Punto G
come Genova

G8 2001-2026 dal movimento dei movimenti al transfemminismo

Punto G come Genova
Genova 2001

21 Luglio 2026

Il mercoledì 18 luglio 2001, partimmo per Genova dalla redazione del manifesto e di manifestolibri a Roma io, Marco Bascetta e Benedetto Vecchi, con l’auto nuova di Bia Sarasini, già direttora di Noi Donne. Eravamo allo stesso tempo giornalistə e attivistə, una condizione allora ineludibile per costruire informazione radicale. Il #G8 sarebbe iniziato il giovedì 19 e terminato il sabato 21. Ci accolse un muro di container disposti su due piani in una città spettrale che era stata preparata alla guerra: la zona rossa.

A riconoscere questo sopruso di potere globale («la sbalorditiva convinzione che il più malvagio degli uomini farà la più malvagia delle azioni per [pretendendo che sia] il massimo bene di tutti»: ovvero gente immonda che vuole governare il mondo, parafrasando Keynes) lo avevamo imparato da tempo. Ma era stata Seattle nel 1999 a svelare la tessitura dei tanti movimenti globali che in quel G8 si diedero appuntamento anche in Italia.

Dalle Pink Girls che aprirono il corteo del 19 con colori, balli e la gioiosa voglia di libertà, al pacifismo non violento delle componenti cattoliche cui incursori armati sbarcati sul lungomare di Genova che parevano marines [li ho visti] ruppero le ossa, alle Tute Bianche che opposero i propri corpi camuffati come tanti Robocop alla violenza degli idranti e dei manganelli, ai blindati a presidio delle arterie principali, fino ai tanto temuti black bloc, ragazzettə capaci giusto di dare fuoco ai cassonetti e a prendere a mazzate qualche bankomat (è ormai accertato che la devastazione di Genova di quei giorni fu responsabilità dello stato), fino al silenzio attonito di piazza Gaetano Alimonda alle 17.25 del 20 luglio 2001, squarciato dall’urlo incredulo e disperato dei manifestanti, «hanno ucciso un ragazzo», quando il ventitreenne Carlo Giuliani fu sparato alla testa dal carabiniere, anch’egli ventenne, Mario Placanica [prosciolto] mentre una camionetta passava sopra al suo corpo.

Il 21 la città era persa in una serrata «caccia all’uomo [ragazzə]». Fummo travoltə dalla «più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un paese occidentale nel secondo dopoguerra» come accusò Amnesty International. Quei due giorni e una notte di guerriglia urbana dalla stazione di Brignole, a Piazza Alimonda, dalle torture dentro la caserma di Bolzaneto fino alla «macelleria messicana» alla Diaz, furono un susseguirsi di domande – nei coordinamenti redazionali improvvisati in giardinetti fumanti – e fughe lungo Corso Bueonos Aires (rallenta non ce la fanno! abbandonale!); di assemblee allo stadio Carlini e di ricerca forsennata dei (rari) negozi aperti per acquistare occhialetti da piscina contro i lacrimogeni. Mia madre telefonò in mezzo a quella baraonda, voleva sapere come stavo. Tutto a posto le dissi, ma aveva la televisione accesa. Il risultato sperato era avvenuto: eravamo in mondovisione, ma il prezzo sarebbe stato una generazione ferita.

Fu lì, in quel momento che avremmo dovuto capire che un altro mondo NON sarebbe stato possibile. Non a mani nude, non senza riprenderci il mal tolto (diritti, risorse, controllo democratico).

Eppure un altro mondo a Genova c’era. Il Genoa social forum aveva fatto un lavoro politico oltre che organizzativo enorme: 200 mila persone raggiunsero la città per manifestare contro gli 8 Grandi della terra. Il media center internazionale e la sede di Indymedia  (e di altre testate di movimento come Radio Gap, e noi del manifesto) erano collocate nel complesso scolastico Diaz-Pascoli, mentre il contiguo Liceo Pertini era usato come ostello; il forum legale fu indispensabile nel tentare di garantire i diritti delle centinaia di manifestanti arrestati a Bolzaneto e seguirà, poi, circa 100 processi – giusto oggi purtroppo apprendiamo della scomparsa di Aurora d’Agostino avvocata penalista padovana che ne fu protagonista;  la rete di medici volontari si trovò alle prese con le centinaia di ragazzə feritə, e con le minacce tanto che produsse la contro-inchiesta Obbligo di referto. Le testate mainstream accreditate all’interno della zona rossa e qualche deputato, decisero di uscire: era nelle strade la notizia. C’erano fotografə indipendenti, registə, opertorə. Nascondere non era più un’opzione.

La notte dell’assalto alla Diaz, l’irruzione della polizia tra il 21 e il 22 luglio 2001 nel Liceo Pertini adibito a dormitorio, il giorno dopo piazza Alimonda, rientrammo a Genova a tutta birra chiamati dai compagni di Indymedia («ci stanno ammazzando»). Fummo tra i primissimi ad arrivare perché ancora in zona a cena, finalmente, dopo giorni di digiuno. Vedemmo il giornalista britannico di Indymedia, Mark Covell, a terra agonizzante circondato da auto e agenti in borghese in un silenzio irreale; incrociammo le barelle che uscivano dall’ostello che trasportavano gli studenti tedeschi ventiquattrenni Lena Zühlke e Niels Martensen, pestati a sangue; entrammo nella scuola in mezzo al caos mentre ragazze e ragazzi scappavano per essere fermati subito fuori. Le pareti erano sporche di sangue, a terra sacchi a pelo e giornaletti di topolino; nel cortile agenti in borghese alla ricerca di qualsiasi «cosa» potesse giustificare quella feroce rappresaglia [uno sbucò da un angolo con una mazzetta da cantiere e con la “famosa” bottiglia vuota, già consapevole che sarebbe stato meno di niente]. Vidi arrivare il capo del servizio centrale operativo della Polizia Francesco Gratteri [poi condannato a 4 anni]; vidi Vincenzo Canterini, allora comandante del I Reparto Mobile di Roma [poi condannato a 5 anni]. Li vidi organizzare un cordone lanciando un casco della celere in testa a una ragazzetta in maglietta e fuseaux bianchi e neri che sembrava una manifestante [un’infiltrata tra le tantissimə, come si accerterà in seguito, ma ci rimasi molto male: come poteva una ragazza tradire la propria generazione?]. Nessuno ha scontato la pena. Vidi ma non udii tanto e neppure riuscii a fare buone foto perché un elicottero volava basso sulle nostre teste illuminando a giorno tutta l’area e disturbava le riprese: «è il Cile» gridò uno dei nostri, «è la sospensione della democrazia» urlò Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Genoa Social Forum, arrivato nel frattempo.

Riuscimmo a intercettare una troupe di canale 5 che stava rientrando a Milano, ad avvisare quante più redazioni possibile che in quei giorni non avevano chiuso occhio (devo dire che ci fu uno squarcio di indipendenza e di verità in tutti i media). Pensammo che non si sarebbe mai più potuto fingere di non vedere. Era morto un ragazzo.

A 25 anni da allora penso che Genova ci abbia insegnato la paura, mentre il potere nel frattempo ha imparato a costruirsi più forte, e ai media non è rimasto nulla: è Gaza oggi a sbatterci in faccia che ci sbagliavamo e l’omicidio di Abderrahim Fakir di questi giorni a Bologna ci ricorda che l’Italia non è migliorata affatto.

PINK GIRLS E PUNTO G  Una delle componenti più innovative e provocatorie del movimento no-global durante quel G8, oltre gli orrori, la repressione, la violenza inaudita e le torture, fu la presenza delle Pink Girls il giovedì 19 (o Pink Bloc, Pink&Silver), cioè la risposta esplicita femminista, ironica e queer opposta sia alla rigidità delle istituzioni che all’estetica muscolare dei black bloc e degli amici delle Tute Bianche in assetto antiguerriglia.

Una folla colorata e festosa sfilò il giovedì 19, con indosso parrucche fucsia, gonne di tulle e glitter al ritmo di samba. Rosa e argento divennero il simbolo della provocazione politica per rompere la divisione binaria tra la “violenza” dei manifestanti in nero e la “passività” delle vittime. Le performance del corpo diventavano strumento di denuncia, ridicolizzando la militarizzazione della città. La tattica di disarmo non violento queer era strumento di critica politica radicale ai ruoli di genere: i collettivi denunciavano il patriarcato intrinseco al capitalismo globale, ma anche il machismo presente all’interno dei movimenti.

Il femminismo ha avuto un ruolo precursore al G8 di Genova nel 2001, con le due giornate internazionali Punto G – Genere, Globalizzazione del 15/16 giugno. Più di 1000 attiviste in rappresentanza di circa 140 reti femministe globali si riunirono per denunciare le conseguenze del neoliberismo e della globalizzazione sulle condizioni di vita e sui copri delle donne. Un movimento che portò in piazza le lotte per l’autodeterminazione, contro lo sfruttamento sul lavoro e la critica alle istituzioni; e che confluirà poi con la Marcia Mondiale delle Donne (un movimento globale nato in Canada nel 2000 per contrastare povertà e violenza) nel Genoa Social Forum.

Furono quattro le macro-aree affrontate: Lavoro, cioè impatto neoliberista sulla vita e l’autonomia economica delle donne; Sentimenti, quindi la mercificazione dei corpi, delle relazioni e la gestione del welfare invisibile e il carico di riproduzione sociale; Guerra, la critica femminista alle logiche militari e imperialiste; Movimenti, per analizzare il ruolo e la visibilità delle donne all’interno dei movimenti no-global e sindacali. Vi parteciparono tra le altre, l’argentina Hebe de Bonafini, leader delle Madres de Plaza de Mayo, con un intervento contro il Fondo Monetario Internazionale in America Latina; Miriam Simos (Starhawk), l’attivista e scrittrice  eco-femminista e pacifista statunitense, figura chiave della rete Direct Action Network, sulle pratiche di resistenza non violenta; l’egiziana Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra militante, pioniera dei diritti delle donne nel mondo arabo, sul nesso tra fondamentalismo religioso, patriarcato e imperialismo economico; Fatoumata Siré Diakité, fondatrice dell’associazione APDF del Mali e figura di spicco del femminismo africano, contro lo sfruttamento delle risorse e la precarizzazione del lavoro femminile nel Sud del mondo; per l’Italia partecipò la giornalista Monica Lanfranco direttrice della rivista femminista Marea.

Dopo il G8 di Genova 2001, il femminismo globalmente ha vissuto una profonda mutazione. Nonostante la frammentazione, la ferita generazionale, il trauma collettivo dell’omicidio di Carlo Giuliani, delle violenze della Diaz e di Bolzaneto, e un sostanziale riflusso di molte reti a causa della difficoltà di manifestare , i fatti di Genova, hanno rappresentati la molla della nuova ondata transfemminista contemporanea. Il movimento si è spostato dalle grandi mobilitazioni internazionali al lavoro locale (CAV, consultori, collettivi). Nel gennaio 2006, la manifestazione Usciamo dal Silenzio porta in piazza a Milano oltre 100 mila donne in difesa della L.194 sull’aborto sotto attacco politico e in opposizione al berlusconismo, contro l’uso televisivo e commerciale del corpo femminile. È ancora il femminismo della differenza sessuale, bianco, generazionale.

La svolta intersezionale che raccoglie l’eredità di Genova 2001 avviene nel 2016 con il superamento del binarismo che include le soggettività LGBTQIA+. Nasce Non Una di Meno, la declinazione italiana del movimento globale Ni Una Menos argentino: le intuizioni di Genova 2001 non possono rimanere neutre perché la globalizzazione capitalista sfrutta i corpi delle donne e delle soggettività non conformi e, in questo senso, diventano la base teorica del transfemminismo contemporaneo che sarà declinato in lotta al patriarcato, al razzismo (dai movimenti decoloniali per l’autodeterminazione, l’intersezionalità e la de-eurocentrizzazione della conoscenza), alla crisi climatica (dalle ecofemministe), al precariato e allo sfruttamento lavorativo (dalle femministe marxiste, dalle lotte per il salario, dalla collettivizzazione della riproduzione sociale): lo strumento di lotta non è più solo la marcia ma lo sciopero produttivo e riproduttivo dell’8 marzo.

Dunque, il femminismo elaborò a Genova quella critica che oggi chiamiamo intersezionale, mettendo in guardia su tre dinamiche sistemiche: la doppia crisi del lavoro, causata dalla delocalizzazione e dalle privatizzazioni del welfare che scaricavano sulle donne il lavoro di cura non retribuito, aumentando la precarizzazione della manodopera femminile; i corpi come merce, con la denuncia dell’apertura delle frontiere ai soli capitali finanziari, mentre si restringeva la libertà di movimento delle persone, alimentando la tratta delle donne e lo sfruttamento sessuale transnazionale; l’economia di guerra, in cui chiedevano che le risorse fossero destinate all’istruzione e alla salute riproduttiva globale e non all’incremento delle spese militari.

Fu la provocazione delle Pink Girls al contro-G8 di Genova 2001 a mostrarci che la resistenza non doveva necessariamente ricalcare codici maschili o militari, ponendo le basi all’apertura verso l’attivismo queer e intersezionale dei decenni successivi che fa del transfemminismo l’unica forma di resistenza e di lotta veramente globale.

Post scriptum sul trauma e la cura del movimento dei movimenti

Da quelle giornate uscì l’unica alleanza dei giornali della sinistra italiana: lavorammo al fianco del Genoa Social Forum, con Angela Azzaro che ci ha lasciate quest’anno, Anna Pizzo ed altri, alla raccolta e al coordinamento delle testimonianze e delle immagini che inondarono le nostre redazioni, pubblicando e distribuendo insieme (L’Unita, il manifesto, Liberazione e Carta) Il Libro Bianco dei fatti di Genova, cui seguì poi in questi 25 anni una ampia bibliografia. Con i compagni che poi fondarono ESC a Roma, Toni Negri e i padovani delle Tute Bianche, pubblicammo il magazine Global. Manifestolibri pubblicò Il caso Genova, con il film-documentario di Francesca Comencini, Carlo Giuliani ragazzo; Il lavoro di Genova con la rivista Posse; Genova express di Riccardo Brun; Genova 2001-2021. L’agguato curato da Anna Pizzo e Marco Grispigni.

 

Note bibliografiche essenziali

Alcuni dei materiali usati nel corso dei vari processi G8

https://processig8.net/

le giornate di Punto G – Genere, Globalizzazione (15-16 giugno 2001):

-Il Programma e gli Atti storici: La struttura completa delle due giornate di lavoro (plenaria e seminari tematici) e i documenti di convocazione sono conservati nella sezione dedicata al Genoa Social Forum

https://processig8.net/GSF/wom1.htm

-Le analisi prodotte dalle attiviste e dalle ospiti internazionali sono documentate dalla rivista femminista Marea

http://www.mareaonline.it/?s=Genova+2001






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