Sotto la buccia
il veleno
SPECIALE REFERENDUM La riforma della giustizia che arretra i diritti delle donne
REFERENDUM COSTITUZIONALE 22-23 MARZO 2026 – la riforma della giustizia che arretra i diritti delle donne
C’è un filo sottile, eppure tenacissimo, che lega il movimento femminista alla Costituzione italiana: un filo fatto di parole conquistate, di lemmi strappati al silenzio, di concetti che un tempo erano tabù e che invece oggi consideriamo fondativi. Prima ancora che politici, quei vocaboli furono atti di rottura culturale. “Uguaglianza”, “dignità”, “pari diritti”, “sesso” non entrarono nella Carta per inerzia storica, ma grazie a uno sguardo che seppe forzare il perimetro del “naturale” e del “consueto”. Quel filo non appartiene al passato: attraversa il presente e, ogni volta che siamo chiamati al voto, arriva sino alle urne: volerlo spezzare, oggi, significa accettare che quelle parole diventino negoziabili, revisionabili, subordinate a una maggioranza contingente.
Le madri costituenti – Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin e le altre – non si limitarono a partecipare ai lavori dell’Assemblea: ne scardinarono il linguaggio. Inserirono l’idea che la persona venisse prima del ruolo, che la cittadinanza non fosse graduabile in base al genere, che la libertà non potesse essere concessa a tempo o a condizione. In quelle scelte lessicali e giuridiche c’era già un pensiero femminista ante litteram, consapevole che il diritto non è neutro, ma produce realtà.
Ed è proprio perché il diritto produce realtà che un referendum sulla giustizia non è mai un esercizio astratto: è una scelta che incide su chi verrà creduta, tutelata, protetta domani. È da qui che occorre partire per guardare con lucidità al prossimo referendum sulla riforma della giustizia. Un referendum che viene presentato come razionale, efficiente, persino “moderno”, ma che rischia di rivelarsi una mela avvelenata: lucida in superficie, corrosiva al suo interno.
Il movimento femminista, a oggi, non ha assunto una posizione netta e unitaria; eppure, proprio la sua storia dovrebbe renderlo particolarmente vigile di fronte a ogni tentativo di ridefinire gli equilibri costituzionali senza una chiara garanzia per i soggetti più esposti. Perché votare su questa riforma significa decidere se la giustizia debba restare ancorata a principi costituzionali o invece diventare sensibile all’indirizzo politico di chi governa in quel momento e il punto cruciale non è tecnico, bensì politico e simbolico: se la riforma apre la strada a una giustizia maggiormente permeabile all’indirizzo dell’esecutivo di turno, allora la qualificazione e la gravità dei reati rischiano di diventare delle variabili dipendenti dal clima politico. Abbiamo prova del fatto che in un contesto di riflusso, dove i diritti vengono spesso raccontati come privilegi e le tutele come ostacoli, i reati perpetrati contro le donne sono i primi candidati alla deminutio: derubricati, resi invisibili, riletti come conflitti privati o – peggio – come occasioni di vittimizzazione secondaria in Aula. Un “sì” a una riforma che indebolisce i contrappesi istituzionali è, nei fatti, un sì alla possibilità che domani la violenza di genere venga considerata meno grave, meno urgente, meno degna di tutela.
La storia giudiziaria recente insegna che quando la violenza maschile perde centralità giuridica, essa riemerge come sospetto sulla vittima, come richiesta di prova supplementare, come narrazione che ribalta le responsabilità. Se la gravità di un reato non è ancorata a principi costituzionali solidi ma fluttua secondo i “capricci” – o le priorità – dell’esecutivo, allora le donne diventano terreno di sperimentazione di una giustizia selettiva. Una giustizia che, invece di proteggere, espone all’arbitrio, alla discontinuità, a leggi che cambiano volto a ogni legislatura. Ed è esattamente questo che un referendum dovrebbe impedire, non legittimare.
Non è un caso che le madri costituenti abbiano insistito tanto sull’universalità dei diritti e sull’indipendenza dell’ordinamento giudiziario; sapevano che ogni arretramento, ogni ambiguità normativa, sarebbe stata pagata dai corpi più vulnerabili. Oggi, davanti a una riforma che promette semplificazione ma rischia di erodere garanzie, quella lezione torna urgente: la Costituzione non è un ingombro da snellire, ma una diga contro l’arbitrio e il voto referendario è il momento in cui quella diga può essere rafforzata o incrinata. Il femminismo, se vuole restare fedele alla propria genealogia, non può permettersi neutralità, perché quando il diritto arretra, non arretra mai in modo astratto: arretra sempre su qualcuno. E troppo spesso, quel qualcuno ha un volto e un corpo di donna. Per questo il referendum sulla giustizia non è “anche” una questione femminista: è una questione femminista fino in fondo.