Le ragazze stanno bene?

Le parole del romanzo per riflettere sulle soluzioni in momenti di crisi

Le ragazze stanno bene?

04 Aprile 2025

«Il modo in cui pensiamo al passato determina ciò che riteniamo possibile nel presente.

[…] Possiamo pensare e immaginare noi stessi in un modo diverso, dopo aver compreso su che cosa abbiamo fondato le nostre idee».

Naomi Alderman, Ragazze Elettriche

Il 24 febbraio 2022, l’invasione russa dell’Ucraina ha segnato l’inizio di un conflitto su vasta scala che ha fatto risvegliare l’Europa dalla sua pace illusoria. Una pace apparente e di memoria corta, dimentica del fatto che i conflitti interni tra gli ex membri dell’Unione Sovietica e le numerose guerre civili, le guerre in Afghanistan, Iraq, Kosovo e la Guerra del Golfo, avevano già caratterizzato il panorama geopolitico europeo negli anni precedenti. La recente rielezione di Donald Trump ha riportato l’attenzione al tavolo delle negoziazioni, con una nuova levata di scudi bipartisan a favore del riarmo europeo. La rabbia e il senso di impotenza che ci suscitano le immagini di vittime di guerra non è dissimile da quella che proviamo in questi giorni, con gli occhi ancora pieni dei volti di Sara Campanella e Ilaria Sula. In questo clima di lutto, è difficile pensare ad altro se non alla vendetta, alla violenza che vogliamo infliggere a chi abusa e terrorizza, uccide e distrugge.

Ma la rappresaglia è davvero inevitabile?

In Perché la guerra? il politologo francese Frédéric Gros osserva come di fronte ai conflitti le sfumature si vanno affievolendo e di «questo depauperamento dell’intelligenza si nutre la guerra, trasformando le nostre categorizzazioni manichee in solchi e fratture» in cui il bisogno di posizionamenti assoluti porta a declinare ogni conflitto «come uno scontro tra la luce e le tenebre». D’altronde, la paura come arma di annichilimento, la sicurezza come strumento di controllo, l’anticipazione della violenza come inevitabile, che può essere contrastata solo con un rafforzamento del potere centrale, l’inasprimento delle pene, autorità più salde e senza pietà, sono adagi molto famigliari per le donne e le persone femminilizzate. Nel 2007 Naomi Klein riprendeva la definizione di dottrina dello shock dell’economista Milton Friedman: una crisi che permette a chi detiene il potere di «sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile».

Rientrano nella dottrina dello shock anche i femminicidi e l’onnipresente violenza di genere a cui siamo soggette. Una paura che genera rabbia e desiderio di vendetta che, spesso manipolata da roboanti politiche punitive che poco contribuiscono a individuare le cause e offrire soluzioni collettive a lungo termine, alimenta il circolo vizioso della violenza. Da decenni la narrativa speculativa femminista si interroga sulla violenza di genere in tutte le sue forme e offre territori di indagine in cui immaginare alternative possibili. Da Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, a Kindred di Octavia Butler, il genere speculativo esplora questioni di genere, sessualità, potere, e identità in modi che sfidano le strutture sociali, politiche e culturali dominanti.

In Ragazze Elettriche di Naomi Alderman, ad esempio, le donne e le ragazze sviluppano un organo speciale, la «matassa», situato nella clavicola, che consente loro di produrre scosse elettriche anche molto potenti. In un mondo segnato dalla violenza patriarcale, questa nuova capacità offre alle donne non solo la possibilità di vendicarsi dei torti subiti, ma anche di riequilibrare i rapporti di potere attraverso la forza e la minaccia di violenza. Tuttavia, il romanzo esplora da una parte gli effetti nocivi del potere che finisce per ricostituirsi nelle stesse strutture oppressive che si è cercato di abbattere, ma ci mette anche in guardia sul ruolo che hanno panico e paura – strumenti storicamente usati contro le donne – nel generare volontà di nuocere. Le ragazze di Alderman non vengono solo corrotte dal potere, ma soprattutto dalla possibilità di eliminare la paura e la vulnerabilità che sono intrinseche nell’essere umano. Questo rifiuto della vulnerabilità come atto costitutivo del sé potente, osserva Judith Butler, è ciò che ci impedisce di immaginare altre risposte al danno o al pericolo se non la volontà di armarsi.

Ho ipotizzato che la narrativa speculativa possa aiutarci a creare questo spazio, farsi apertura verso il mondo e verso l’immaginazione, che ci inviti a immaginare scenari che, come nel caso della giustizia trasformativa, si fondino sulla presenza delle altre persone, della collettività, della comunità, e ribadiscano l’interdipendenza politica della nonviolenza di Butler. Se le strade sicure le fanno le donne che le attraversano, le storie ci permettono non solo di «discernere la struttura, ma anche [di] chiedersi: Cosa può e cosa non può essere rappresentato qui? Cosa può essere immaginato, e attraverso quali termini?»






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