Rapporti iperconnessi
Che fine hanno fatto le relazioni?

La condivisione diventa la possibilità di avere un pubblico. Non saranno proprio quei dispositivi a decidere come dobbiamo essere e come dobbiamo rappresentarci nel metaverso?

Rapporti iperconnessi. Che fine hanno fatto le relazioni?
c’è proliferazione dei “rapporti malessere” ?

04 Aprile 2025

Chi scrive ha sempre pensato che qualsiasi locuzione utilizzata a lungo per segnalare o definire alcuni modi di stare al mondo va di tanto in tanto rivista per verificarne la veridicità o la sua trasformazione in relazione ai mutamenti sociali. In sintesi, non è mai possibile scindere sé stesse dal contesto nel quale si vive e si opera per due ragioni che si intersecano: la trasformazione del sé è importante se finalizzata anche alla trasformazione dei contesti che si attraversano, altrimenti cade nella trappola dell’IO e dell’individualismo, viceversa i contesti che si attraversano si trasformano solo se anche noi ci trasformiamo per cambiarli o per resistervi, qualora risultino nefasti, ad esempio. Fatta questa premessa, interrogare la “pratica della relazione” o anche solo banalmente la percezione delle relazioni oggi significa tener conto di entrambi i piani. E quindi cosa può voler dire oggi “mettersi in relazione”, “praticare la relazione”, “pensare e vivere una relazione o più relazioni”? La prima differenza su cui soffermarsi è quella che intercorre tra “connessione” e “relazione”. La rivoluzione digitale, assai sottovalutata da intellettuali, politici e attori sociali di vario genere, ha progressivamente trasformato il mondo, così come le nostre soggettività in esso. Connettersi con altre e altri sui social, ad esempio, implica la possibilità di avere una relazione con quelle persone? Evidentemente no, significa mandare un segnale di approvazione all’interno di un sistema comunicativo in cui la “condivisione” diventa la possibilità di avere un “pubblico”, certamente non una relazione. Idem per quanto riguarda l’uso disinvolto della messaggistica su whatsup o su altri canali. E che dire di chi pensa che siamo quel frammento di noi stesse che esponiamo sui social? Possibile che una biografia, ad esempio, possa ridursi a una nostra immagine o a un post? L’iper-connessione, in altre parole, genera una sorta di “realtà aumentata” che, de facto e paradossalmente, può anche non avere nulla a che fare con le nostre esistenze reali perché nella sovrapposizione con il virtuale si genera una sorta di rappresentazione permanente del sé e del mondo che ci circonda. A dirla tutta sono proprio quei dispositivi a decidere come dobbiamo essere e come dobbiamo rappresentarci nel metaverso.

Tale trasformazione epocale, tra altro, è stata assai interrogata da sociologhe, sociologi, filosofi e psicoanalisti proprio per mettere in luce il carattere anti-relazionale e alienante della connessione permanente. Io stessa dico spesso che questa nuova alienazione collettiva tende a generare “rapporti senza relazioni o relazioni senza rapporti”, in altre parole a fomentare la questione della “scissione” del soggetto tanto cara a Carla Lonzi. Tra metafore liquide e nomadiche e senza cedere alla doppia trappola dell’essere apocalittiche da un lato e integrate dall’altro, la questione è piuttosto seria, anche e soprattutto per le nuove generazioni. I processi di mercificazione del sé su Only fans o l’aspirazione a divenire influencer femministe senza avere conoscenza alcuna della stessa storia dei femminismi, apprendere la sessualità da you porn o divenire ossessive con l’esposizione della propria immagine che implicazioni comporta rispetto alle relazioni, ma anche rispetto a ciò che noi oggi possiamo definire come libertà, nel senso di giocare senza essere giocate da questo sistema? E come si fa a far accadere davvero qualcosa senza vivere consumandosi in questo mondo?

Rispondere a queste domande è difficile, tuttavia per chi studia la società, come nel mio caso, porsele è indispensabile. L’ipersessualizzazione di sè, ad esempio, può indurre alla de-erotizzazione per assuefazione; pensare che la sessualità sia solo un fatto tecnico praticabile al di là delle relazioni sentimentali può comportare l’accettazione passiva delle cosiddette patologie del desiderio con tutte le conseguenze del caso: la proliferazione dei cosiddetti “rapporti malessere”, tema molto diffuso tra le nuove generazioni, l’aumento di pratiche sessuali come quelle diffuse dalle comunità sado-maso in cui spesso si confonde la liberazione sessuale con nuove pratiche di schiavitù e con la stessa libertà facendo della stessa sessualità un fatto solo prestazionale. Il tutto a discapito della relazione e a favore dell’individualismo, della perfomance del sé, delle patologie del desiderio e di ciò che Jacques Lacan chiamava “Io-crazia”.

Prima si diceva, parafrasando Umberto Eco: né apocalittiche, né integrate. Cosa vuol dire in questo tempo collocarsi in questo spazio del “tra”? Innanzitutto, reinterrogare le relazioni, la libertà, la sessualità, i nostri desideri oggi significa tener conto anche di queste alienazioni, distorsioni e cadute verticali che provengono dall’esterno. In secondo luogo, mettersi in relazione con esse significa reinterrogarci sullo stato di benessere o malessere dei nostri corpi tutti interi in questo mondo. In terzo luogo, significa connettere i due poli provando a risignificare il concetto stesso di “pratica della relazione” oggi. Affinchè essa possa rimaterializzarsi divenendo davvero un processo trasformativo varrebbe la pena rimettere al centro la parola “limite”. Limite, infatti, non è confine, ma non è neppure sconfinamento. È un modo come un altro per riprendersi il tempo e lo spazio della vita e del pensiero, per resistere alle distorsioni del presente, ma anche e soprattutto per prendere coscienza della condizione in cui siamo. E, a partire da qui, rilanciare le relazioni al di là della loro reductio voluta dall’iperconnessione «con grande spargimento di cuore», come scriveva Giacomo Leopardi.






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