Natale,
natalità, denatalità.
La denatalità è una questione politica per l’Occidente che ancora si pensa come l'unico punto di riferimento per parlare di denatalità in un mondo con 8 miliardi di persone, troppe.
Natale sta arrivando con tutta la sua retorica, è il simbolo di una natalità importante per una religione molto diffusa. Il bue, l’asinello, un vecchio falegname, una donna e un concepimento improbabile per come ci è stato narrato. Qui in redazione Arianna – pensando all’Immacolata concezione- ha chiesto come fosse possibile una gravidanza di nemmeno una ventina di giorni. Insofferente per le risposte vaghe che riceveva da tuttə noi, si è rivolta all’intelligenza artificiale che, con precisione e dovizia di particolari, le ha spiegato che l’8 dicembre celebra Maria, concepita senza peccato originale, e non il concepimento di Gesù che invece fu concepito nove mesi prima della sua nascita, quindi tutto torna ai tempi normali di una gravidanza! a parte il particolare del concepimento avvenuto per opera dello Spirito Santo.
Anche questo Natale verranno riproposte le stesse frasi sulla famiglia cosiddetta tradizionale o nucleare soprattutto qui da noi dove c’è un governo che ripete fino alla noia il mantra Dio, Patria e Famiglia, così con le lettere maiuscole. Sarà perché siamo governate da Giorgia, il presidente del consiglio – rigorosamente al maschile come vuole lei – ma donna, madre e cristiana. Forse qualche pubblicità cercherà di essere più moderna e inclusiva e si concederà il lusso di far assaggiare il panettone o il pandoro a una famiglia con due genitori dello stesso sesso, ma con figliə. oibò! come li avranno fatti? con quale pratica medica? avranno commesso un reato universale?
L’Istat ha da poco pubblicato il report sulla natalità e fecondità della popolazione residente per l’anno 2023 e ci dice che l’Italia ha ancora un record al ribasso per le nascite: nel 2023 scendono a 379.890, registrando un calo del 3,4% sull’anno precedente. Questo calo delle nascite prosegue anche nel 2024: in base ai dati provvisori relativi a gennaio-luglio le nascite sono 4.600 in meno rispetto allo stesso periodo del 2023. Il numero medio di figli per donna scende: si attesta a 1,20, in flessione sul 2022 (1,24) e la stima provvisoria elaborata sui primi 7 mesi del 2024 evidenzia una fecondità pari a 1,21.
Questa diminuzione, che comporta un nuovo superamento al ribasso del record di denatalità, si inserisce in un trend ormai di lungo corso. Un trend che deve preoccupare? Più delle guerre dove tantissimə bambinə vengono sterminatə in nome di una religione, di un profitto o per il dominio di materie prime che iniziano a scarseggiare.
I sociologi hanno coniato il termine inverno demografico, forse per indicare il freddo e il buio di un paese che invecchia, senza troppo pensare però né alle politiche per contrastare questo crollo della genitorialità, né a quelle per rendere più vivibile, caldo e accogliente un paese con una forte presenza di vecchiə.
Ma a guardare meglio i dati leggiamo che il calo delle nascite, oltre che dalla ormai stabile bassa tendenza ad avere figli, è anche causato dai mutamenti strutturali della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra i 15 e i 49 anni. Le donne comprese in questa fascia di età sono sempre meno numerose. Oggi, quelle nate negli anni del baby-boom (dalla seconda metà degli anni Sessanta alla prima metà dei Settanta) hanno ormai superato la soglia convenzionale dei 49 anni. Il loro orologio biologico, come qualcuno continua ancora a chiamarlo, si è fermato.
Ci sono ragioni per un allarme? A leggere alcuni titoli dei principali giornali sembra proprio di sì. Opinionisti occidentali che discutono sul “rischio per la civiltà di non fare figli” che sembra essere diventata una minaccia peggiore di una pestilenza o di un meteorite, o super ricchi che pensano di colonizzare altri pianeti per garantire sopravvivenza e lusso a loro e ai loro figliə.
Dalla lettura del comunicato stampa dell’Istat emergono alcune criticità importanti nell’avere il primo figlio: “L’allungarsi dei tempi di formazione e di uscita dal nucleo familiare di origine da parte dei giovani, le loro difficoltà nel trovare un lavoro stabile, il problematico accesso al mercato abitativo, non ultima la scelta volontaria di rinunciare, o comunque rinviare al futuro il voler diventare genitori, sono tra i fattori che contribuiscono alla contrazione dei primi figli nel Paese”.
E si continua a pensare le donne come uniche responsabili della riproduzione – di avere figliə, di crescerlə e di prendersi cura di loro – colpevolizzandole se non ne vogliono fare, o se non ne fanno abbastanza, e se vogliono anche avere un’occupazione stabile e ben retribuita per essere autonome. Si continua a colpevolizzare madri single per scelta e a considerare madri trans una bestialità. Ma la denatalità è una questione politica, non risolvibile solo con l’economia o con un welfare decente, una questione per l’Occidente che diventa l’unico punto di riferimento per parlare di denatalità in un mondo con 8 miliardi di persone, troppe. Denatalità comprende parole come relazione e cura, implica domandarsi cos’è oggi una famiglia, parla di autodeterminazione delle donne e delle soggettività che non si riconoscono nella norma eterocissessuale e ci mette a confronto con tutto quel mondo che Occidente non è, dove invecchiare è ancora un privilegio.