Patriarchia
ovvero i vizi a sesso unico

Uno scarto dalla cronaca per riscrivere il mondo alla fine del mondo. La Patriarchia è l’esercizio di tenersi stretto il potere, il sessismo incarnato nelle nostre società, È lo stato dell'informazione che confina la nostra parola pubblica al 17%. Non siamo neutre, siamo reFUSə

Patriarchia ovvero i vizi a sesso unico
patriarchia, FactoryA

07 Agosto 2024

Nel momento in cui stiamo andando on line per la prima volta con reFUSə, luoga comune dove appoggiare tutti i pensieri scorretti che non vogliono più abitare solo i confini, il mondo si pone sempre più prepotentemente al centro delle nostre vite a ricordarci, vista anche l’amnesia del Covid, che lei Geo, la forza per sovvertirci ce l’ha e noi no. Se puntassimo lo sguardo sulle cause, scopriremmo che non è affatto «fredda» la «goccia» che fa traboccare i vasi (a Valencia, a Bologna o altrove). Come non è solo sabbia quella che arriva dal Sahara ma anche le polveri sottili – di cui le guerre centuplicano gli inquinanti – e sono loro a stecchire gli spermatozoi con buona pace per GPA e controllo sui corpi (lo studio della Chinese University of Hong Kong, è pubblicato su BMJ Occupational and Environmental Medicine). Come a parlare del futuro delle guerre aspettiamo le elezioni Usa del 5 Novembre, che poi non c’è da sperare bene. Pare non si possa fare altro. Hai voglia, però, a chiedere pazienza alle vite che ancora popolano Gaza (42 mila morti, 95 mila feriti; 1 milione di rifugiati, dove?), all’Ucraina (si parla di centinaia di migliaia di morti anche se non ci sono fonti attendibili), al Sudan.

Elezioni Usa, guerre, climate change, dunque, le urgenze del mondo. Eppure ci serve uno scarto dalla trappola della cronaca che incalza. Avevamo appena iniziato a confrontarci sugli attraversamenti transfemministi dei media (reFUSə, 11 ottobre, Zalib-Roma) che già ci troviamo catapultate nel #metoo ai Master di giornalismo (irpimedia.irpi.ue, ottobre 2024), e in quello nelle redazioni che frissonmagazine.com ha ripreso adesso da una ricerca dell’Fnsi del 2019. Intanto nelle scuole gli stereotipi sessisti tappezzano i muri. Letteralmente. Questo numero è illustrato anche con i cartelli di un’azione di denuncia del collettivo transfemminista del Liceo romano Luciano Manara. Su cosa può venirne a una generazione, per sua sfortuna numericamente bassa (20%), la dice lunga la reazione negativa che ne ha accolto la denuncia. Come a dire «figlia io ti credo» ma la scuola evidentemente no.

Dicono che appena cambi prospettiva si aprono mondi. Ma quello del sesso-soldi-potere-violenza non cambia proprio mai. Proveniamo da millenni di storia di un sesso solo, carica degli stereotipi del suo modello. È la natura coloniale della cultura classica, che Omero fonda su una guerra e la Chiesa sulle due Marie, Santa e Puttana. È la politica che ha tenuto le donne invisibili nei secoli, incardinandole in quell’«essenziale funzione familiare» costitutiva della nostra Repubblica, nonostate sia stata conquistata anche grazie all’accesso al voto delle donne (art.37 Costituzione). È l’asimmetria della lingua sorgente che coinvolge anche chi lotta per la stessa causa, salvo poi relegarci al 17% dello spazio pubblico di parola. È lo stato dell’informazione, uno dei 12 settori strategici per colmare il gender gap, che vede l’Italia all’87° posto su 146 paesi censiti, completamente nelle mani degli uomini e del loro denaro sessuato. 

Vedremo quanto la sorellanza nell’informazione contribuirà a dare visibilità e parola pubblica transfemminista alle donne, alle persone non binarie, alle soggettività non conformi. E cosa avremo da dire su questo grumo di eventi. Intanto tiriamoli in ballo questi media, costringiamoli a usare con minor leggerezza gli strumenti di quel potere che negano – per conservarlo o per sostituirlo poco cambia: è sempre di un altro la stanza – ma ai cui privilegi sembrano difficilmente rinunciare.

La Patriarchia, ovvero l’esercizio di tenersi stretto il potere, è il sessismo incarnato nelle nostre società, la struttura (per tirare in ballo Marx) su cui si incista la sovrastruttura data dai modi in cui i corpi sono rappresentati dentro ai processi sociali e culturali, a dirci che l’identità di genere il patriarcato l’ha impressa su tutt3. Gli stereotipi sono solo un sintomo, dunque. Il problema è negare il costo che c’è dietro alla cura di quei confini e la materialità dei corpi che stanno già cambiando il mondo. È la solita ricchezza che va redistribuita. Certo abbattere il capitalismo è compito delle generazioni ma noi, intanto, dobbiamo restare vive.

Ecco l’altro ingranaggio da sbloccare se vogliamo iniziare la nostra pedalata in salita, verso e oltre il 25 Novembre. La metà delle donne italiane non lavora. Il 22% non è autonomo. Le nostre pensioni sono più basse di 40 miliardi di euro (INPS); la destinazione dei PNRR alimenta un mercato sessuato del lavoro; e ci vorranno 131 anni per recuperare il gap economico globale, ammesso che sia un obiettivo. Il lavoro di cura aumenta invece, perché è una forza messa a sistema per ammortizzare (consentire?) la risacca dei tagli al welfare.

 A cosa servono i soldi, lo spiegano le amiche economiste femministe (eh si, sono attivissime da anni e occupano anche fior di cattedre universitarie): ad autodeterminarci, senza lasciarci sopraffare dalle condizioni di violenza; a sovvertire l’ordine economico sessuato e a fare anche del denaro un mezzo di alfabetizzazione politica. 

Decostruire la maschilità che ci tiene in questa guerra permanente, cari uomini, significa prima di tutto relazionarsi invece di vendicarsi, altrimenti saremo sempre sotto le bombe del patriarcato. E gli stessi diritti non servono se non c’è lo stesso rispetto. Che la Patriarchia è  feroce, dunque, ha il suo sintomo in tutti questi omicidi di potere, che siano violenze quotidiane o di guerra. È la sua struttura di dominio sui corpi umani e non umani, sui territori e sul mondo. Sono i dispositivi di sapere e di potere che vanno decostruiti altrimenti, senza riscrivere una storia della sessualità, ci saranno sempre spoglie da dividere tra vincitori e vinti, mentre un lavoro di riparazione enorme verrà lasciato a piegare le spalle delle donne. 

Ma c’è un ritmo creativo e contagioso nell’aria e noi lottiamo ballando. Iniziamo ad affilare le nostre «unghiette eclettiche» (di citazione leniniana) dentro questo lavoro sfruttato, con l’idea che non c’è neutro che possa farsi cambiamento. Siamo esaust3 di ricostruire quello che altri distruggono. È tempo della vita e noi siamo reFUSə.






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