Questo testo nasce da un’urgenza condivisa: comprendere cosa significhi parlare di cura in un momento segnato da crisi economica strutturale, devastazione ecologica, regressione dei diritti e ridefinizione neoliberale delle vite. Il punto di partenza è una domanda politica: può la cura restare una categoria critica quando viene assorbita dal linguaggio governativo? La risposta consiste in una postura che richiede di cartografare il concetto e di riconoscerne la strutturazione: lavoro, relazione, vulnerabilità, conflitto. Cura e riproduzione sociale non coincidono, ma sono concetti da rileggere nelle loro differenze e nei loro punti di contatto. Parlare di riproduzione significa rendere visibile il lavoro che sostiene la vita, parlare di cura significa interrogare politicamente le relazioni che la rendono possibile. Il libro assume la riproduzione sociale come lente privilegiata per leggere la crisi economico-sociale attuale: non perché la riproduzione è un fattore tra gli altri, ma perché è l’infrastruttura su cui si regge l’intero edificio economico. La lezione del femminismo marxista e della campagna per il salario al lavoro domestico hanno mostrato che il capitalismo non sfrutta solo il lavoro produttivo, ma si appropria del lavoro che produce e rigenera la forza-lavoro stessa. La crisi della cura non è allora un effetto collaterale del sistema, ma una sua contraddizione strutturale: il capitale erode continuamente le condizioni che rendono possibile la vita, per poi riversarne i costi su soggetti già storicamente vulnerabilizzati. Nei primi capitoli si tenta una ricostruzione della storia critica e politica della tensione tra cura e riproduzione sociale, come slancio per leggere il presente, attraverso i suoi momenti più significativi, dal femminismo bianco ai femminismi neri-decoloniali. Brunella Casalini sposta ulteriormente l’attenzione sull’incuria e sull’ecologia dell’ignoranza. La crisi della cura non è solo redistribuzione ineguale del lavoro riproduttivo, ma anche produzione sistemica di non sapere. Casalini mostra come l’incuria sia legata alla costruzione di vere e proprie gerarchie cognitive: chi è autorizzato a sapere, chi viene reso invisibile, quali esperienze restano ai margini, come l’ignoranza dell’interdipendenza rende possibile il perpetuarsi di un modello distruttivo. Maddalena Fragnito introduce, allora, una torsione decisiva: in dialogo con la necropolitica di Mbembe mostra come la gestione della cura produca confini tra vite degne di essere sostenute e vite destinate all’abbandono. La crisi non colpisce tutti allo stesso modo: è distribuzione differenziale della precarietà attraverso sofisticate tecnologie di dominio. Federica Giardini interviene su un nodo spesso rimosso: la misura. Se la riproduzione sociale è stata storicamente sottratta alla misura economica, la sua attuale messa a lavoro neoliberale passa attraverso nuove forme di quantificazione. Giardini interroga il rapporto tra economia politica e cura, mostrando come il conflitto si giochi anche sul terreno della misurabilità. La cura eccede la misura capitalistica, ma non per questo può restare fuori dalla lotta sulla definizione del valore. Infine, Cristina Morini chiude il volume riportando il discorso al presente delle trasformazioni politiche. La sua analisi – che prende le mosse dall’intuizione della femminilizzazione del lavoro – mostra come la produzione e la riproduzione non siano più sfere simbolicamente separate: il capitale contemporaneo mette a valore il desiderio, l’affezione, la capacità relazionale. Ma, proprio in questa sovrapposizione, emergono nuove possibilità: se la vita è messa al lavoro, può anche divenire luogo di riarticolazione politica. Ciò che tiene insieme queste riflessioni differenti è la convinzione che la crisi della cura non sia un tema settoriale, ma il punto nevralgico della crisi del capitalismo contemporaneo. La riproduzione della vita – umana e non umana – è il terreno su cui si misura la sostenibilità di un ordine sociale ed economico. Che cosa significa difendere la vita quando la vita stessa è divenuta terreno di valorizzazione? Il volume non cerca risposte, ma ribadisce l’urgenza di politicizzare il terreno della cura rilevandolo come spazio in cui si decide il valore delle esistenze e, con esso, la possibilità di immaginare forme nuove e dignitose di convivenza.