Le in-Credibili

Voci fragili dell’infanzia dentro i giochi del potere patriarcale

Le in-Credibili
Le in-Credibili

La vicenda della piccola Stella — la bambina di Monteverde prelevata in classe dalle forze dell’ordine e condotta presso il padre nonostante una pregressa denuncia della madre per maltrattamenti — ha colpito profondamente il Paese, perché dentro quell’immagine c’è qualcosa che riguarda tutti: l’irruzione della forza adulta nel territorio fragile e inviolabile dell’infanzia. Eppure, per molte donne, quella scena non è un’eccezione. È un copione.

Anni fa accadde anche a me. Una professionista, giornalista, madre di tre figli. Una donna colta, economicamente indipendente, abituata a usare le parole come strumenti di comprensione e non di guerra. Avevo denunciato, avevo cercato tutela, avevo fatto ciò che alle donne si chiede sempre di fare: rivolgersi alle istituzioni, confidare nella giustizia, proteggere i figli senza sottrarli all’altro genitore. Ma a un certo punto, quasi impercettibilmente, il fuoco si spostò. Non più sui comportamenti dell’uomo, non più sulla sofferenza dei bambini, ma su di me.

La domanda implicita divenne: che madre è una donna che si oppone? Che donna è una madre che non tace? Che persona è una femmina che colpisce per difendersi?  Fu allora che attorno a me cominciarono ad addensarsi parole ambigue, elastiche, pericolose proprio perché prive di contorni netti: conflittualità, ostatività, simbiosi, manipolazione. E soprattutto quell’ombra lunga chiamata PAS — la cosiddetta Sindrome di Alienazione Parentale — teoria priva di riconoscimento scientifico, rigettata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, eppure ancora oggi capace di riaffacciarsi nei tribunali sotto nomi diversi, travestita da neutralità tecnica, da linguaggio specialistico, da tutela della bigenitorialità.

La PAS non è stata soltanto una teoria. È stata, per molte donne, una grammatica del sospetto. Un dispositivo culturale attraverso cui il dolore femminile veniva reinterpretato come isteria, la paura come manipolazione, la protezione materna come possesso. In nome di un principio sacrosanto — il diritto dei figli ad avere due genitori — si è spesso finito per cancellare una verità elementare: non tutte le relazioni sono simmetriche, non tutti i conflitti nascono sullo stesso piano, e non sempre la mediazione è possibile quando c’è stata violenza, sopraffazione o paura.

La sociologa Eva Illouz ha scritto che “le emozioni non sono mai soltanto private: riflettono sempre rapporti di potere”. ed è forse qui il nodo più profondo della questione. Perché ciò che accade a molte donne nei procedimenti di affido non può essere letto soltanto come una somma di casi individuali o di errori giudiziari. Esiste una dimensione strutturale, culturale, persino simbolica. Una società patriarcale non si limita infatti a esercitare il potere attraverso la forza esplicita; più spesso lo fa producendo narrazioni che stabiliscono chi sia credibile e chi no, chi venga percepito come equilibrato e chi come eccessivo, chi abbia diritto alla rabbia e chi debba invece restare composta, conciliativa, materna.

Così io stessa mi ritrovai progressivamente trasformata da madre affidabile – avevo da anni l’ affido esclusivo dei primi due figli –in figura “problematica”, da persona che chiedeva ascolto e sostegno a soggetto da correggere. Mi venne attribuita una presunta “pericolosità sociale”, formula gelida, quasi burocratica, che pure ha il potere devastante di separare una madre dai propri figli senza bisogno di sbarre né di processi esemplari. Bastano relazioni tecniche, consulenze opache, interpretazioni orientate. Basta insinuare che una donna “condizioni” i figli perché il suo racconto perda consistenza e il suo legame materno venga osservato con diffidenza. In questo senso, la retorica della madre alienante ha funzionato spesso come una sofisticata forma di disciplinamento femminile. Non punisce soltanto ciò che una donna fa, ma ciò che rappresenta: una soggettività autonoma, capace di interrompere la subordinazione, di nominare la violenza, di sottrarsi. E allora il conflitto viene depoliticizzato, trasformato in patologia relazionale, quasi che ogni denuncia femminile dovesse necessariamente nascondere un risentimento personale e non, talvolta, un’esperienza concreta di sopraffazione.

Succede allora qualcosa di terribile: i bambini smettono di essere considerati persone da ascoltare e diventano terreno conteso su cui misurare l’autorità degli adulti. Se piangono, sono manipolati. Se rifiutano un genitore, qualcuno suggerisce che quel rifiuto non possa appartenere davvero a loro. La loro parola viene sospesa, reinterpretata, talvolta annullata. Nel racconto pubblico, queste storie vengono spesso descritte come “guerre tra ex”. Ma è una definizione che semplifica e assolve. Perché qui non si tratta di separazioni conflittuali nel senso comune del termine. Si tratta piuttosto di un sistema culturale che ancora fatica a concepire che una donna possa interrompere un rapporto senza essere punita per questo. E la punizione, oggi, raramente assume le forme brutali del passato. È più sofisticata. Più istituzionale. Passa attraverso il dubbio gettato sulla credibilità femminile, attraverso l’idea che una madre troppo determinata, troppo lucida, troppo resistente, debba necessariamente nascondere un’intenzione ostile.

Giornaliste, scrittrici, esperte e associazioni che seguono queste vicende hanno denunciato che Alba — nome di fantasia della bambina di Padova — sarebbe stata prelevata a scuola dai servizi sociali e collocata presso il padre, nonostante avesse riferito episodi di abuso sessuale da parte del nonno paterno e avesse espresso il proprio disagio attraverso disegni e racconti ritenuti coerenti e specifici. Si sostiene inoltre che il provvedimento si sia fondato su una consulenza tecnica riconducibile, almeno in parte, ai paradigmi dell’alienazione parentale, nonostante tali impostazioni siano state ampiamente contestate sul piano scientifico e giuridico.

Analogamente, Stella — la bambina di Monteverde — sarebbe stata allontanata dalla madre a seguito di un ordine di protezione disposto inaudita altera parte, mentre pende ancora un procedimento nel quale il padre risulta rinviato a giudizio per lesioni aggravate. Anche qui compaiono disegni, racconti infantili, manifestazioni di paura. Anche qui ritorna la sensazione che la voce della bambina venga filtrata attraverso categorie adulte che tendono a reinterpretarla anziché ascoltarla.

Le vicende di Alba e Stella assumono un significato che supera i singoli fascicoli giudiziari. Non sono soltanto due casi. Sono il punto in cui il linguaggio della tutela rischia di rovesciarsi nel suo contrario: due bambine di cinque e sei anni, due infanzie attraversate da racconti di paura, due madri trasformate progressivamente da figure di protezione in presenze sospette. E ancora una volta il baricentro sembra spostarsi: non più sull’accertamento rigoroso delle violenze denunciate, ma sulla credibilità di chi le denuncia. Naturalmente, ogni vicenda giudiziaria richiede prudenza. Esistono atti che l’opinione pubblica non conosce, e il principio di garanzia impone cautela nei giudizi definitivi. Ma proprio per questo, quando si interviene sulla vita di minori con misure tanto traumatiche e irreversibili sul piano emotivo, dovrebbe prevalere un criterio di massima attenzione, soprattutto in presenza di accuse di abuso, maltrattamento o violenza domestica.

Il punto più doloroso, forse, è proprio questo: vedere trasformato l’amore di cura in prova d’accusa. Perché ciò che viene sottratto a queste donne non è soltanto il tempo con i figli. È l’autorità morale del loro legame. È il diritto di essere credute quando raccontano la paura. È la possibilità di continuare a sentirsi madri senza dover dimostrare, ogni giorno, di non essere mostri.

Eppure, nonostante tutto, continuano a parlare. Non per vendetta. Non per rivalsa personale. Ma perché il silenzio, in questi casi, diventa complicità culturale. Raccontare queste storie significa allora restituire complessità a ciò che troppo spesso viene ridotto a pratica giudiziaria. Significa ricordare che dietro ogni fascicolo ci sono corpi, infanzie, notti insonni, bambini che non comprendono perché l’amore debba assumere la forma di un ordine esecutivo.

La lettera rivolta ai ministri della Giustizia e della Salute nasce precisamente da qui: dalla convinzione che lo Stato non possa limitarsi a invocare astrattamente la bigenitorialità senza interrogarsi sulle concrete condizioni di sicurezza e protezione dei minori coinvolti. Le firmatarie parlano apertamente di stereotipi culturali ancora presenti nei procedimenti familiari, di consulenze che ripropongono in forme aggiornate teorie screditate, di insufficiente ascolto dei bambini, di interventi coercitivi che rischiano di produrre traumi profondi e duraturi. Colpisce soprattutto un passaggio: «Ogni futura conseguenza derivante dall’omessa protezione di queste bambine interroga direttamente le responsabilità di chi aveva il dovere di ascoltare, approfondire e proteggere». È una frase dura, ma che richiama un principio essenziale in ogni democrazia: il potere istituzionale non è mai neutro quando interviene sull’infanzia. Ogni decisione presa su un bambino lascia tracce emotive, simboliche, relazionali che possono accompagnarlo per tutta la vita.

E significa soprattutto continuare a porre una domanda scomoda ma necessaria: quante volte, nel nome astratto della bigenitorialità, si è finito per ignorare la realtà concreta della violenza?






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