Parlare con le altr3
L'attenzione all'«infinitamente piccolo» ci mantiene vicine e in contatto con le cose del mondo, nel circolo vivente tra esperienza e linguaggio
Durante l’incontro 𝐫𝐞𝐅𝐔𝐒Ə – l’informazione verso il 25 novembre, dell’11 ottobre a Roma, un tavolo era dedicato a una domanda: «come parliamo delle altre?». La prima persona plurale invitava a una riflessione a partire dalle proprie pratiche professionali e di scrittura: come mettiamo in parola l’esperienza delle donne che raccontiamo?
Io ho cercato di rispondere a partire da quello che faccio nel mio lavoro di ricerca, attraverso le indagini, le interviste, la raccolta di storie, i focus group. Come ogni ricercatrice impegnata nei processi qualitativi e partecipativi seguo le ipotesi e le domande di ricerca interpellando i e soprattutto le indirette interessate. Nel tempo mi sono occupata molto di precarietà, di lavoro indipendente, di lavoro da casa, di mobilità. Ho intercettato donne super istruite alle prese con la trasformazione della casa in spazio di lavoro, giovani laureate con la valigia per espatri più o meno desiderati, lavoratrici straniere impegnate nei servizi di assistenza e di cura, trovandomi sempre nella condizione di capire come parlare di queste «altre» che ho incontrato e a cui ho chiesto di raccontarmi di sé. Nel difficile tentativo di non «estrarre» dati da questi percorsi di lavoro e soprattutto di rispettare quanto mi viene affidato, mi sono data la regola di restituire al massimo la soggettività di chi parla, rispettando, nei virgolettati, il più possibile del linguaggio che viene usato. Le pause, le imperfezioni, le parole gergali, i dettagli: quello che mi colpisce di una frase diventa la leva attraverso cui presento una storia di lavoro e di una condizione lavorativa. Mi impegno a non immiserire mai chi ha preso parte a una ricerca: quando una vicenda parla soprattutto di sfruttamento, cerco di descrivere quello, spostando la scrittura verso il sistema di ingiustizie che lo causano. Di chi mi parla preferisco raccontare il modo in cui mette a fuoco le contraddizioni in cui si sente stretta, la spinta piuttosto che la stanchezza e la rassegnazione che, anche quando ci sono, raramente esauriscono il campo. Ci sono fiumi di articoli su come si fa un’intervista, su come si cura un’etnografia, ma poi conta anche la sensibilità, la mia è questa, seguire piccole regole, rendere le intervistate il più possibile consapevoli di cosa sto facendo, anche condividendo l’intervista, una volta sbobinata, o il report una volta scritto. E poi c’è una regola che seguo, l’ho formulata con uno slogan, anni fa: «non aprire mai quello che poi non saprei chiudere». Inutile affacciarsi troppo sul dolore o sulla frustrazione, sempre più presenti nelle storie di lavoro, se non c’è tempo o modo di elaborarlo. Se vedo che sto toccando qualcosa che fa troppo male ne prendo atto ma non insisto. Serve delicatezza, rispetto, cose così. E poi ci sono gesti che dicono moltissimo e che servono un po’ da ammonimento, lo vedi quando è il corpo dell’altra a chiederti di andare oltre, anche il tono della voce.
Quindi «come parliamo delle altre?» per me si risolve in una risposta semplice: lasciandole parlare, riportandole nella scrittura attraverso dei ritratti brevi, facendo in modo che quello che lasciano alla ricerca continui a essere loro, senza essere troppo stritolato dalle interpretazioni, dalle categorizzazioni, da tutto l’armamentario che in nome della scienza sminuzza, taglia, analizza le cose togliendo loro un po’ vita. Il modello anatomo-patologico è lì, dietro l’angolo, quel conoscere vivisezionando che è stato alla base di molte epistemologie.
I femminismi hanno un diverso rapporto con molte cose che intersecano questi processi di conoscenza, un sapere delle relazioni e una pratica del nominare che tiene in gran conto l’esperienza. Sono momenti fondanti di una politica che è nata dalla necessità di mettere in parola una storia silenziata e lasciata nel cono d’ombra dal discorso (logos), condannata all’insignificanza se non avesse trovato modi per emergere, una parola dopo l’altra.
Una pratica di parola, una presa di parola che rischia di perdere importanza nella confusione della società della comunicazione e dentro gli ingranaggi di un capitalismo che vive di segni, di codici, di un proliferare di messaggi creati per reggere il ritmo del consumo. Mark Fischer, studioso delicato e raffinato del neoliberismo, ha notato come questo sistema rapina le invenzioni migliori dei movimenti sociali per restituirne un surrogato scadente e svuotato di senso. Le parole del marketing così come quelle della comunicazione (e tanto più della comunicazione politica per come la vediamo crescere nei suoi formati propagandistici, soprattutto a destra, tocca dirlo) hanno un rapporto altrettanto importante con il nominare, ma sembrano più interessate a cogliere gli spettri della nostra vita che a rinnovare il rapporto con la realtà. Paure, minacce, insicurezze di ogni tipo, nostalgie, desideri senza soggetto, sono continuamente richiamati da questo uso del linguaggio rendendo fiacco l’esercizio del pensiero critico.
Rinnovare la tensione tra realtà e linguaggio, tanto più per parlare delle altre, ci chiede di attrezzarci, riferirsi, magari, a delle forme di verifica.
Nel suo libro Sentire e scrivere la natura, Chiara Zamboni cerca le strade per fare un lavoro di ricucitura, di cura amorosa, tra linguaggio e mondo, senza confonderli, senza metterli in un tutto. In questa ricerca individua una misura: «l’infinitamente piccolo», quello stare nella prossimità, vicine e in contatto con le cose del mondo, nel circolo vivente tra esperienza e linguaggio. La scrittura e lo scrivere delle altre, tenuta in questa zona di prossimità, può cogliere quello che non è già dato o già detto, quel frammento di esperienza che era già lì e aspettava solo di essere visto e ascoltato.