Il volume Obstetric Violence as Gender Based Violence raccoglie il lavoro di ricerca condotto nell’ambito del progetto PRIN 2022 Partorire con cura. Concezioni della maternità ed etiche professionali in ostetricia e ginecologia per la prevenzione della violenza ostetrica, realizzato dall’Università del Salento, Università di Firenze e Università della Campania Luigi Vanvitelli, a cura di Lucia Re, Irene Strazzeri e Sara Fariello. Il libro si articola in una sequenza di contributi che, pur nella diversità disciplinare e geografica, costruiscono un quadro coerente e progressivo del fenomeno. Dopo l’introduzione delle curatrici, Lucia Re, dell’Università di Firenze, Irene Strazzeri, Università del Salento e Sara Fariello, Università Luigi Vanvitelli, che colloca la violenza ostetrica all’incrocio tra medicalizzazione, biopolitica e modelli sociali di maternità, il capitolo di Carlo Botrugno apre il libro con una riflessione bioetica critica, mettendo in luce il “silenzio” della bioetica mainstream e proponendo la prospettiva dell’everyday bioethics come strumento per riportare la violenza ostetrica al centro delle pratiche ordinarie di cura.
Ester Massó Guijarro sviluppa poi un impianto teorico femminista e decoloniale, leggendo la violenza ostetrica come forma di ingiustizia epistemica e interrogando i conflitti attorno alla sua stessa nominazione. Il contributo di Sara Dal Monico inquadra la violenza ginecologica e ostetrica nel diritto internazionale dei diritti umani, valorizzando il ruolo della giurisprudenza della Corte EDU e del Comitato CEDAW nella costruzione di un paradigma giuridico di genere. Camila Giugliani sposta lo sguardo sull’America Latina, mostrando come la violenza ostetrica si intrecci a “razza” e classe, e introducendo il concetto di obstetric racism. Giulia Stolfi analizza quindi il modello brasiliano del parto umanizzato come tentativo strutturale di prevenzione della violenza, fondato sul protagonismo delle donne e su una trasformazione organizzativa dei servizi. Keiju Vihreäsalo esplora il contesto finlandese attraverso le narrazioni raccolte dal movimento Me Too in Childbirth, mettendo a fuoco la tensione tra oggettivazione dei corpi e autodeterminazione. Il capitolo di Sezen Yaraş, Eylem Mercimek e Dilek Cindoğlu approfondisce il caso turco, leggendo le pratiche ostetriche routinarie – in particolare l’episiotomia – come espressione di un paternalismo autoritario neoliberale che produce vulnerabilità ma anche forme di resistenza femminile. I contributi di Sara Fariello con Giuditta Mitidieri e di Lucia Re con Chiara Magneschi riportano l’attenzione sul contesto italiano, attraverso due ricerche qualitative sulle ostetriche in Campania e Toscana, analizzando gerarchie professionali, etiche della cura e condizioni di lavoro come fattori chiave nella produzione o prevenzione della violenza. Daniela Bandelli affronta infine il tema del parto a domicilio in Italia, come risposta alla medicalizzazione e come spazio ambivalente tra autodeterminazione e nuove vulnerabilità. Il volume si chiude con il capitolo di Irene Strazzeri, Anna Maria Rizzo e Chiara Spagnolo, che ricompone il quadro teorico riaffermando la necessità di riconoscere la violenza ostetrica come violenza di genere, interrogando il controllo medico sui corpi riproduttivi e aprendo a ulteriori linee di ricerca, anche in relazione alle mutilazioni genitali femminili e ai contesti plurali contemporanei.
Il volume Obstetric Violence as Gender Based Violence rappresenta un passaggio fondamentale nel processo di riconoscimento della violenza ostetrica come violenza di genere strutturale, inscritta nelle pratiche ordinarie delle istituzioni sanitarie e nei regimi di sapere che governano la riproduzione. La sua forza non risiede soltanto nella ricchezza teorica o nella pluralità disciplinare, ma nella capacità di tenere insieme analisi critica e possibilità di trasformazione.
Letto a partire dall’esperienza delle donne accolte nei centri antiviolenza femministi di Differenza Donna, il libro risuona in modo particolarmente nitido. Nei percorsi di ascolto, accoglienza e accompagnamento legale e politico, la violenza ostetrica emerge con frequenza come violenza non nominata, spesso raccontata in forma frammentaria, con esitazione, talvolta con senso di colpa o auto-svalutazione. Non di rado, le donne faticano a riconoscere come violenza ciò che è stato loro restituito come “necessario”, “tecnico”, “per il bene del bambino”, o come inevitabile prezzo da pagare per essere madri o per la loro salute. In questo senso, il volume compie un’operazione scientifica profondamente femminista: restituisce legittimità alla parola delle donne, sottraendola alla patologizzazione e al sospetto. Le esperienze di umiliazione, silenziamento, invasione del corpo, mancato consenso o medicalizzazione forzata non vengono trattate come percezioni soggettive da correggere, ma come fonti di conoscenza posizionata, capaci di interrogare criticamente l’ordine istituzionale. È una prospettiva che dialoga direttamente con la pratica dei centri antiviolenza, dove l’ascolto non è mai neutro, ma atto politico di riconoscimento.
Il richiamo alla pratica dell’esperienza è centrale anche nel modo in cui il volume rifiuta gerarchie rigide tra i saperi. Le narrazioni delle donne, le pratiche delle ostetriche, le analisi sociologiche e giuridiche non vengono infatti disposte lungo una scala di legittimità, ma messe in relazione, secondo una prospettiva che interroga i rapporti di potere inscritti nella produzione del sapere. Questo approccio si colloca nel solco di una pratica femminista della ricerca che non separa teoria e pratica e che mette in questione le competenze ogni volta che esse si trasformano in dispositivi di esclusione o di silenziamento. In questo quadro assume particolare rilievo la riflessione sulle gerarchie professionali. Il volume attraversa senza timori ciò che talvolta viene evocato come “invasione di campo”, ma lo fa senza arroganza né spirito di delegittimazione. La critica al potere medico, alla standardizzazione delle pratiche e all’uso disciplinare del sapere non si traduce in una contrapposizione sterile, bensì in un invito a ripensare la professionalità come responsabilità relazionale, e non come dominio tecnico. È in questa direzione che emerge con forza la nozione di gentilezza della cura, richiamata anche nel corso della presentazione del volume del 6 febbraio presso l’Università di Firenze.
A partire da queste premesse, il volume sollecita una riflessione più ampia e tutt’altro che eludibile sulla necessità di una riscrittura della grammatica delle professioni, in particolare di quelle che operano sui corpi delle donne. La violenza ostetrica non appare come una mera deviazione individuale o come il risultato di carenze comunicative, ma come l’esito di assetti professionali fondati su gerarchie rigide, su una separazione netta tra chi “sa” e chi “subisce” e su una concezione della competenza come potere di decisione unilaterale. In questo senso, la pratica femminista – così come si è storicamente sviluppata nei centri antiviolenza e nei percorsi di salute delle donne – offre una chiave di spostamento radicale: non la negazione della professionalità, ma la sua ricomposizione relazionale, capace di riconoscere l’esperienza come fonte di sapere e di rimettere in circolo la parola delle donne.
La tradizione politica delle ostetriche, in particolare, rappresenta un terreno fecondo per questo ripensamento. Storicamente collocate in una posizione ambivalente tra sapere pratico, cura e subordinazione istituzionale, le ostetriche hanno incarnato – spesso in modo conflittuale – una professionalità non riducibile al paradigma medico-dominante, fondata sull’accompagnamento, sull’ascolto e sulla prossimità. È proprio da questa genealogia che può prendere forma una diversa grammatica della cura, capace di superare la verticalità delle gerarchie senza cadere nell’indistinzione dei ruoli e di praticare una responsabilità condivisa che non tema il contatto, la contaminazione dei saperi e quella che il femminismo ha chiamato, non a caso, gentilezza: una gentilezza che non è rinuncia al conflitto, ma scelta politica di trasformazione delle relazioni di potere che attraversano le professioni e le istituzioni.
Centrale, nel volume, è la possibilità di definire una pratica concreta di riconoscimento dell’altra come soggetto, attraverso tempo, ascolto, attenzione al contesto, capacità di sospendere il gesto tecnico quando diventa violento. Questa idea risuona profondamente con l’esperienza dei centri antiviolenza femministi, dove la cura non è mai separata dalla giustizia e dove l’accompagnamento non coincide con la neutralità. Al contrario, è proprio l’assunzione di una posizione — dalla parte delle donne — a rendere possibile una cura non invasiva, non normalizzante.
Il volume ha inoltre il merito di mostrare come la violenza ostetrica non sia un “errore” del sistema, ma un suo possibile esito ordinario quando la nascita è governata da logiche di efficienza, controllo del rischio e disciplinamento dei corpi. In questo quadro, l’invito non è a sostituire un potere con un altro, ma a rivedere radicalmente le condizioni organizzative, formative e simboliche in cui la cura prende forma attraverso pratiche quotidiane, relazioni, conflitti assunti e parole finalmente dette. In conclusione, Obstetric Violence as Gender Based Violence è un lavoro che interroga chi legge e che offre a chi lavora nei centri antiviolenza femministi, per chi opera nel diritto, nella sanità o nella ricerca, uno strumento importante per continuare a nominare la violenza senza ridurla, e per praticare una cura che non tema la prossimità, l’ascolto e la trasformazione delle gerarchie. È, in questo senso, un libro che dissemina i risultati della ricerca parlando la lingua dell’esperienza e ne riconosce la forza politica.
A cura di Lucia Re, Irene Strazzeri e Sara Fariello
De Gruyter Brill, 2026 (Open Access)