Laura Balbo. Uno sguardo capace di guardare le cose vicine

Doppia presenza: nel lavoro retribuito e nel lavoro di cura, ovvero la competenza delle donne di abitarli entrambi

Laura Balbo. Uno sguardo capace di guardare le cose vicine
laura balbo

17 Aprile 2026

All’età di 92 anni, è morta Laura Balbo. In questi giorni saranno in molti a scrivere profili della sua biografia, a ricordarla, a rendere omaggio a una donna che, come molte della sua generazione, ha saputo fare la differenza. Io sono andata a rileggere un’intervista rilasciata a Giuliana Chiaretti per i suoi ottant’anni.

“Vivo da sociologa da quasi cinque decenni”. Un modo di presentarsi perfetto, vitale. La sociologia non era solo una disciplina per lei, ma una lente, un sapere sempre in movimento, uno strumento per orientarsi nella vita, per dare senso alle scelte, per leggere quello che accade intorno e dentro di sé. Un sapere aperto, in cui ha lasciato che l’esperienza quotidiana — la maternità, il lavoro, le relazioni — entrasse, lo modificasse, lo spingesse più avanti.

Nata a Padova nel 1933, si è laureata in Scienze Politiche nel 1956, prima di vincere una borsa di studio per specializzarsi negli Stati Uniti, a Berkeley. Da quel viaggio ha portato in Italia uno sguardo capace di guardare le cose vicine — il lavoro, la famiglia, la vita quotidiana delle donne — senza mai perdere di vista l’insieme della società. Nel corso della sua lunga vita ha fatto molte cose. Ha portato nella politica le questioni che aveva studiato, restando una sociologa e un’attivista,  anche quando ha rivestito cariche pubbliche importanti: due volte parlamentare, dal 1983 al 1992, e Ministra per le Pari Opportunità tra il 1998 e il 2000.

Per molte è stata una maestra, per altre una compagna. Per me è stata soprattutto la fondatrice del GRIFF — Gruppo di Ricerca sulla Famiglia e la Condizione Femminile — che ha compiuto una vera e propria rivoluzione negli studi, abilitando un modo nuovo di pensare, guardare, studiare il lavoro e la vita delle donne. Il GRIFF, nato nei suoi corsi alla Statale di Milano nei primi anni Settanta, era un collettivo di giovanissime sociologhe che ha inventato un lessico nuovo per nominare ciò che fino ad allora non aveva nome: lavoro domestico, lavoro di cura, lavoro familiare, lavoro relazionale. De-naturalizzare il fare femminile, metterlo in rapporto con la società — questo era il programma.

Nel 1978 Balbo conia il concetto di “doppia presenza”: qualcosa di diverso e di più sovversivo del semplice doppio lavoro. Non una divisione rigida dei ruoli e delle sfere sociali, ma una competenza fatta di attraversamenti quotidiani: non solo una doppia fatica, ma una doppia competenza. Le donne vengono così riconosciute come soggetti capaci di essere presenti nel lavoro retribuito e nel lavoro di cura, di abitarli entrambi, di mescolare i codici e di tenere insieme, nelle loro esistenze, ciò che la società ha artificialmente diviso. La distinzione tra privato e pubblico — con l’assegnazione delle donne al primo e degli uomini al secondo — è stata (ed è ancora in gran parte) un caposaldo della costruzione patriarcale della cittadinanza. Il concetto di “doppia presenza” è stato uno di quelli che ha provato — e ci è riuscito — a dargli uno scossone.

Usava la metafora del patchwork, che aveva imparato ad apprezzare negli Stati Uniti. L’arte di raccogliere frammenti e cucirli in qualcosa di nuovo è stata anche una chiave del suo modo di pensare. Non è tanto importante imparare sempre nel corso della vita, quanto disimparare: abbandonare pensieri, intuizioni, visioni del mondo che non tengono il ritmo del cambiamento, della storia.

Quando l’Italia non era ancora il paese che sarebbe diventato, Balbo aveva già capito che il razzismo sarebbe stato uno dei problemi centrali. Lo aveva visto arrivare — e aveva costruito strumenti per affrontarlo. Negli anni Novanta pubblica, con Luigi Manconi, I razzismi reali, (Feltrinelli 1992),  continuando a interrogare le forme quotidiane del razzismo europeo. Il suo sguardo si spostava sempre: non “gli altri”, ma “noi”, le nostre resistenze, le nostre paure, la difficoltà di cambiare.

Un pensiero che oggi chiameremmo intersezionale: genere, razza, orientamento sessuale come dimensioni intrecciate, mai separabili. Di sé, una volta, durante un’iniziativa pubblica a cui ho partecipato, aveva detto che gli ingredienti della sua vita erano stati una salute di ferro, nervi d’acciaio e un marito d’oro. Mi aveva fatto sorridere, a specchio di quel suo sorriso acuto che oggi è in tutte le foto che la ricordano.






Newsletter