Le parole per dirla

Propongo uno stralcio dall’introduzione ancora terribilmente attuale al mio libro Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista

Le parole per dirla

04 Aprile 2025

Pubblicato da: www.manifestolibri.it

il: 31/12/2023


Pensare la guerra, lottare per la pace, titolo del testo sulla guerra in Ucraina, è il filo rosso che lega gli scritti che ho voluto raccogliere per dare conto di un percorso di riflessione iniziato nel 1999. Pensare la guerra era allora, e tanto più lo è oggi con la guerra in Ucraina in corso, necessario quanto arduo. Richiede di sottrarsi alla messa in scena quotidiana della guerra nei media, alla retorica del discorso pubblico e alla confusione tra fatti e valori di cui è intriso, tale da rendere difficile la comprensione degli eventi, delle cause e dei possibili esiti della guerra.

Restando al presente, la guerra si è impadronita velocemente delle menti e questo è il primo grave danno da contrastare. Nel volgere di giorni, non già di mesi, il suo ritorno sulla scena è divenuto normale, con la conseguente riduzione della lettura e del «che fare» alla contrapposizione amico/nemico. Nei commenti sulla guerra in Ucraina, mi ha colpito l’insistita ripetizione sul ritorno della guerra in Europa dopo più di settant’anni. Rimuovendo – strumentalmente? – il fatto che la guerra in Europa era tornata già dopo l’89. Penso in particolare ai conflitti nell’ex Jugoslavia che hanno coinvolto l’Italia. E hanno anticipato molti aspetti delle guerre a base etnico-nazionalista che si sono succedute in diverse aree del mondo, alcune delle quali sono tuttora in corso. Quella dichiarazione di ritorno è significativa su un duplice versante. Serve da un lato ad attribuirne l’intera responsabilità alla Russia di Putin; e dall’altro ad affermare che la vera guerra è quella fra l’ex Impero sovietico e l’Occidente. Le guerre che hanno preceduto quella in corso in Ucraina sono considerate «locali», anche se sono state condotte dalla Nato e hanno coinvolto direttamente l’Italia. […]

La prima essenziale condizione per affrontare questo scenario è sottrarsi al fondamentalismo etico, trasformando i complessi problemi strategici geopolitici in una lotta contro il «male assoluto». Per questo è importante ricordare il recente trentennio di guerre, contrassegnato proprio dal ricorso al concetto di «guerra giusta»: dalla dottrina della «guerra preventiva» contro l’Iraq di Saddam, alla «guerra umanitaria» in Kosovo, alla guerra per «liberare le donne» dall’oscurantismo dei talebani in Afghanistan. Nello «scontro di civiltà» si annullano le differenze di tradizioni, storie, identità politiche che attraversano l’Occidente, tutte emerse nelle guerre del dopo ‘89, in particolare nelle guerre dei Balcani. Non può sorprendere che a questa idea omogenea, e a ben vedere ristretta, di Occidente venga contrapposta un’idea di Oriente, altrettanto identitaria e integralista, ristretta alla Russia. A fronte di questo rinnovato dualismo, basato sulla reciproca costruzione del nemico, sempre più identificato come Male assoluto, andrebbe opposta la scelta, del tutto estranea alla logica identitaria, della pluralità delle differenze. Solo assumendo la pluralità complessa di cui è intessuta l’Europa, per storia, tradizioni e condizioni attuali, è possibile costruire un’Europa unitaria. Riconoscere la pluralità dei soggetti, delle culture e degli strumenti che consentono la convivenza e la soluzione dei conflitti è l’opposto della loro affermazione autarchica. Si avvale della disponibilità ad aprirsi all’altro, a scambiarsi saperi ed esperienze, a cercare insieme le risposte ai problemi.

Personalmente ho avvertito il bisogno urgente di pensare da femminista la guerra a fronte della partecipazione femminile e femminista alla «Missione umanitaria» della Nato in Kosovo nel 1999.[…] Già allora ero convinta che tutte e tutti avremmo dovuto a lungo interrogarci su quella guerra, sulle sue motivazioni e interpretazioni, come sugli effetti durevoli che avrebbe avuto. Tra questi uno dei più importanti, che si ripresenta acuito nella guerra in Ucraina, è lo slittamento di significato di larga parte del vocabolario politico costitutivo della cultura europea a partire dall’ossimoro «guerra umanitaria»: uccidere e distruggere vite umane in nome del bene assoluto dell’umanità universale. L’ossimoro propone il ricorso alle armi come scelta eticamente obbligata: un modo doloroso ma necessario di perseguire il bene; da qui la denominazione di «Missione umanitaria» nel Kosovo. Ma dietro la motivazione idealistica dei valori, la guerra ripropone sempre le ragioni realistiche degli Stati nazionali, degli interessi economici e militari di controllo su popoli e territori. La prima azione, quindi, è dare una rappresentazione della realtà differente da quella mediatica, talmente pervasiva da stigmatizzare come collusione con il nemico la sola possibilità di un’idea o un giudizio difforme. Parole che sentiamo risuonare costantemente, quali nazione, popolo, democrazia, libertà, giustizia sono diventate «parole omicide», sono talmente gonfie di sangue e di lacrime da essere screditate. Il lavoro sul linguaggio, per Simone Weil, è condizione essenziale per «preservare vite umane».

La prima parola di cui recuperare il significato è proprio «guerra» dal momento che non viene adottata dai soggetti del conflitto. Per Putin l’aggressione all’Ucraina è «un’operazione militare speciale», per i paesi della Nato si tratta di «aiuti», solo Zelensky, in nome del popolo aggredito, parla legittimamente di guerra […] Non nominare la guerra serve, invece, a lasciare indefinito, quindi arbitrario quando, se e come (con quali procedure note e verificabili) si può decidere che è necessario ricorrere alla guerra. Serve cioè a tenersi le mani libere.[…]

 Perché, mi chiedo, dovremmo combattere il dominio, la violenza e la guerra facendo nostra la sua logica? Non è forse questo il terreno più congeniale al riprodursi del dominio stesso? Non è più efficace «muoversi su un altro piano», come ha fatto e continua e fare il femminismo? Non possiamo immaginare e realizzare altre pratiche per una differente politica? […] La riduzione della politica a rapporti di forza basati sull’opposizione amico/nemico impedisce di vedere che nella realtà c’è altro, che sono le relazioni di reciproca dipendenza a renderla vivibile. Solo se riconduciamo le differenti condizioni di vita nelle diverse aree del mondo alla comune vulnerabilità, possiamo stabilire alleanze durevoli contro la supremazia e il ricorso alla violenza. Vulnerabilità, relazioni, interdipendenza sono al centro della politica femminista. E la fine della guerra, ovvero della logica dei rapporti di forza, della contrapposizione amico-nemico, è parte del conflitto politico contro i sistemi patriarcali. È un conflitto che vede oggi in primo piano le donne iraniane, afghane, palestinesi, curde ma che attraversa, con intensità e modalità diverse, tutti i paesi. […]






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