Le parole
sono campi di battaglia

Prendiamo parola pubblica verso e oltre il 25N

Le parole sono campi di battaglia
editoriale 25N

21 Novembre 2025

Qual è la strategia politica delle destre?

Scagliarsi contro l’autodeterminazione dei corpi, i consultori, il diritto all’aborto sicuro impedendo l’accesso alla 194 con l’obiezione di coscienza.

Avventarsi contro il lavoro, quando siamo a reddito sempre più basso, più precario, più razializzato, con la narrazione di «fannullon3» che scioperano di venerdì per fare il ponte lungo.

Ridurre a lumicino il welfare sfruttando la denegata riproduzione sociale (quando le donne a separarsi ci guadagnano un’ora e mezza di libertà al giorno).

Alimentare la violenza osteggiando l’educazione sentimentale e alle relazioni nelle scuole, neanche fossimo in Polonia (UE) dove squadristi maschi fotografano le ragazze per strada per accusarle poi sui social di essere «succinte»; inzeppando di pro vita gli ospedali, demonizzando i diritti LGBTQAI+.

Il tutto infuocato da un linguaggio vilipeso.

Il linguaggio è la forma della vita umana: il modo in cui amiamo, litighiamo, esistiamo. Non è uno strumento, non serve a comunicare. È inseparabile da noi. Lo sanno i femminismi che le parole non sono innocenti ma campi di battaglia. Inventare parole, lo facciamo da decenni, che riguardano il modo in cui viviamo per costituire nuove comunità politiche, è la nostra forma di lotta.

Il contrattacco è continuare a stanare stereotipi vecchi e nuovi, sempre. Abbiamo bisogno di libertà per discussioni furibonde, di disubbidire a ogni ennesimo rigurgito di oppressione, di sabotare le parole che negano i corpi. Di amicizie con cui abitare gli spazi. Le parole servono a pensarci. Siamo noi le nostre parole.

Nelle azioni contro i corpi la dimensione comunicativa del crimine è enormemente maggiore di quella strumentale (Segato) perché la maschilità deve dimostrare a sé stessa la capacità di dominare un corpo di donna tanto quanto un territorio. Il femminicidio è, dunque, sempre delitto di potere per eccellenza, lo dice la giudice Travaglini, tanto che il racconto dei femminicidi deve essere trattato come quello dei delitti di mafia (che affronta la presenza del clan in un contesto territoriale) se si vuole dare una corretta lettura del fenomeno criminale. Invece ancora leggiamo nei media, ma più grave nelle sentenze, parole come: rabbia momentanea, Impeto, gelosia, frustrazione, disagio psichiatrico, non può escludersi che… Tutte parole che rafforzano la riduzione del crimine a fatto accidentale e privato.

Sostituire le parole nei media e nelle sentenze, è il nostro impegno quotidiano e, in questo senso, anche la nuova fattispecie «femminicidio» può essere d’aiuto, perché qualche parola comincia a fornirla: odio, possesso, dominio, controllo, … sono parole che incarnano uomini prevaricanti, che discriminano, che agiscono il sopruso di potere. Definiscono i violenti, i femminicidi.

Il linguaggio non si inventa. Ma padroneggia in politica, e sui social si amplifica.

Solo 4 italiani su 10 conoscono forme di abuso come l’estorsione che sfrutta immagini intime (sextortion) e la diffusione online di informazioni private e sensibili (doxing). Solo 6 su 10 immaginano che la crescita professionale delle donne è ostacolata anche dalla violenza di genere online in ambito lavorativo perché la paura provoca perdita di concentrazione, autocensura e limitazione della presenza on line fino all’abbandono del posto di lavoro.

Quindi i nostri corpi devono essere nominati, liberi e sicuri in tutti gli spazi che abitiamo. E lo spazio di parola pubblica, politica, non può fare eccezione.






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