L'immortalità
per le specie riproduttive

Mettere al mondo figlie e figli significa sempre decidere quale mondo vogliamo riprodurre e la scelta di ritrarsi non è un esonero, anzi. 

L’immortalità per le specie riproduttive
mantide

18 Dicembre 2024

Alcune divagazioni scettiche sulla denatalità.

Forse la notizia dovrebbe essere: non esiste l’immortalità e le specie viventi permangono per riproduzione, che nella specie umana è sessuata, affidata cioè alla differenziazione nel misterioso passaggio da embrione a feto e poi, da millenni e millenni e variamente, trasmutata in sistemi simbolici che strutturano le società e le loro trasformazioni.

In sostanza il modo in cui ci raccontiamo è la forma in cui si muove e diversifica, e sperimenta, la materia, quella che incessantemente indaghiamo per capire chi siamo, che sia cielo o terra, tangibile o immateriale.

Se vogliamo essere precise la denatalità è notizia provinciale, registra l’andamento di un angolo di mondo, il nostro, ma certamente è un sintomo, può diventare una tendenza il cui significato per la vita sulla terra non appartiene al nostro presente limitato. E certo non riguarda la moraluccia della demagogia politica.

Il passaggio dal far nascere, come destino femminile dell’esistere al mondo come donna, al pensare e vivere la nascita come scelta è l’evento inarrestabile diffuso nella singolarità delle vite che piano piano diventa epocale, segnando un prima e un dopo, portando mutamenti che non sappiamo nemmeno immaginare.

Non potranno fermare il procedere delle donne nel cammino di liberazione da qualunque sottomissione o prescrizione di destino. Ci stanno provando con le guerre e con la guerra al pianeta, con la ristrutturazione delle diseguaglianze e la cooptazione di donne a sostegno (cariatidi per il patriarcato o casalingato intellettuale) in cambio di privilegi. I costi in vite umane sono ancora altissimi e moltissime le donne cancellate ma ovunque le donne sono l’imprevisto e prendono in mano la propria vita. Ho superato i settant’anni e sono una di queste donne, un granello, anzi, una granella resistente in una moltitudine che viene da lontano.

Diventare madre per una donna resta sempre e comunque un passaggio di vita che, in qualunque sistema tu ti pensi, diventa irreversibile, come ogni evento del corpo, che tiene traccia perfino (e molto di più) di ciò che cancelli, che sia col bisturi o con l’abrasione dei sentimenti.

In questo la differenza tra il maschio umano, atto a fecondare, e femmina umana atta a generare, può essere continuamente ripensata, dalla filosofia come dalla medicina, ma non può essere cancellata e ogni delirio che aspira all’uniforme individualizzato, e opzionale a seconda del momento come un abito alla moda, di fatto cancella il femminile e s’immette nella lunghissima storia di un dominio maschile che continua ad affascinare. Perché essere indeterminati è il sogno di non crescere, di restare nell’ambiguità mentale di un divenire fin troppo determinato e questo non ha niente a vedere con innamoramenti e inclinazioni sessuali.

I dati ci dicono che se sei donna alla fin fine ti prendi cura di qualcosa o qualcuno, meno spesso di qualcuna: significa diventare adulte e ci aspettiamo che anche i maschi diventino adulti responsabili. Per ora non sappiamo se vincerà il modello dell’emancipata imitativa che spalma il delirio maschile ovunque, rafforzandolo perfino quando lo contesta o se si allargherà il femminismo e i ragazzi diventeranno uomini studiando donne e cercando quelli, pochi, che ancora non hanno lasciato segno nella costruzione del maschile ma ci sono.

Se sei donna fai comunque i conti con questa parte del tuo essere che è la capacità generativa, non un dato biologico ma l’esperienza storica di saperi accumulati spesso inconsapevolmente che, non a caso, molte donne che scelgono di non essere madri mettono poi a frutto come ancelle dell’esistente, fattore riproduttivo fondamentale delle strutture sociali in tutti i luoghi in cui si trovano ad operare, dalle aziende produttive a quelle di servizio alle merci, dalle istituzioni della riproduzione sociale come scuola, sanità, pubblica amministrazione, magistratura, politica, fino alle reti familiari ed amicali.

La questione quindi è la riproduzione, anzi quell’economia della riproduzione che tiene in vita il mondo (ogni mondo) assoggettata oggi al sostegno del capitalismo morente e del sistema gerarchico con cui la borghesia bianca e maschia ha colonizzato il mondo.

Scrivo questa premessa per avere la visione della misura di quello che definiamo e dichiarare la consapevolezza dell’approssimazione di ogni parola che posso scrivere sulla questione.

La natalità è l’indicatore più importante delle relazioni tra donne e uomini, e uso questa definizione perché non si tratta solo di incontro biologico tra femmine e maschi ma della complessità mutevole, e diversificata nel tempo, con cui la spinta vitale alla riproduzione si esprime nell’intera vita di relazione e nei sistemi di potere che la organizzano e governano.

Siamo dentro relazioni e reti di continuo scambio di valore simbolico le cui direttrici agiamo in modi del tutto inconsapevoli, perfino quando troviamo argomentazioni di legittimazione o delegittimazione.

Perfino il femminismo che nasce e si riproduce nella circolarità di un dialogo a bassa definizione gerarchica è diventato cattedratico e spesso chi ne critica questa caratteristica aspira al riconoscimento che solo l’accademia può dare, che sia quella tradizionale o quella dei follower.

Ma non voglio entrare in un altro campo, che pure attiene alla capacità/scelta riproduttiva.

Mettere al mondo figlie e figli significa sempre decidere quale mondo vogliamo riprodurre e la scelta di ritrarsi non è un esonero, anzi. 

Già trent’anni fa Lidia Menapace affermava che non è possibile ragionare politicamente sul mondo senza considerare l’andamento demografico, nei singoli territori, negli Stati e nel mondo globale. Il processo di riduzione delle nascite era già cominciato e in realtà già nel dopoguerra quando il cosiddetto baby boom non segnala l’aumento di figli partoriti da ogni donna ma la diminuzione della mortalità infantile che era la triste realtà di un assoggettamento della riproduzione alla ferocia delle condizioni di vita.

Il classismo sociale, che condannava alla povertà chi lavorava, unito al sessismo, che costringeva le donne in una condizione di subalternità ai fini dell’estorsione di un surplus di sfruttamento, sono diffusamente presenti nell’Italia di inizio Novecento che si prepara ai trent’anni in cui si susseguono una prima guerra devastante, l’epidemia di spagnola, le politiche del fascismo e una nuova guerra con tutto il corredo di persecuzioni, deportazioni, discriminazioni sostenute da colonialismo e razzismo, culture politiche che trovano nel sessismo a cui le generazioni vengono educate il brodo di coltura ideale.

La denatalità oggi è il grido d’allarme demagogico che, curiosamente, mette in primo piano le donne come egoiste profittatrici di quella libertà di scelta che viene esaltata invece per qualsiasi questione, dalla scelta dei biscotti della colazione alla delocalizzazione di aziende e profitti.

Io, che pure ho avuto figli, per scelta mai rinnegata e dell’esito di questa scelta mi sento fortunata, mi chiedo spesso: ma chi ha voglia di fare bambini che vanno preparati per infilarsi in una scuola che misura il “rendimento”, bambini e bambine che bisogna “addestrare” e “accompagnare” fino all’università, che prevedono un “investimento”, che metteremo in gara per ogni cosa perché ogni momento della vita è diventato competizione e le madri sono sempre in corsa “contro” il tempo?

Se mi guardo indietro vedo una spaventosa fatica per stare in equilibrio tra richieste assurde, salvaguardare qualche spazio, testimoniare la possibilità di altre strade e lavatrici, spesa, cucina, vacanze da organizzare, mutuo e altre amenità simili. 

Fare figli ridiventa accettazione di una casualità o fruizione fortunata di qualche privilegio.

Le nonne e qualche nonno sono una garanzia per la carriera, quanto il denaro e i titoli culturali certificati e questo significa che nella trasmissione ereditaria il capitale sociale ha la stessa importanza di quello culturale ed economico, anzi, è proprio il capitale sociale della famiglia ad essere spesso determinante per l’acquisizione degli altri due.

Le ragazze capiranno da vecchie perché hanno scelto di non fare figli esattamente come quelle che i figli e le figlie hanno scelto di generarli. I significati autentici vivono nel profondo delle nostre storie, lì dove s’intrecciano in modo inestricabile le basi dei saperi che distinguiamo in discipline settoriali, dalla storia alla genetica, dalla biologia alla letteratura, dalla fisica alla musica.

Scrivo fare e non avere figli perché la generazione non regge un verbo che evoca l’appropriazione.

Il sogno di clonazione, come quello di generare senza intervento femminile che non sia la materia asentimentale, è antico e sempre stato fallimentare anche se i costi, perfino in infelicità sociale, non si misurano.

Non a caso Lidia Menapace individuò nell’economia di riproduzione lo spazio del reale da indagare dopo essersi addentrata in quell’economia politica della differenza che ha utilizzato la realtà della divisione umana in due diverse facoltà riproduttive per strutturare sistemi gerarchici e di dominio pervasivi e inculcati fin dall’infanzia.

Le donne sono la materia umana che fa funzionare tutto l’apparato riproduttivo sociale, indipendentemente dalla scelta di generare, talvolta (o spesso) persino più subalterne alle strutture di dominio maschile nella riproduzione della cultura e in particolare dell’assegnazione di valore che si traduce in percorsi rigidi di distribuzione della ricchezza.

Ma qui mi fermo, consapevole che indagare la realtà delle connessioni è strada impervia e senza certezze mentre oggi si preferiscono le “narrazioni”, ognuno la sua in nome di una democrazia che si dissolve nel chiacchiericcio collettivo mentre si sgretolano i pochi dispositivi di decisione che potrebbero, cancellando ogni guerra, costruire qualche condivisione non effimera.

Comunque, dato che siamo “biodegradabili”, e non scolpite e scolpiti nel marmo, chi nasce ha sempre il futuro nelle sue mani, che possono reimpastare il passato scremando e scartando per rendere la vita commestibile.






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