Mediche e medici
non sono agenti della repressione

In un mondo sempre più disumano, si vorrebbe colpire chi da anni si batte pubblicamente perché emergano le condizioni di vita delle persone migranti rinchiuse dentro dei lager di Stato. I Cpr vanno chiusi perché sono istituzioni totali e patogene, che fanno ammalare e financo morire le persone rinchiuse

Mediche e medici non sono agenti della repressione in camice 
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23 Settembre 2026

«Giuro di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute». Questo è una parte del giuramento professionale di mediche e medici, che si ispira al primo testo deontologico della storia della medicina, il giuramento d’Ippocrate. La scorsa settimana, questi ultimi – perlopiù infettivologi e psichiatri – sono stati portati nelle questure in nove città italiane, dove sono stati acquisiti i dati dei loro dispositivi elettronici. Tutto questo è accaduto nel contesto delle indagini che riguardano i certificati di inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) di alcune persone migranti. Procedimenti che non toccano direttamente tutte le sanitarie e i sanitari, ma sono il fulcro della prima indagine della Procura di Ravenna, dove per tre sanitari è stata applicata la misura interdittiva dal lavoro, mentre agli altri cinque è stato esclusivamente inibito il potere di firma rispetto a questa tipologia di certificati. Poi l’ampliamento dell’indagine è giunto ad altre città italiane, dove l’unico indagato è il dottor Nicola Cocco, medico infettivologo e membro della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), che da sempre porta avanti studi e battaglie pubbliche contro la patogenicità dei Cpr. Le accuse sostengono l’esistenza di un sistema nazionale di sanitarie e sanitari che produce “falsi certificati” per bloccare gli ingressi dei migranti nei Cpr, contestando per quest’ultimo l’associazione a delinquere. La senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), Ilaria Cucchi, ha reso noto che sono state acquisite le sue conversazioni via Whatsapp con il dottor Cocco, insieme a quelle della collega Francesca Ghirra, e ha dichiarato di non volersi avvalere dell’immunità.

Buchi neri fuori dallo Stato di diritto Sono almeno due anni che mediche e medici raccontano e certificano, tramite una campagna pubblica, che i Cpr siano luoghi che fanno ammalare e persino morire. Nulla di carbonaro, nulla che non avessero già scritto e raccontato a giornali, televisioni e all’interno di conferenze pubbliche. Il lavoro è fondato sulle normative e sugli obblighi deontologici della professione medica e sulla letteratura medica e scientifica. Oltre alle pubblicazioni sul British Medical Journal e il The Lancet Regional Health, c’è anche l’attestazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che ricorda: la detenzione amministrativa delle persone migranti è intrinsecamente patogena. Lo è per più determinanti: isolamento sociale e reclusione forzata, precarietà e incertezza giuridica e, non per ultima, per la deprivazione della dignità. Lo hanno scritto, nel 2025, anche il Consiglio di Stato e la Consulta. Quest’ultima ha anche accertato un grave vulnus normativo nella legislazione sui Cpr, confermando che l’attuale disciplina vìola la riserva assoluta di legge prevista dall’articolo 13 della Costituzione, a tutela della libertà personale. Poi ci sono report, inchieste e i racconti diretti delle persone rinchiuse, grazie all’immenso e quotidiano lavoro della rete Mai più lager – No Cpr, che è sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere. Video e testimonianze durissime, inaccettabili. Pestaggi, tentativi di suicidio, autolesionismo, epidemie legate alle condizioni di detenzione, cibo scaduto e ampio utilizzo di psicofarmaci. E poi le morti e i suicidi, almeno 40 secondo la rete No Cpr. L’anno scorso, per un articolo sul quotidiano Domani, chiamai il dottor Peppe dell’Acqua. Psichiatra e membro del Forum salute mentale che, insieme a Basaglia, fu in prima linea nella chiusura dei manicomi in Italia e che, con la campagna di Marco Cavallo (il cavallo blu di cartapesta, simbolo della liberazione dai manicomi) andò proprio davanti e dentro questi luoghi. Ci disse che i nuovi manicomi, ora, sono i Cpr. Istituzioni totali e «luoghi di manicomialità: producono l’annullamento dell’Altro, l’invisibilizzazione. Non c’è più una storia, non c’è più una relazione, rendono l’altro un oggetto». A volte non si conoscono nome e cognome delle persone recluse, «i loro bisogni, i loro desideri. Come in manicomio». Concluse così: «Oltre alla repressione e alla violenza fisica, quello che mi addolora è ridurre uomini e donne a vivere senza tempo. La condanna più atroce che esisteva nel manicomio, e che ora rivedo in questi luoghi».

Sorvegliare, intimidire e infine punire Tutto quello che finora è emerso è una discussione pubblica, che da anni coinvolge tantissime professionalità: medici, giuristi, studiosi delle migrazioni, società scientifiche e organizzazioni che si occupano di salute e di tutela dei diritti delle persone migranti. Ma il clima di terrore creato attorno a sanitarie e sanitari, unito al tentativo di trasformarli in ausiliari delle politiche di sicurezza, ha radici profonde. Nel 2009, sotto il governo Berlusconi, si era tentato un primo colpo di mano. Contro il disegno di legge sulla sicurezza promosso dalla Lega, che prevedeva la possibilità per medici e operatori sanitari di denunciare le persone straniere prive di regolare permesso di soggiorno che accedevano alle cure, Fp-Cgil e Fp-Cgil Medici lanciarono una campagna semplice e, al contempo, dirompente. «Io curo, non denuncio». La frase comparve sulle locandine negli ospedali e sugli adesivi applicati ai camici. Una scelta etica, professionale e profondamente politica: non trasformeremo un luogo di cura in un luogo di delazione. Una campagna che disse qualcosa di prezioso e imperituro: mediche e medici non sono agenti della repressione in camice. Lo ha sottolineato anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), Filippo Anelli: «i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona. La tutela della sicurezza pubblica appartiene ad altre istituzioni e non può essere trasferita sui medici, né può condizionarne il giudizio clinico». Anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), ha espresso «grave preoccupazione» per quanto accaduto a diversi medici e mediche in varie città italiane. Asgi ha anche ricordato che lo stesso trattamento «è toccato a magistrati, a singoli attivisti, ad associazioni ed organizzazioni che prestano attività di ricerca e soccorso in mare e, ora, accade ai medici». C’è poi l’importante nota della Giunta e della Commissione Centri di Permanenza per i Rimpatri UCPI, pubblicata sul sito dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che esprime «grande preoccupazione per l’ambito delicatissimo che l’inchiesta giudiziaria investe», dove «si ignora però […] che Nicola Cocco, esponente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, oltre ad essere uno dei massimi esperti del Paese di medicina in ambito detentivo, è anche il principale promotore di una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche connesse al rilascio delle certificazioni di idoneità al trattenimento in CPR, campagna che ha generosamente e meritoriamente condotto, negli ultimi anni, in modo più che trasparente, e che non è possibile svilire al rango di proselitismo criminale». E ancora: « […] l’invito al diniego della certificazione di idoneità nelle descritte situazioni non viene affatto qualificato e proposto come una obiezione di coscienza, poiché non si traduce in un invito a disapplicare una legge che stride con i propri valori morali, quanto piuttosto nella raccomandazione di applicarla correttamente, assumendo consapevolmente il ruolo di garanti della salute dei pazienti assegnato dalla stessa legge».

La cura non può essere ostaggio delle politiche securitarie C’è poi un’altra posta in gioco. Da Giugno 2026 è entrato in vigore il nuovo Patto europeo di migrazione e asilo, che mira a costruire un’Europa prigione, tramite l’applicazione generalizzata di procedure accelerate, l’aumento delle espulsioni e l’uso delle zone di frontiera in regime detentivo per la valutazione della domanda. E proprio qui «si produce una frattura etica insanabile per l’intera comunità scientifica e sanitaria». Viene sistematicamente violato il principio cardine del consenso informato e della trasparenza dell’atto medico sancito dalla Legge n.219 (Art. 1), «anche nei confronti del personale sanitario che effettua gli screening della salute e delle vulnerabilità, cui non viene data alcuna garanzia su come le proprie valutazioni cliniche verranno utilizzate nel percorso procedurale della persona migrante». Insomma: attraverso uno screening medico, sanitarie e sanitari sarebbero tenuti a dare l’avallo formale alla detenzione amministrativa che, successivamente, porterebbe alla deportazione di chiunque arrivi alle frontiere, bambine e bambini compresi. Proprio per questi motivi era nato un appello del mondo sanitario e civile contro la securitizzazione della cura, firmato da centinaia di realtà: «Come operatori di salute, cittadini ed esseri umani rifiutiamo le logiche discriminatorie ed escludenti del Nuovo patto europeo su migrazione e asilo e dei relativi dispositivi di applicazione a livello nazionale. La tutela dei diritti fondamentali delle persone migranti e l’umanità della nostra professione non sono negoziabili».

Indipendenza, etica e cura Chi subirà maggiormente queste politiche violente e mortifere? Come sempre, sarà chi è stato individuato dalle forze di destra di governo come capro espiatorio di ogni loro fallimento: le persone migranti e razzializzate. Lo ha ricordato il dottor Cocco, intervistato dal Manifesto: «Di certo aumenteranno i certificati di idoneità all’ingresso ai Cpr, che verranno concessi senza tante storie per non avere problemi». E poi al Domani: «[…] medici che si permettono di interferire con un sistema volto ai rimpatri, al fatto di poter vendere queste deportazioni come un risultato politico positivo, diventano una spina nel fianco. Tanto vale criminalizzarli, con l’obiettivo di intimidire altri medici. È chiaro che ora i medici chiamati a valutare l’idoneità hanno paura di ritrovarsi infangati sui giornali, trattenuti per 48 ore o peggio denunciati». Una preoccupazione che hanno sottolineato anche la Giunta e la Commissione Centri di Permanenza per i Rimpatri UCPI: «Ci chiediamo inoltre e soprattutto quale sarà lo stato d’animo dei medici che, da domani, saranno chiamati a svolgere il proprio ruolo certificativo nella specifica materia e quale sarà, di conseguenza, l’effetto sulla già critica valenza dell’importantissimo presidio di civiltà cui la loro funzione assolve». Le destre di governo vorrebbero trasformare mediche e medici in tutori delle loro leggi liberticide, minando all’indipendenza dell’esercizio della professione medica come cura. Ma in un tempo di politiche crudeli, d’odio e gogne mediatiche, l’umanità non ha tardato a rispondere. Le testimonianze di solidarietà ai sanitari e contro il sistema di detenzione dei Cpr, sono giunte non solo dal mondo della clinica, ma anche da sindacati, partiti, reti e associazioni. Le tante piazze di questo fine settimana, e quelle che verranno, ricordano a mediche e medici che non sono e non saranno soli. Lo hanno fatto dicendo, a gran voce, che “curare non è un reato”, che la disumanità non potrà vincere sull’etica e sull’autonomia di chi ha tra le sue mani, ogni giorno, l’integrità fisica e psichica delle persone. Senza dimenticare la posta in gioco più alta, che riguarda la vita delle persone migranti rinchiuse: i Cpr sono luoghi in cui il diritto è soppresso, luoghi torturanti e psicopatogeni e che, come tali, vanno chiusi. Vorrebbero una cittadinanza docile e silenziosa, l’avranno disobbediente.






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