Ogni NO conta
Il modello dei e delle Costituenti italiane assicura l’eguaglianza davanti alla legge perché non vengano perseguiti solo i reati indicati dalla maggioranza politica del momento
Basta un NO in più per bloccare la revisione costituzionale del governo italiano: al prossimo referendum costituzionale del 22 – 23 marzo chi voterà NO confermerà il testo scritto dall’Assemblea Costituente eletta proprio ottant’anni fa, per la prima volta con il voto delle donne.
Coloro che avevano subito la repressione dell’ordine giudiziario dipendente dal volere del regime fascista idearono allora un organo in grado di garantire il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura: il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) liberava finalmente i giudici dal potere politico. Si tratta di un organo di autogoverno dei giudici ordinari (giudicanti e requirenti) che gestisce tutto ciò che durante il fascismo consentiva al governo di dirigere le azioni penali dei pubblici ministeri (pm) e controllare le decisioni dei magistrati giudicanti. Oggi le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati sono attribuiti a un unico CSM, eletto per i due terzi dai giudici e dai pm tra di loro e per un terzo dal Parlamento tra giuristi non magistrati.
Questo modello inventato dai Costituenti italiani a livello comparatistico è considerato molto garantista perché mira ad assicurare l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge evitando che vengano perseguiti solo i reati direttamente o indirettamente indicati dal potere politico e solo alcune categorie sociali additate come criminali dalla maggioranza politica del momento.
Modificando il CSM, quindi, si incide inevitabilmente sulla garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura (art. 104), principio “formalmente” non toccato neanche dal revisore perché, come è noto, è servente rispetto alla garanzia dei diritti inviolabili, a partire dalla libertà personale che spetta ai giudici, qualunque funzione svolgano, assicurare. Quei diritti sono la quota di potere che spetta a ciascuno di noi. Già oggi la garanzia dei diritti è in crisi, soprattutto per le donne che dovranno dichiarare espressamente il loro dissenso per dimostrare la violenza subita. Il rischio è peggiorare l’esistente.
Se la giustizia in Italia non funziona, dipende dal CSM o da chi non realizza il compito che spetta al Ministro della giustizia di renderla efficiente ed efficace? Sarebbe necessario aumentare magistrati e personale, rafforzare le loro dotazioni ed evitare di rallentare ulteriormente i tempi della giustizia con una espansione incontrollata del diritto penale: lo stesso Governo Meloni conferma che la giustizia non sarà più efficace con questa revisione costituzionale ma non ha smesso di introdurre nuovi reati (57) e nuove aggravanti (60) decidendo di depenalizzare soltanto l’abuso di potere. È chiaro che poter abusare del potere significa avere potere da esercitare, mentre la caratteristica dei nuovi reati introdotti è quella di colpire tipiche forme di protesta contro il potere (dal blocco stradale alla resistenza passiva). Si preferisce reprimere il disagio e il dissenso, invece di affrontarli e risolverli.
L’obiettivo dichiarato della revisione costituzionale sarebbe quello di separare le “carriere” dei pm da quella dei magistrati giudicanti, risultato già raggiunto e ulteriormente raggiungibile con una legge ordinaria come ha dichiarato la Corte costituzionale. Il governo, invece, ha presentato una iniziativa di revisione costituzionale che, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, è stata approvata dalla sola maggioranza politica senza che il Parlamento ne abbia cambiato neanche una virgola. Perché imporre al Parlamento una revisione della Costituzione così come scritta dal governo? Il motivo è che la revisione Nordio-Meloni non persegue affatto una mera separazione delle carriere intese come funzioni (o requirenti o giudicanti) ma, invece, una netta separatezza all’interno dell’ordine giudiziario tra giudici giudicanti e pm fino a mettere in discussione l’unitarietà della magistratura voluta dall’Assemblea Costituente per favorire una comune cultura della giurisdizione a garanzia dei nostri diritti.
In base alla revisione costituzionale da un solo organo si passerebbe a tre distinti organi (CSM per giudicanti; CSM per requirenti e un’Alta Corte disciplinare), nessuno dei quali avrebbe più la natura di organo di autogoverno autonomo: la quota di membri a disposizione della magistratura in ognuno dei tre organi non sarebbe più elettiva ma sorteggiata mentre i componenti di derivazione parlamentare resterebbero prima eletti e poi sorteggiati tra gli eletti. L’intreccio tra frammentazione in tre del CSM e metodo del sorteggio puro soltanto per i giudici non potrà non indebolire la magistratura e, quindi, la sua postura indipendente davanti agli altri poteri dello Stato. Inoltre isolare in un loro CSM i PM, che costituiscono meno di un quarto dell’intera magistratura, li spingerà con il tempo a identificarsi sempre di più con le attività della polizia giudiziaria con cui conducono le indagini, rischiando di trasformarli in Avvocati dell’accusa invece che primi garanti delle nostre libertà rispetto alla gestione della pubblica sicurezza di competenza del governo.
L’istituzione poi di un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari dei magistrati, in questo caso giudicanti e requirenti incomprensibilmente rimessi insieme, viene giustificata con la necessità di sanzionare in modo più severo e frequente i magistrati nonostante la sezione disciplinare del CSM sia già tra “i giudici dei giudici” più severi presenti in Europa. Non solo si tratterebbe dell’istituzione di un “nuovo giudice speciale” in violazione della Costituzione (art. 102) così come in violazione della Costituzione (art. 111) vi sarebbe il divieto di rivolgersi ad altro giudice contro le decisioni dell’Alta Corte, ma l’intento intimidatorio nei confronti dei magistrati è ciò che preoccupa di più.
I diritti, infatti, richiedono garanzie perché non restino lettera muta. Vanno rivendicati in un tutt’uno con la pretesa che la loro tutela non venga messa in discussione, svilendo le sedi della sovranità popolare in organi di ratifica delle decisioni del governo e compromettendo l’indipendenza e l’autonomia della magistratura che ha il compito di far rispettare i nostri diritti dagli abusi di potere. Se c’è molto da cambiare nella cultura della giurisdizione in modo che non sia un ulteriore oltraggio alla lesione dei diritti, certamente questo cambiamento non può andare nella direzione di un controllo politico della magistratura in un contesto, inoltre, di ipertrofia del diritto penale “del nemico”.
Questa revisione, infatti, è accompagnata da una forte narrazione di una magistratura invasiva della sovranità popolare perché ostacolerebbe l’indirizzo politico del governo che non vorrebbe incontrare limiti di legalità e di controllo nel suo operato. È una vecchia storia quella dell’insofferenza verso i limiti al proprio potere e per questo l’Assemblea Costituente italiana li inserì in una Costituzione che può essere modificata soltanto con il consenso effettivo della maggioranza del popolo che ha il potere di fermare chi vuole calpestarla. Per questo lo sciopero del 9M scorso, altro diritto costituzionale, dal lavoro produttivo e riproduttivo è stato accompagnato dal rifiuto di manomettere la Costituzione nella sua parte di garanzia dei diritti.
Visto che ci obbligano a un dissenso espresso, bisognerà dire “no”.