“Oggi che il tempo si distende largo”, primo verso di una poesia in endecasillabi, è il titolo del mio quinto libro di poesie pubblicato a dicembre da Rupe Mutevole. Questa volta ho indugiato a lungo, circa un anno, indecisa se pubblicare o meno, chiedendomi a chi potesse interessare e in perenne dubbio sulla qualità poetica ed evocativa dei miei versi. È grazie soprattutto a una donna, Maria Mencarelli, che alla fine ho deciso: è stata la sua lettura attenta, affettuosa, intelligente e sapiente a convincermi. È lei che ha poi scritto l’introduzione. A spingermi a pubblicare è stato in verità anche il senso di responsabilità verso chi mi conosce, il valore che ha per me la cura delle relazioni, quelle che traggono nutrimento da una conoscenza reciproca autentica: era giusto condividere innanzitutto con loro questo mio lavoro. Ma i libri per fortuna hanno la facoltà di andare liberamente ovunque. Sono molto grata alle donne che danno vita a Feminism 26 per aver accolto il mio libro in un contesto tanto ricco di stimoli e suggestioni. Sarà infatti presentato il 28 febbraio alle ore 12, alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, nella sala Ingargiola, da Maria Mencarelli e Daniela Bruno che dialogheranno con me e con quante/i vorranno prendere parola in uno spazio largo, circolare e inclusivo.
Scrivo versi dai primi anni sessanta. Il mio primo libro di poesie e disegni “Senza titolo” è del 1993 e porta la prefazione della grande Maria Luisa Spaziani. A volte la mia poesia viene accompagnata da elementi grafico/pittorici tratti dal mio lavoro artistico, altre nasce proprio dal segno, come accade nel mio secondo libro “Nel segno” del 2010 dove scrivo “Mi ha sempre affascinato e arricchito posizionarmi nell’intreccio tra linguaggi, saperi, culture. C’è a monte un antico desiderio di sconfinare, togliere steccati ovunque la mente, il cuore, la pratica di relazioni portano a separare nettamente, distinguere, opporre.”
“Oggi che il tempo si distende largo” porta in copertina un mio dipinto, Linguaggi, un intreccio tra pittura, scrittura e ricamo, ma è dedicato tutto alla poesia. L’oggi del titolo evoca l’età della vecchiaia col suo ritmo disteso, le sue fragilità e i cedimenti del corpo, ma anche col suo carico di tempo e di ricordi, di lotte, legami potenti e amare sconfitte, di femminismo pensato, costruito e agito. Da tutta questa ricchezza nasce uno sguardo che tende a continue ricollocazioni. Vista oggi, la mia lunga ricerca poetica la vivo come una personale e silenziosa pratica di autocoscienza, è la “stanza tutta per me”, un luogo mobile, incastonato in un punto preciso della mente: penso, vibro e scrivo ovunque mi trovi, ovunque l’accadere dentro e fuori di me riesce a sprigionare nuova conoscenza e a muovere emozioni profonde che nascono e crescono con un ritmo musicale teso all’essenzialità. La poesia è infatti per me “l’arte del togliere” come per Michelangelo era la scultura, traguardo non facile da raggiungere. L’uso della parola infatti è spesso un testa a testa carico di trabocchetti presenti in abbondanza nella lingua che uso, l’italiano, così carico di misoginia.
In questo senso la mia parola poetica è parola politica, porta in sé l’eco del mio impegno per una diversa qualità delle relazioni umane, scava oltre gli stereotipi, nell’autenticità di quello che sono e che sento: racconta il dolore causato dalla violenza maschile che governa il mondo, mostra le gabbie in cui viene rinchiuso persino l’amore. E, per fortuna, si lascia sorprendere e stupire di fronte alla bellezza della natura, il bosco ad esempio, una cascata o il mare, e si commuove nell’incontro con gli altri viventi come la viola, il glicine, il merlo, il pettirosso, il geco, i gabbiani, il ragno: “Questo urto nell’anima è l’accadere”. Attraverso la parola poetica riesco a provare narrazioni differenti, nella continua scoperta dei fili che riconnettono quello che un pensiero binario ha separato e deformato per millenni, sento di ricollocarmi nel cosmo nella finitezza e fragilità del mio essere soggetto minuscolo, precario “Io sono il mio corpo che mi lascia / di giorno in giorno” “Io più non sono / se non per sottrazione” e nello stesso tempo di sentirmi in una genealogia umana potenzialmente meravigliosa.