annullamento. Nutre anche quando è stanca. Cura anche quando è ferita. Perdona, attende, sopporta. È sempre disponibile, mai in rivolta. È “natura” nel senso più stereotipato del termine: immobile, generativa, silenziosa.

Ma oggi la Terra non è più silenziosa. Oggi la Terra grida. Grida nei cicloni e negli incendi, negli oceani che si alzano, nei suoli che si spaccano. Grida nei territori devastati da guerre estrattive, nelle comunità indigene che resistono, nelle donne e persone dissidenti che lottano per difendere la propria sovranità corporea e territoriale. Grida perché non è più disposta a essere madre per forza.

L’ecofemminismo ci invita a cambiare sguardo.
A passare dalla “madre Terra” alla Terra sorella, Terra compagna, Terra soggetto.
A smettere di raccontare la cura come un dovere, e iniziare a praticarla come una relazione reciproca, scelta, consapevole.
A riconoscere che la giustizia climatica non si può separare dalla giustizia sociale e riproduttiva.
Che i diritti ecologici e i diritti dei corpi sono lo stesso terreno di lotta.

Per questo diciamo: la Terra è stanca di essere madre.
E ha tutto il diritto di non esserlo.
Come noi.

 





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