Le «perline» Immagini di una lotta.

«Sorelle d’Italia» In mostra a Bologna la vertenza delle lavoratrici de La Perla iniziata due anni fa

Le «perline» Immagini di una lotta.
perline

30 Aprile 2025

Incontro Valentina Vermicelli, lavoratrice del gruppo La Perla di Bologna che assieme alle sue compagne porta avanti da circa due anni una battaglia per la salvaguardia dei propri posti di lavoro e per la tutela dei propri diritti di donne lavoratrici. ribattezzate le “perline” hanno elaborato nel tempo forme originali di mobilitazione e pratiche inedite di sensibilizzazione capaci di superare la dimensione locale e di mostrare la specificità di un pensare e un agire collettivo che segue forme nuove di radicamento e disseminazione.

Sorelle d’Italia. Il lusso di resistere, la mostra fotografica itinerante  inaugurata in Biblioteca Salaborsa nel cuore della città di Bologna (24/2-15/3/2025), rappresenta chiaramente il segnale dell’ampliarsi del perimetro teorico e pratico di ricaduta di questa complessa vicenda.

 

 

Ritratto di Pierangela Cernera detta Piera, da Sorelle d’Italia, 2024, ©Matilde Piazzi e Nadia Del Frate

Partiamo dalla fine: l’esperienza di Sorelle d’Italia, il lusso di resistere che è una mostra fotografica dedicata a voi come gruppo di lavoratrici in lotta e al diritto al lavoro come fondamento della nostra democrazia. Come nasce l’idea di questa mostra inaugurata in Biblioteca Salaborsa a Bologna? Ti chiedo anche se per caso la mostra è itinerante, andrà in altri luoghi, avete già avuto dei contatti? Anche questo penso possa essere un elemento molto interessante per chi ci legge per comprendere la generatività delle vostre azioni.

L’idea non è nata da noi, è nata da due fotografe, Matilde Piazzi e Nadia Del Frate che collaboravano con noi per fare le foto del settore e-commerce dell’azienda. Questo aspetto è importante perché mostra come quest’esperienza abbia unito sia le lavoratrici che i lavoratori  diretti della Perla, ma anche il cosiddetto indotto, cha ha avuto un danno significativo diminuendo gli introiti.
Sul momento noi siamo rimaste un po’ sorprese dalla proposta di fotografarci perché nessuna di noi aveva intenzione di esporsi o di fare la prima donna. In realtà, il progetto che ci hanno proposto era diverso da un fotoreportage di donne che avrebbe potuto mettere in difficoltà molte di noi, ma aveva una connotazione più propositiva, cioè di dimostrare la dignità, la forza e l’unione delle donne.
Quindi è nata questa collaborazione che inizialmente doveva essere finalizzata soltanto a scattare delle foto ma poi a mano a mano che abbiamo cominciato a fare queste sedute fotografiche in piccoli gruppetti, ci siamo lasciate andare al punto che abbiamo realizzato anche un video. Dovevamo pensare a una frase sul perché portiamo avanti questa lotta. Diciamo che il progetto si è alimentato nel tempo, ci siamo sempre più conosciute fra di noi e con le fotografe che sono diventate veramente nostre perline cioè, siamo diventate sorelle. La mostra in Sala Borsa è stata un evento bellissimo, emozionante, che ci ha permesso di far vedere a tutti la nostra lotta e il suo perché. La mostra ha avuto un grande successo, è già stata alla Camera del Lavoro CGIL di Bologna e dal 1° maggio alcune foto ritratto saranno esposte al Dumbo a Bologna all’interno della mostra collettiva “Al Lavoro”  dedicata proprio a questo tema centrale.
L’immagine manifesto della mostra è stata selezionata tra le 20 fotografie vincitrici del premio internazionale Female in Focus 2024 promosso da British Journal of Photography in collaborazione con Nikon. Per la prima volta, poi, il pubblico è stato invitato a votare la fotografia che gli risuonava di più e il “Ritratto di Pierangela, detta Piera” è stata la foto più votata, conseguendo anche il “People’s Choice Award”. La foto adesso è esposta a Londra presso la 1014 Gallery e dal 26 giugno sarà esposta alla “Glasgow Gallery of Photography”.

L’immagine manifesto ha ricevuto molti riconoscimenti ma il fatto che sia approdata a Londra ci ha rese molto contente perché tutto nasce da Londra: a Londra c’è ancora il nostro marchio, a Londra c’è la sede legale dell’azienda; quindi, è un po’ un modo di portare la nostra lotta anche in territorio inglese dove tutto è nato dal momento che è stato l’erario inglese a portare in liquidazione la casa madre. Possiamo dire che da un niente, da delle semplici lavoratrici che fanno confusione davanti a un’azienda per difendere il loro posto di lavoro, siamo sbarcate oltremanica.

Vorrei parlare proprio di questo aspetto che trovo molto interessante. Siete partite con una forma di lotta tra virgolette tradizionale, anche, se vogliamo, molto legata alle modalità del protestare maschili che sono proprie del sindacato.

C’è qualcosa di diverso perché pur essendo partite dal sindacato e con il sostegno dei sindacati rispetto a tante altre lotte la nostra è sempre stata una forma di lotta diversa. Non abbiamo mai fatto slogan canonici, abbiamo scelto una chiave ironica e abbiamo ideato, creato e costruito simboli come il mega reggiseno che ha girato le piazze, arrivando anche davanti ai ministeri. Insomma è più facile vedere dei fumogeni davanti ai ministeri che un reggiseno enorme.

Poi abbiamo sempre scritto canzoni: abbiamo un canzoniere di circa settanta tracce, nate nel tempo e che segnano sempre i passaggi cruciali delle vertenze.
Una delle più recenti era Comprami, quando è uscito il bando di acquisto. Nel solco della tradizione abbiamo cambiato la canzone La Lega (storico canto delle mondine) mettendoci in dialogo con una storia di donne e lavoro. Così è avvenuto anche per il nostro simbolo, le donne che si tengono per mano: utilizzato nei nostri cartelloni accanto alla scritta: “non siamo numeri ma persone”. Usare la parola persona vuol dire identificare una dignità, un vissuto, una vita anche al di fuori dell’azienda, Quindi sei una persona, hai i tuoi interessi, hai la tua famiglia, hai altro oltre alla posizione lavorativa e soprattutto hai dignità, non sei un numero astratto e vuoto.

Anche il simbolo segna un passaggio della nostra vicenda: nasce nel momento della prima udienza, quando abbiamo realizzato un banchetto davanti al Tribunale di Bologna. Abbiamo esposto le magliette create appositamente con l’immagine delle donne ritagliate nel pizzo e accompagnate da cartoline che spiegavano la nostra vertenza.

Questo simbolo che è diventato il nostro manifesto, ha preso piede, è piaciuto molto. nel tempo poi ci siamo organizzate e abbiamo continuato a fare banchetti e a partecipare a iniziative per sostenere la nostra vertenza ma soprattutto per spiegarla. A differenza di tante aziende, infatti, nel nostro caso non hanno detto “vi chiudiamo perché de-localizziamo”, vi chiudiamo “perché siete troppe” o “vi licenziamo”. Si è semplicemente deciso di non investire più: quindi piano piano nel corso degli anni l’azienda è stata letteralmente spenta. Negli ultimi mesi non avevamo la posta elettronica, non avevamo i server perché non erano stati pagati, non avevamo le pulizie, non avevamo il medico, non avevamo l’assicurazione per non dire che non venivano pagate le normali utenze. Si è trattato di mera acquisizione di un marchio senza alcun interesse alla produzione reale legata a quel marchio. Per noi era essenziale avere l’occasione di spiegarlo all’esterno, per far emergere il grosso problema dei fondi speculativi che ormai prendono tutte le aziende italiane di un certo livello con un nome di prestigio o del made in Italy.

Il fatto che, come hai detto anche prima, voi siate partite da una lotta locale, molto locale – la Perla è sicuramente un marchio con una risonanza internazionale – ma tutto sommato, prima che accadesse tutto questo, che la Perla fosse a Bologna non era certamente una percezione diffusa. Voi siete partite dal vostro radicamento sul territorio. Hai detto che avere questa foto premiata a Londra vuol dire in qualche modo recapitare un messaggio diretto a chi ha determinato questo disastro.Ti chiedo, quando vi siete accorte che la vostra lotta stava diventando internazionale?

Subito a gennaio 2024 siamo andate a Bruxelles ricevute da europarlamentari italiani per sensibilizzare l’Istituzione in merito alla nostra vertenza e al danno dei fondi speculativi che stanno portando a livello economico poi, a livello nazionale con la puntata di Presa diretta a metà marzo.

In quell’occasione ci ha notato sia Altra qualità di Ferrara che si occupa di promuovere produzioni etiche, ma ci ha notato anche la sezione ANPI di Volpedo in provincia di Alessandria. Noi siamo rimaste stupite perché loro hanno visto in noi la rappresentazione contemporanea de Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo e ci hanno invitato ad andare a trovarli. Abbiamo avuto un’accoglienza bellissima, un paesino piccolino quasi semi sconosciuto ma con una grandissima attenzione alla comunità. Siamo state presenti nel giorno del mercato biologico e abbiamo potuto parlare con le persone. Ci siamo trovate di fronte a una realtà che vive sul territorio con grandissima fatica ma che con dignità cerca di riappropriarsene e di farlo andare avanti attraverso  piccole cooperative che trattano il biologico. Anche in questo caso c’è un contatto immediato, come un riconoscersi negli intenti: come quando ti guardi allo specchio e dici abbiamo gli stessi, non tanto ideali, ma proprio propositi. Ed è stato bello perché proprio mentre eravamo lì è arrivata la notizia della messa in amministrazione straordinaria della Manufacturing per cui ha anche segnato un punto molto importante di tutta la vicenda. Dopodiché abbiamo girato un po’ ovunque tra Bologna e provincia perché per noi è importante non tanto che sia il luogo giusto, ma fermare la gente per la strada e raccontare la nostra storia.

Dalla collaborazione con Altra qualità di Ferrara invece le nostre magliette sono sia nelle loro rete di Botteghe solidali in tutta Italia che sul loro sito.

Torno alla mostra perché il titolo inequivocabilmente ha fatto pensare anche ad altro.
Siamo in una stagione politica molto buia e sicuramente nel vostro Sorelle d’Italia molte persone hanno letto una parafrasi e un capovolgimento ironico dei Fratelli d’Italia che è il partito al governo.

Rispetto a questo ricordo che la nostra mobilitazione è nata prima dell’avvento di questo governo, ha avuto fasi alterne ed è stata ed è ancora lunga. Diciamo che il titolo non voleva e non vuole avere riferimenti politici, ma semplicemente identificare la sorellanza e l’unione delle donne. Il fatto di una maggiore attenzione nel porsi sullo spazio pubblico, sulle piazze, l’abbiamo sentita da subito perché, quando noi uscivamo davanti all’azienda a manifestare abbiamo sempre avuto molta attenzione a non fornire il cavillo che ci mettesse nella condizione di non poter fare più nemmeno questo.

Comunque la situazione è cambiata e si sente. Si  ha sempre il timore di dire una parola di troppo o che le parole e le frasi vengano male interpretate. Anche perché nel nostro caso non si tratta di dare contro a una fazione politica o meno, semplicemente stiamo chiedendo di lavorare, cosa che lo Stato ci dovrebbe assolutamente consentire. E le responsabilità sono a carico di politiche di governo sbagliate attuali e precedenti: a questo punto ci siamo arrivate perché tante cose sono state lasciate andare  goccia a goccia.
La cosa che dà molto fastidio è una percezione del tempo completamente diversa tra chi lotta e le istituzioni e la burocrazia. Questa è una ferita che vivi sul tuo quotidiano. Faccio un esempio: noi abbiamo cominciato a chiedere un incontro al MIMIT a maggio del 2023 quando erano già stati allertati gli enti locali. Il 5 agosto ci è stato dato un primo appuntamento che è saltato. Il 10 agosto non è arrivato lo stipendio quindi ci hanno confermato l’incontro per il 5 settembre.  Dal 5 settembre si è arrivati a un altro incontro a marzo 2024 per definire gli ammortizzatori sociali.
E’ stato più veloce andare al Parlamento Europeo che al Ministero competente in Italia.

A me interessa molto anche come siete cresciute voi dentro questa lotta. Siete tutte lavoratrici, con un’alfabetizzazione sui diritti del lavoro più o meno presente forse anche in relazione alle generazioni e alle biografie. So che nel tuo caso c’è forte consapevolezza, raccogli un’eredità di famiglia importante, però magari non tutte quelle che partecipano alla lotta avevano questo passato, questo DNA. Come siete cresciute dentro questa esperienza, anche dal punto di vista della vostra consapevolezza, rispetto appunto alla sorellanza, ma anche nel fare la differenza proprio in quanto insieme e non singole di fronte a quello che accadeva?

Sicuramente una grande spinta ce l’hanno data le due sindacaliste che anno preso a mano la vertenza (Stefania Pisani segretaria generale Filctem-CGIL e Mariangela Occhiali funzionaria Uiltec) che si sono veramente sempre messe al nostro fianco. Hanno fatto loro la nostra battaglia perché l’hanno sentita viva, in prima persona. Dal movimento è nata poi l’associazione Unicheunite di cui siamo ventiquattro socie fondatrici. Ci sono quelle più sindacalizzate, c’è  chi ha voluto partecipare un po’ più in prima linea, altre che avrebbero voluto partecipare ma avevano delle situazioni  familiari per cui hanno dovuto lasciare la lotta. Di base però ci siamo rese conto che potevamo essere  promotrici di un movimento, di una denuncia. E quindi ci siamo impegnate. Dopo aver sentito lavoratrici e lavoratori della GKN mi rendo conto di avere ancora molto da imparare sulle norme relative al mondo del lavoro, ad esempio. Sono stati molto bravi e c’è da dire che arrivavano già da una realtà all’interno della fabbrica molto attiva a livello sindacale. Anche noi abbiamo sempre avuto una buona rappresentanza sindacale, tant’è che le nostre lotte le abbiamo sempre fatte ma quello che abbiamo raggiunto oggi è l’esito di un processo di consapevolezza e crescita.
L’unione tra noi inizialmente si è concretizzata con il trascorre del tempo assieme come persone che stanno vivendo lo stesso periodo di crisi. E questo ci ha unite nei pensieri, nelle idee, nel come immaginiamo  una società dove, comunque, la donna deve avere pari diritti e pari opportunità. In particolare per noi i diritti del lavoro che non devono smettere di essere tutelati e sempre salvaguardati.

Alla sorellanza tu sei arrivata adesso, in maniera autonoma e attraverso la tua esperienza con le altre. Come ti spieghi questo passaggio in questa fase della vostra lotta?

Sì, sicuramente partirei dal fatto che l’azienda è un’azienda femminile, dove comunque agisce lo stereotipo che le donne tutte assieme non possono lavorare. In realtà non è vero, ci sono simpatie e antipatie personali indipendenti dal genere. La sorellanza è emersa quando mi sono voluta creare e impegnare per me stessa e ho scoperto – forse lo sapevo già – che probabilmente avevo lasciato alcuni interessi perché non sapevo dove andarli a collocare nella mia vita. Una volta che hai lasciato, come avevo lasciato io da un po’, il partito e l’attivismo, non sapevo più dove andare a cercare. Questa lotta  invece l’ho sentita veramente sulla mia pelle e tuttavia non è una lotta solo per il nostro lavoro, è una lotta per il diritto al lavoro in generale e delle donne, per un’equità e anche per mantenere un patrimonio di competenze di un’attività lavorativa che comunque sul territorio italiano sta venendo meno. Non vorrei passasse, quello che a volte ci dicono: siete le sartine. No, non siamo le sartine. Questo è quello che faccio di mestiere, è un lavoro. Abbiamo comunque bisogno di  vestirci e di comprare un abito: non esiste un lavoro che non ha più senso d’essere rispettato di altri.

C’è una parola ricorrente nella nostra chiacchierata: la parola comunità. Il senso di questo numero sulle intelligenze collettive è anche dirsi come possiamo salvare le nostre comunità in un contesto dove sembra prevalere un’individualismo sfrenato.
Nella vostra lotta siete andate in giro, avete raccontato la vostra storia, avete attraversato contesti diversi, istituzionali e non: come stanno le comunità in Italia?

Le comunità ci sono e fanno tantissima fatica, perché vengono sempre considerate allo stesso modo: i classici movimenti di sinistra che sono contro tutto e quindi sono fuori dal tempo. A livello territoriale non sempre vengono sostenute perché probabilmente è vero, hanno fondamenti ideologici diversi dalla gestione delle istituzioni, però sono basilari. Per questo si considera un bene che rimangano in un angolo, così che le attività o le manifestazioni, gli incontri da loro organizzati che possono essere di interesse per tutti ,non vengono pubblicizzati o comunque vengono bistrattati e minimizzati riducendo le occasioni di confronto. Invece avere la possibilità di confrontarsi è basilare. Perché le comunità offrono degli spazi concreti,  delle occasioni fisiche di parola.

Ultima battuta: tu sei quella con la forbice nella foto, e allora ti chiedo dimmi in una parola cosa vorresti tagliare via in questo momento?

La prima parola che mi è venuta è disuguaglianze: non se ne può più, è una condizione molto universale, riguarda il rapporto uomo-donna, riguarda il reddito, riguarda ricchezza e povertà, ma anche l’inclinazione e l’identità  sessuale: insomma basta, siamo tutti uguali nelle nostre differenze.

Ritratto di Valentina Vermicelli da Sorelle d’Italia, 2024, ©Matilde Piazzi e Nadia Del Frate





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