L'Ottobre francese
Tutto il mondo è paese: classi pollaio, strutture fatiscenti, pressione scolastica assurda, disinvestimenti, precarizzazione del corpo docente. E le disuguaglianze di genere aumentano. Ma in Francia qualcunx protesta. Un'utile cronaca di Francesca Sensini
In Italia la mobilitazione studentesca francese sembra arrivare per lo più come cronaca distante, composta di tasselli di immagini caotiche, guerriglia in strada e cassonetti in fiamme, e di qualche dato ufficiale. Trovo con difficoltà delle analisi. Devo andarle a cercare. L’algoritmo non me le propone, la mia bolla social è distratta. Le proteste francesi sono così, massive e dure, storicamente. Nulla di nuovo, insomma, per una parte di noi. C’è poi chi, nei media e nell’opinione pubblica, si compiace, in qualche modo, ed evoca la crisi di bilancio del paese e, insieme, sventola lo spauracchio del disordine, del contagio rivoluzionario. Non sia mai che qualcosa cambi. Globalmente, però, ho l’impressione – forse mi sbaglio – che per qualche motivazione viscerale, dei francesi e delle francesi ci interessi poco. Sono cugini lontanissimi, remoti, direi. Invece, sarebbe bene osservare con interesse la loro passione, vox media in questo caso. Siccome io sono in loco, provo a farlo.
Comincio con una testimonianza viva, registrando e traducendo le parole di Fabienne Langoureau, insegnante di francese al Liceo Calmette di Nizza – la mia città – e Segretaria accademica del SNES-FSU Nice (il principale sindacato dei docenti della scuola secondaria), intervistata in video dal quotidiano Nice Matin il 1° ottobre 2026:
Questi liceali hanno delle rivendicazioni, desiderano potersi esprimere ed essere ascoltati; in un primo tempo poter parlare e in seguito essere ascoltati; le loro rivendicazioni sono assolutamente legittime e comprensibili e il loro discorso è strutturato. Il problema è che in mezzo a loro – e voi lo sapete perfettamente e noi non abbiamo controllo su questo – ci sono elementi esterni che vogliono distruggere, incendiare etc. Ma non bisogna generalizzare. Dunque, facciamo appello alle forze dell’ordine perché misurino le loro reazioni. Si tratta perlopiù di giovani di 15, 17 anni assolutamente ragionevoli. Vedete, quando gli studenti chiedono migliori condizioni di studio, questo significa per noi insegnanti migliori condizioni di lavoro. Siamo nella stessa barca. 35 studenti per classe, non è possibile. Dieci materie di specialità, introdotte dalla riforma dell’esame di stato da Blanquer[1], che non serve a nulla, e dover introdurre dieci specialità e fare gli orari, è problematico. Li capiamo questi giovani. Le pause pranzo che si riducono a tempi strettissimi, il problema delle mense, dove manca personale e la Regione non assume e non rimpiazza gli assenti. Noi capiamo queste rivendicazioni e bisogna che i ragazzi siano ascoltati, che il ministro reagisca e dia loro delle risposte. Oggi io temo il peggio: gli comunicheremo i bisogni di budget e ci dirà che non ci sono i soldi. I professori sostengono i loro ragazzi, che manifestano in pace e con senso della responsabilità. È il rispetto della democrazia: hanno diritto di manifestare, hanno il diritto di portare avanti le loro rivendicazioni.
State of the art della protesta Nel giro di due settimane le proteste si diffondono e si strutturano in tutto il paese. Nascono dai social media a partire da fine settembre. Il 1° ottobre il ministero dell’Interno contava 1.027 istituti toccati da blocchi o mobilitazioni, di cui 222 bloccati. Nello stesso giorno ci sono stati 1.949 fermi, e il primo ministro, Sébastien Lecornu, ha riunito una cellula di crisi.
Le richieste studentesche, sostenute dagli insegnanti, sono concrete e minimali. Non chiedono la luna, non vogliono oziare, vogliono potersi formare nella decenza, con opportunità uguali per tutte e tutti: più insegnanti, classi meno numerose, edifici decorosi e vivibili, orari sostenibili. Eppure, il focus sono le violenze, perché attirano l’attenzione dell’opinione pubblica, fanno cliccare su articoli, foto, video: quelle di una parte dei manifestanti, quelle della polizia. C’è poi il tema delle strumentalizzazioni, a sette mesi dalle elezioni per la presidenza delle Repubblica.
Secondo Amnesty International France e l’organo di informazione nazionale franceinfo, il movimento ha preso inizio il 21 settembre dal liceo Saint-Exupéry di Créteil (Val-de-Marne), dove mancano insegnanti. Studenti, genitori e docenti si riuniscono davanti al liceo. I social testimoniano e diffondono l’iniziativa. Il blocco si estende a Seine-Saint-Denis e Val-de-Marne. Il 29 settembre l’Union syndicale lycéenne (USL), la principale organizzazione studentesca, chiama al blocco dei licei in tutta la Francia, intercettando la data con lo sciopero nella funzione pubblica. Il 2 ottobre una delegazione di sindacati, associazioni studentesche e genitori incontra il ministro dell’Educazione Édouard Geffray. Le organizzazioni liceali escono dall’incontro affermando che mancano «misure concrete». Si conferma la manifestazione del prossimo 6 ottobre. Ad oggi, secondo il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, ci sono stati più di 5.000 fermi.
Per non parlare in astratto, qualche dato Un quadro d’insieme dei 3.700 licei francesi (parliamo di 2,2 milioni di studenti) è stato pubblicato dall’AFP – agenzia francese della stampa – il 1° ottobre. Ecco cosa emerge:
Classi pollaio Secondo i dati ministeriali, nel 2025 le classi liceali avevano in media 30 studenti, contro i 27 del 2010. L’Unione studentesca registra classi fino a 32–35. Una studentessa del liceo Bréquigny, in un quartiere popolare di Rennes, dice all’AFP che «classi da 35 persone non sono più vivibili, se ne lamentano anche i prof».
Insegnanti mancanti e non sostituiti Un’indagine del sindacato Snes-FSU stima che a inizio anno mancasse almeno un insegnante nel 53% dei collèges (scuole medie) e licei pubblici. Le statistiche ministeriali ci dicono che nel 2024-25 il 10% delle ore non è stato assicurato nei licei; un recente rapporto parlamentare parla del 7,5% per tutto il secondo grado. Gli studenti evocano casi di materie importanti scoperte, come il francese in première, secondo anno del liceo che prevede l’esame finale proprio su questa materia. L’USL denuncia licei senza professori di filosofia e francese negli anni dell’esame di maturità, e senza personale d’infermeria o assistenti sociali. Manca anche il personale di sorveglianza.
Edifici degradati, caldo spaventoso, freddo polare Gli edifici dei licei francesi sono proprietà delle Regioni e non allo Stato. Il governo insiste sui 6.200 progetti di ristrutturazione sostenuti da fondi pubblici. Ad oggi non esiste una mappa delle scuole per prestazione energetica. Gli studenti riferiscono di buchi nei soffitti e computer e videoproiettori che non funzionano. Non ci sono i soldi per i ventilatori. A Lille si parla di aule «troppo calde d’estate e troppo fredde d’inverno», di cimici nei letti e docce rotte negli studentati. Amnesty elenca anche muffa, crolli strutturali e topi, e riporta il caso di 39 gradi in un’aula con un ventilatore per 37 alunni. Si tratta di denunce presentate.
Orari insostenibili Gli studenti raccontano giornate 8–18. Ci sono difficoltà di organizzazione nate dalla riforma del liceo Blanquer, già citata, che ha reso le scelte di orientamento più precoci ed eccessivamente determinanti per il futuro dei ragazzi e delle ragazze troppo presto. La Convention des temps de l’enfant aveva proposto di far iniziare le lezioni alle 9 e di spostare le attività teoriche al mattino; il governo non ha dato seguito alla proposta. Le organizzazioni sindacali aggiungono rivendicazioni più ampie. Ad esempio, SUD éducation mette sul tavolo delle richieste anche la «lotta contro le discriminazioni, in particolare razziste e sessiste».
Cosa è Parcoursup e dove sta il problema Il famigerato Parcoursup, ignoto ai più in Italia, è la piattaforma nazionale con cui chi finisce il liceo e vuole riorientarsi, si candida alle formazioni dell’istruzione superiore: università, ma anche “classi preparatorie”, BTS [2] etc. Ogni candidat3 può formulare fino a dieci richieste, senza metterle in ordine di preferenza, e le formazioni rispondono nel corso di una fase “principale” in primavera-estate e di una “complementare”. È stata lanciata nel gennaio 2018 sulla base della legge ORE (Orientation et réussite des étudiants) dell’8 marzo 2018, voluta dall’allora ministra dell’Educazione Frédérique Vidal. Con questa legge ogni formazione esamina i fascicoli dei candidati. Il codice dell’algoritmo nazionale è stato pubblicato il 21 maggio 2018. Gli “algoritmi locali”, cioè i criteri con cui le singole formazioni ordinano le domande, non sono invece stati soggetti a obbligo di pubblicazione: il governo ha invocato la tutela del segreto delle deliberazioni delle squadre pedagogiche. Dal dicembre 2018 sono stati resi pubblici i criteri generali di valutazione.
Cosa non va I criteri locali sono opachi, difficili da capire per i ragazzi, ancora di più per le famiglie. Nel 2018 Stéphane Troussel, presidente del dipartimento di Seine-Saint-Denis, e in seguito alcuni deputati segnalavano che i criteri locali potevano includere anche il liceo di provenienza, a svantaggio degli studenti delle scuole meno prestigiose. Il governo ha risposto che la legge consente di candidarsi ovunque e che le proposte fuori accademia sono aumentate.
Nel 2018 la sociologa Fanny Bugeja-Bloch e la collega Marie-Paule Couto avvertivano che la legge ORE rischiava di rendere più difficile l’accesso all’università per le donne delle classi popolari.
Un rapporto del Senato del 2022 riconosce che le disuguaglianze di genere nell’accompagnamento all’orientamento sono aumentate con Parcoursup e con la riforma del liceo.
La procedura è stressante per i giovani e per le famiglie (testimonio io stessa in quanto madre di una liceale) e dura da gennaio a luglio e per molti significa mesi di attesa. L’USL e altri studenti lo mettono tra le prime cause di malessere. E poi mancano i posti. Parcoursup è soprattutto uno strumento di gestione della penuria di posti. Le scelte dei ragazzi non solo rispettate, sono manipolate e orientate per esigenze esterne.
Guardiamo ai numeri, forse noiosi ma essenziali per non parlare in astratto: alla chiusura della fase principale, l’11 luglio, secondo i dati del ministero ripreso dall’AFP, 126.652 candidati erano senza alcuna proposta (circa il 14% degli iscritti), contro 103.582 nel 2025. Tra i liceali circa 9 su 10 avevano ricevuto almeno una proposta; 57.024 liceali non ne avevano. Il ministero fa notare che restavano 83.000 posti disponibili nella fase complementare e che un candidato senza proposta non è sempre un candidato senza progetti (162.000 liceali dichiaravano altri progetti fuori Parcoursup). Un’interrogazione parlamentare ricorda che i candidati senza proposta a fine fase principale erano circa 17.000 nel 2018.
Molti manifestanti insistono su un punto: la protesta nasce soprattutto fuori dai quartieri centrali. Due liceali parigine del liceo Arago (XII arrondissement), ricostruito, dicono all’AFP di essere «privilegiate» ma di volere «più mezzi, soprattutto per i licei delle banlieue». I dati pubblici vanno nella stessa direzione. Basta leggere i dati dell’AFP, che qui vi risparmio. La Corte dei conti, in un rapporto del 2023, parla di sotto investimento nazionale in educazione.
Cosa sappiamo della violenza Amnesty International France, che pure condanna le violenze di una parte dei manifestanti, denuncia un uso sproporzionato della forza contro minorenni e documenta alcuni casi:
Saint-Ouen-l’Aumône (Val-d’Oise) – 28 settembre, un quattordicenne è colpito al volto, distanza ravvicinata, da un lanciagranate. Il video è stato autenticato da Le Monde. Prima del colpo si vedono manganellate e un calcio del ragazzo verso un agente. Secondo l’avvocata ha una doppia frattura della mandibola. L’IGPN (la “polizia delle polizie”) ha aperto un’inchiesta e il Défenseur des droits si è attivato d’ufficio il 1° ottobre.
Tours, 30 settembre – un giovane grave a un occhio davanti al liceo Balzac. La procuratrice ha detto che le lesioni sono “compatibili” con un colpo di LBD (lanciatore di proiettili a energia cinetica); l’IGPN è stata incaricata.
Alençon, 29 settembre – un video mostra una quattordicenne afferrata per il collo da un agente.
Dal 1° ottobre i prefetti hanno inoltre vietato le manifestazioni davanti ai licei chiusi. Attualmente si fa lezione a distanza. Le organizzazioni liceali (USL, Les Lycéens) hanno dichiarato di «dissociarsi dalle violenze» pur continuando la mobilitazione. La maggioranza di studenti blocca pacificamente; una parte, giovane e spesso locale, usa tattiche da guerriglia urbana; ci sono segnalazioni di adulti incappucciati; il ruolo di organizzazioni politiche è dibattuto e documentato solo in parte; la risposta poliziesca, con migliaia di fermi di minorenni e almeno due casi gravi confermati di ragazzi feriti al volto, è oggetto di inchieste.
I fatti riportati dalla stampa e dalle autorità includono tiri di petardi ad altezza uomo contro polizia e personale, incendi (a Montpellier la portineria di un liceo è stata distrutta dal fuoco), barricate, un preside ferito da un mortaio a Rouen. Il ministro dell’Educazione dice che 65 dipendenti sono stati feriti, tra cui 40 presidi. Le cifre sui feriti tra le forze dell’ordine non coincidono: 84 il 1° ottobre secondo l’Interno; «quasi 300» tra pompieri, gendarmi e poliziotti in un servizio di France Télévisions; 77 poliziotti in Île-de-France dal lunedì secondo la prefettura di polizia di Parigi.
I dati disponibili non permettono di dare un numero dei violenti. Secondo Nuñez l’85% dei fermati è minorenne, «per la maggior parte liceali, il che non vuol dire che siano del liceo» davanti al quale sono stati fermati. Il 90% è fermato nel proprio dipartimento di residenza. Il quadro è quello di una “violenza urbana” locale, con ragazzini, spesso giovanissimi, che si inseriscono nei blocchi. Un fermo non è una condanna provata. Per ora non ci sono dati sui fermi confermati. Il ministro Geffray ha parlato anche di «persone violente che arrivano incappucciate» con armi improprie e, il 2 ottobre, di movimento «preso in ostaggio da gruppuscoli ultraviolenti». A Le Mans, la radio pubblica ICI riporta intrusioni di estranei e la presenza di casseurs, di vandali. Lo storico dei movimenti liceali Robi Morder, intervistato da Public Sénat, osserva che lo schema, cioè rivendicazioni materiali e accuse di ingerenza esterna, è «classico» in ogni mobilitazione liceale.
Il 1° ottobre il governo ha esplicitamente ricondotto il movimento al partito di sinistra populista LFI (La France Insoumise) e a una sua «manovra», appoggiandosi su una nota dell’intelligence della prefettura di polizia di Parigi che parla di «strumentalizzazione di strutture sindacali studentesche e di movimenti politici vicini all’estrema sinistra». LFI nega di essere all’origine del movimento e accusa il governo di «complottismo». Il segretario di LFI, Jean-Luc Mélenchon, ha invitato eletti e militanti, ma anche i genitori dei ragazzi e delle ragazze, a «interporsi» tra studenti e polizia il 6 ottobre.
Ricordo che siamo a sette mesi dalle presidenziali: ci sono forti interessi politici a imporre lettura di parte.
La mobilitazione di Martedì 6 ottobre L’USL e l’Union étudiante chiamano a una grande manifestazione nazionale, con assemblee generali, blocchi di università e cortei, per chiedere un «finanziamento massivo di licei e università». Sperano che sia una giornata «decisiva». Hanno annunciato adesioni, tra gli altri, SUD éducation, FO (FNEC FP-FO) e SNEP-FSU; la CGT dello Stato ha un preavviso di sciopero fino al 31 ottobre. La FSU si dice «a fianco» di studenti e liceali. Il governo è sotto pressione: dopo l’incontro del 2 ottobre i rappresentanti studenteschi non hanno ottenuto «misure concrete». Intanto sono iniziate le discussioni di bilancio.
Si aspettano dunque le «misure concrete».
Fonti principali
Franceinfo https://www.franceinfo.fr/
Corte dei conti https://www.ccomptes.fr/fr
Café pédagogique https://www.cafepedagogique.net/
Nice Matin https://www.nicematin.com/
[1] La riforma Blanquer, introdotta nel 2021, ha profondamente modificato il baccalauréat, diploma che chiude il ciclo liceali in Francia (3 anni di liceo, contro i 5 nostri). Dal 2021 sono state abolite le tradizionali filiere L, ES e S, sostituite da un percorso comune con materie di specializzazione scelte dagli studenti. Il voto finale deriva per il 40% dal cosiddetto “controllo continuo” (prove distribuite durante l’anno) e per il 60% dalle prove finali d’esame. In terminale (ultimo anno) gli studenti affrontano le prove delle due specialità che hanno scelto, e passano l’orale “grande”, il grand oral; il francese viene valutato alla fine del secondo anno (la première). L’obiettivo dichiarato era rendere il percorso più personalizzato e avvicinare la scuola superiore alle esigenze dell’università e del mondo del lavoro. Si contesta però il maggiore peso della valutazione interna, che può accentuare le differenze tra scuole, territori e condizioni sociali. Anche la libertà di scegliere le specialità è relativa: dipende dall’offerta del singolo liceo e può risentire delle aspettative familiari e sociali. Il sistema ha di fatto aumentato la pressione sugli / sulle studenti, intrecciando valutazioni, esami e scelte di orientamento con la procedura universitaria Parcoursup. Il grand oral è stato criticato perché le competenze nell’esposizione pubblica possono dipendere dalle condizioni materiali in cui lo/la studente ha l’opportunità di evolvere.
[2] Le classes préparatoires (prépa) sono percorsi biennali, selettivi e intensivi dopo il baccalauréat, pensati per preparare gli studenti ai concorsi di accesso alle Grandes Écoles. Esistono indirizzi scientifici, economici e umanistici e si frequentano prevalentemente nei licei. Il BTS (Brevet de technicien supérieur) è invece un diploma superiore di due anni a forte vocazione professionalizzante, generalmente organizzato nei licei. Offre una formazione pratica e specializzata, spesso con tirocini, e prepara soprattutto all’ingresso nel mercato del lavoro, pur permettendo di proseguire gli studi. In termini italiani, il BTS è paragonabile a un percorso post-diploma professionalizzante biennale, mentre le prépa sono un percorso preparatorio selettivo per l’accesso alle scuole superiori più selettive.