Parole
in cerca di libertà

Tra le motivazioni che spingono le donne a lasciare il proprio paese ci sono norme patriarcali, discriminazioni, violenze. Ma soprattutto il desiderio di libertà

Parole in cerca di libertà
Sabir Donne in movimento Celeste Grossi e Yohamin Teshome Kumbi

21 Novembre 2025

Gli uomini hanno paura delle parole. Ecco perché ci vietano di parlare

L’Italia, vista dalla Libia, dal Venezuela, dall’Iran, dall’Afghanistan appare come una terra promessa. Per raggiungerla si affrontano viaggi lunghi e difficili, anche quando si ha la “fortuna” di arrivare con un corridoio umanitario, senza parlare dei viaggi di chi arriva “clandestinamente”. Viaggi nel corso dei quali le esperienze da cui si cerca di fuggire possono ripetersi. Viaggi così difficili da non riuscire neppure a parlarne. Viaggi che talvolta si concludono con respingimenti e nuovamente reclusioni e torture.

Chi riesce ad arrivare in Italia spesso non vede soddisfatte le attese dai percorsi di accoglienza e inclusione per rifugiate e migranti. E talvolta, le discriminazioni assumono nuove forme, legate alle barriere di accesso ai diritti, al lavoro, alla salute, alla cittadinanza. C’è molta strada da fare per rendere questi percorsi davvero femministi, antirazzisti, in grado di promuovere autodeterminazione e diritti reali e per superare la mentalità coloniale che troppo spesso impedisce il protagonismo delle donne, non riconosce il diritto di coltivare i propri sogni, limita l’accoglienza a mera assistenza materiale e, quando va bene, all’inserimento lavorativo che non riconosce reali competenze professionali e potenzialità.

Questo è emerso nel corso dell’incontro internazionale “Donne in movimento: percorsi migratori, tra diritti negati e discriminazioni multiple” che si è tenuto a Palermo il 23 ottobre nell’ambito di Sabir, Festival delle società civili del Mediterraneo. Coordinate da Yohamin Teshome Kumbi di UNIRE – la prima piattaforma in Italia gestita esclusivamente da rifugiati e rifugiate -, ci siamo confrontate Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana, Amal Khalifa e Nagwa Ahmadi, Lybian Legal Aid Organization, Indira Meza, giurista emigrata dal Venezuela, Parisa Nazari, mediatrice interculturale e attivista del movimento Donna Vita Libertà, ed io per Arci nazionale.

I racconti di diritti negati, di discriminazioni, di violenze e di delusioni per le attese frustrate si sono intrecciati con trame di attivismo e sorellanza che hanno dato molti elementi di speranza.

 Unica non rifugiata, né migrante, insieme all3 partecipanti al gruppo nazionale Politiche di genere dell’Arci, ho scelto di portare la voce delle donne afghane di Rawa, mie amiche e sorelle, che frequento da 25 anni e che non possono essere qui, essendo rientrate in clandestinità, dopo il ritorno al potere dei talebani. Nessuna tentazione di parlare a loro nome, ma il desiderio sincero di illuminare la condizione durissima che le donne vivono in Afghanistan e che dal ritorno al potere dei talebani, è peggiorata e continua a peggiorare. E insieme il desiderio di denunciare l’impressionante silenzio indifferente della comunità internazionale e dei media main stream, dopo il breve sussulto mostrato nell’agosto 2021.

Anche se non è il solo (l’apartheid di genere in forme diverse c’è anche in Iran, come hanno raccontato Maysoon Majidi e Parisa Nazari), l’Afghanistan è il Paese che rappresenta il caso più emblematico di una guerra sistematica e continua che opprime le donne e le persone lgbtqia+ e non permette loro di vivere.

Non possono mostrare il volto, far sentire la voce, lavorare, andare a scuola (sono state vietate anche le scuole comunitarie domestiche, e sono stati oscurati i canali radio dell’UNICEF per l’istruzione femminile), frequentare le università (anche quelle private), esercitare professioni. Sono aumentati i matrimoni infantili (il 30% delle ragazze con meno di 18 anni è già sposata e ha già figli, il 10% di loro ha meno di 15 anni).

Alle donne in Afghanistan non è negato solo il futuro, ma anche il presente. Molte donne e persone LGBTQIA+, non potendo fuggire, scelgono la morte (dal ritorno dei talebani al potere sono aumentati i suicidi). Uscire dal paese è quasi impossibile. Quelle che ci riescono sono le più forti e consapevoli, affrontano il viaggio da sole, lasciando tutto: casa, famiglia, affetti. Per altre la fuga dalla realtà è rappresentata dalla poesia, come forma di resistenza e libertà, una poetica ribellione.

Ordini stupidamente di tacere

non capisci che la voce della verità è più forte del tuo raglio.

Non è manipolando le frasi dei Profeti

Che la tua ignoranza diverrà verità

Questo landay (“serpentello velenoso”) è uno dei tanti componimenti raccontati da donna a donna per farli circolare anonimamente in un paese dove le poete vengono perseguitate e talvolta uccise. Come è accaduto a Nadia Anjuman, (1980-2005), picchiata a morte dal marito che non sopportava la sua indipendenza. Nadia diceva che gli uomini: «Hanno paura delle parole. Ecco perché ci vietano di parlare».

Nel 2024 a Sabir, l’Arci ha organizzato l’incontro internazionale “Voci di lotta e resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan”. Da allora lottiamo perché il Gender Apartheid venga riconosciuto come crimine contro l’umanità. La VI Commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha esaminato la proposta di inserirlo nella Convenzione. Ma questa forma di discriminazione non è contemplata e dunque non può essere perseguita e sanzionata fuori dai confini dei paesi dove il crimine è commesso. E in Afghanistan le violenze sistematiche sulle donne sono considerate legali. Giustizia nel paese non sarà fatta fino a quando ci saranno i talebani al potere. Infatti se, come ci ha detto Maysoon Majidi, «in Iran la parola di una donna vale la metà di quella di un uomo», in Afghanistan la parola di una donna non vale nulla. Non ci sono più giudici donne: a giudicare, ormai, sono solo uomini.

Per questo con Amnesty International, e con il Cisda – Coordinamento Italiano di Sostegno alle Donne Afghane, anche noi di Arci invitiamo a sottoscrivere la campagna Stop fondamentalismi. Stop Apartheid di genere.






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