Patriarchi 2.0
variazioni sul tema
Ho solo ventuno anni e sono stata già testimone e oggetto di tante discriminazioni di patriarchi 2.0. Ingiustizie che hanno un nome esterofilo, ma ce l’hanno vivaddio! Catcalling, body shaming, gaslighting, ghosting, omofobia e tanto odio
telefuturama, @lollimonaco
Sarà banale, ma partirei umilmente dall’etimologia dal greco, dominio del padre. Secoli di esclusione, esclusivismo, esclusività che solo a parlarne viene il tedio, tanto il tema è battuto dai femminismi mondiali di oggi e di ieri. Ma io ho vent’anni adesso (ventuno per la precisione), faccio i conti con le poche frecce al mio arco, la scarsa esperienza, la fortuna di avere avuto qualcuno prima di me a indicare la strada, a segnare il cammino, a darsi anima, e troppo spesso corpo, per far sì che la patriarchia sia sempre più una parola astrusa che un fatto che pervade la realtà di ogni donna, nessuna esclusa.
Cerco appigli, vago nella storia: nell’ottocento Engels definì il patriarcato come primo sistema di dominio che stabiliva la sconfitta storica mondiale del sesso femminile, perché secondo lui il patriarcato distribuiva il potere in modo ineguale tra uomini e donne a discapito di quest’ultime. L’ideologia patriarcale pervade, e il guaio è che lo fa insospettabilmente, alte istituzioni sociali basate sulla disuguaglianza grazie a meccanismi socio-politici come istruzione, ricchezza, assistenza sanitaria che riproducono ed esercitano il dominio maschile sulle donne.
Fin troppo facile, e noto, fare esempi come primari nelle sale operatorie, scienziati, politici e ogni sfera professionale, eccezion fatta per la sfera della cura, della resilienza, dell’abnegazione anonima. Il patriarcato è dunque sostituito da strutture e istituzioni che escludono sistematicamente le donne dalla partecipazione o dal contatto con quelli che si ritiene siano gli spazi di maggiore potere economico, politico, culturale. Queste istituzioni si interconnettono per rafforzare strutture di dominio maschile ma anche con altri sistemi di esclusione e oppressione basati su differenze reali o percepite tra gli esseri umani. In altre parole, gli uomini opprimono individualmente e collettivamente tutte le donne come categoria sociale appropriandosi della loro forza riproduttiva e produttiva, controllando i corpi, le loro menti, la loro sessualità.
Faccio quella che cita: Oriana Fallaci, che odio e amo, disse – e lo trovo emblematico di certi moralismi – «risponderò in stile minigonna, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante», oppure ne Il secondo sesso dell’immensa De Beauvoir: «la donna? è semplicissimo dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un’ovaia, è una femmina. In bocca all’uomo, la parola femmina suona come un insulto, eppure l’uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui è un maschio». La Beauvoir affranca la donna dallo status di minore che la obbliga ad essere l’Altro dall’uomo. La scrittrice passa in rassegna tutti i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna – sposa, madre, prostituta, vecchia. Nella parte conclusiva approda alla figura della femme independant che non si accontenta delle poche libertà di costume a lei concesse o di aver ricevuto la tessera elettorale, ma che attraverso il lavoro, l’indipendenza, l’economia e quindi la possibilità di autorealizzazione che ne deriva riesce a chiudere l’eterno e ripetitivo ciclo del vassallaggio della subalternità al sesso maschile. 1949, signore mie. Nella sfera quotidiana, le donne sono ancora vittime di condizioni patriarcali, purtroppo ancora ben radicate nella nostra cultura in tutti i luoghi e situazioni – lavoro, casa, mezzi di trasporto.
Basti pensare alle «innocue» frasi – ma tanto è donna, non sa parcheggiare – o lo stereotipo del – bella e brava – che inseriscono la donna in una posizione ancillare rispetto all’uomo, come se la donna dovesse essere «valutata» dal punto di vista estetico e poi venisse tutto il resto. Le statistiche odierne parlano di una donna uccisa ogni 3 giorni e nelle classifiche l’Italia attualmente si trova al 79esimo posto nel Global Gender Gap del World Economic Forum (fonte Ansa). Con questo ritmo occorrono circa 132 anni affinché ci si trovi in condizioni di parità. Tramite la mia esperienza personale di studio del diritto di famiglia, mi sono interfacciata con delle realtà aberranti pubblicamente presenti nel nostro paese fino a qualche decennio fa come l’abolizione del delitto d’onore, insieme al matrimonio riparatore avvenuta solo nel 1981 o anche la violenza sessuale divenuta reato contro la persona solo nel 1996, anno spartiacque (prima lo stupro era considerato solo reato contro la morale). Solo attorno a me, e a soli ventuno anni, sono stata testimone oculare oppure oggetto di tante discriminazioni da parte di patriarchi 2.0; ingiustizie che hanno un nome esterofilo, ma ce l’hanno vivaddio: catcalling, body shaming, gaslighting, ghosting, omofobia e odio, tanto odio.
Chiaramente la violenza di genere ha una matrice culturale, fluttua tra le sfera individuale e collettiva, tra la persona e il genere. Ecco, il genere, il tema del millennio, tra fluidità, sfumature cangianti, pregiudizio e disprezzo irrazionale. Che senso ha il concetto di patriarchia in condizioni così mutate rispetta alla sua nascita? Nessuno, esattamente come prima. L’unica differenza la fanno i secoli, il dolore, l’umiliazione, le ali ingiustificatamente – e impunitamente – spezzate.