Politicamente scorrette
Sempre
Sovvertire il linguaggio patriarcale, la norma dominante che maschera il potere
Ricondividiamo un articolo di Angela del 4 Aprile 2025
In questi anni, il discorso dominante, ha ribaltato la frittata e noi che ci battiamo contro la norma e per la libertà, veniamo accusate di rappresentare la regola. Siamo accusate di essere liberticide, a partire dall’uso del linguaggio. Ma basta pensare alla linguista Alma Sabatini per capire che non è così, che è esattamente il contrario. Sabatini, che negli anni Ottanta criticava il linguaggio sessista e proponeva una serie di raccomandazioni per superarlo, era una sovversiva; la norma era e resta quella del linguaggio patriarcale. Per questo penso che si debba rifiutare, con determinazione, l’etichetta che viene affibbiata a chi cerca di usare un linguaggio inclusivo di tutte le soggettività per smascherare – ancora una volta – il progetto di chi da millenni rappresenta la vera norma, il vero potere. Un potere che appena si è sentito minacciato ha rialzato la testa e la lingua, accusando le avanguardie di essere la maggioranza. Non è così.
Per capire che cosa è successo, dobbiamo partire dal concetto di politicamente corretto. Per la Treccani con questa espressione si intende un modo di parlare che eviti «il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere»; che eviti «espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche e di categorie con svantaggio fisico»; che eviti «in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni…». A un certo punto, però, il politicamente corretto ha assunto, nel senso comune, una accezione negativa. Scrive sempre la Treccani: «Malgrado gli ideali egualitari e progressisti che lo hanno animato, il politically correct ha sollevato numerose polemiche […]. Lo si accusa infatti di conformismo linguistico e di tirannia ideologica che limita la libertà d’espressione. Si sostiene che, col pretesto di rivendicare ideali di giustizia sociale, il politicamente corretto si limita in realtà a intervenire sulla forma (ossia la lingua) piuttosto che sulla sostanza dei problemi, contribuendo ad alimentare una nuova ipocrisia istituzionale […]».
All’ultima considerazione si potrebbe rispondere che, per molti filosofi e linguisti, la lingua crea il mondo, crea simbolico e immaginario con ricadute pesanti sulla realtà. Ma stiamo all’accusa, ormai diffusissima, che chi pratica un linguaggio attento a tutte le soggettività limiti di fatto la libertà d’espressione, imponendo la propria scelta. È vero che in alcune università degli Stati Uniti i passaggi del cambiamento linguistico rispetto al genere sono diventate regole anche ferree. Il cambiamento si costruisce nella società, con l’uso, con l’esempio. Se però andiamo a vedere i numeri, le università nel mondo dove ancora impera la regola del potere patriarcale sono la maggioranza. Eppure, lo si dà per scontato, non viene considerata un’imposizione, non lo si valuta per quello che è: un sistema di regole difficile da scalfire. Così come è maggioranza chi continua a usare un linguaggio neutro, cioè un linguaggio che ripropone come «naturale», quello che invece è lo specchio di un potere millenario: il maschile che assorbe tutto. È la regola che determina i rapporti sociali, le costruzioni di genere, ruoli e stereotipi.
Da qualche decennio stiamo provando a cambiarla, a ribaltarla.
Ma questo tentativo dà fastidio, fa paura e viene stigmatizzato usando l’accusa che sarebbe liberticida. Non dobbiamo farci spaventare e dobbiamo dire che la norma continua a essere l’altro linguaggio, quello non inclusivo, quello che maschera il potere. Il vero politicamente corretto, inteso come norma dominante, non è rappresentato da chi nel mondo tenta di sovvertire il linguaggio, ma da coloro che contestano il cambiamento, riaffermando vecchi codici e un’idea di mondo che attraverso la lingua ci riporta indietro nei secoli.
Dobbiamo dire: siete voi la norma liberticida, noi siamo la rivolta.
Per questo è importante usare un linguaggio che non sia sessista, che usi maschile e femminile e che rompa allo stesso tempo il dualismo, introducendo nuove forme come la Schwa. Non è un eccesso. È la conseguenza della rottura dell’Uno maschile, di quella norma che per millenni ha sussunto tutto. Dall’Uno si passa al Due e poi al molteplice, al riconoscimento anche attraverso il linguaggio di tutte le soggettività. Di tutte, tutti e tuttə.