Restare al mondo
Dei corpi campi di battaglia

Aprire ad altre vulnerabilità per uscire da sé verso una nuova politica della convivenza contro i rapporti di forza che alimentano la riproduzione sociale

Restare al mondo Dei corpi campi di battaglia
Restare al mondo

23 Aprile 2025

Viviamo tempi in cui le guerre prendono nuovamente il sopravvento nella politica internazionale, politiche securitarie vengono utilizzate come unico rimedio per imporre il predominio di atti di polizia depoliticizzando le reali forme di conflitto sociale, e la logica dell’amico e del nemico, della vittima e dell’aggressore è all’ordine del giorno. Non è un caso allora che una simile logica venga applicata anche nella narrazione pubblica dei casi di violenza contro le donne a cui continuiamo ad assistere. Le tragiche morti di Sara Campanella, a Messina, e di Ilaria Sula, a Roma, entrambe crudelmente accoltellate a sangue freddo da due giovani uomini, sono solo le ultime. Se la guerra viene vista come violenza necessaria per conservare ciò che è più proprio, ciò con cui ci si identifica e che per questo si ama, invece di fermarsi alla narrazione di fatti criminali, vale la pena interrogarsi sul paradigma bellico della vittima e dell’aggressore, all’interno del quale si tende a collocare l’interpretazione dei femminicidi. Non bastano leggi più severe, come il disegno di legge volto a introdurre il «delitto di femminicidio» per la tutela delle «vittime», mentre la crudeltà di questi atti imprime sui corpi delle donne, per lo più uccise «per amore», marchi che vengono lasciati nel dominio dell’incomprensibile. Perché c’è molto da comprendere e molto è stato già compreso grazie alle pratiche e alla solidarietà delle donne.

Se, come sostiene Rita Laura Segato, una guerra non dichiarata contro le donne è in atto, nessun gesto punitivo sarà sufficiente a fermarla. Servono misure in grado di produrre un reale confronto che non si fermi di fronte alla complessità di ciò che è in gioco. Violenta è l’appropriazione che gli uomini operano sui corpi femminili, quando tendono a realizzare il «sogno» di una fusione che mira ad annullare qualsiasi diversità, qualsiasi tensione, fino ad annientare la stessa vita. Un’aggressività che si riproduce anche nella ricerca volta a saldare famiglie, gruppi, nazioni, etnie, a spese di chi risulta inassimilabile e quindi da espellere o eliminare.

Una forma possessiva dei legami, basata su un’idea asfittica di identità, fondata su famiglie, etnie, nazioni, gruppi razziali, continua ad avere il sopravvento come effetto tardivo della violenta definizione dei confini tra pubblico e privato, casa e città, natura e artificio, individuo e nazione, su cui si sono fondate le nostre società e attraverso cui i corpi delle donne sono stati a lungo esclusi dalla vita politica o sottomessi. Asserviti o resi insignificanti, i corpi delle donne sono stati usati al tempo stesso per dare continuità alla vita e un senso alle collettività umane, che pure le vedeva escluse o relegate a ruoli subiti. Il mondo occidentale ha teso a costruire un dominio a immagine e somiglianza del pensiero incorporeo che l’uomo bianco ha elaborato come soggetto neutro: una ragione che ama rivolgersi esclusivamente alla ragione, in circoli viziosi che dalla speculazione della teoria arrivano sino alla speculazione finanziaria, passando per piramidali processi di accumulazione di ricchezza solo per pochi. Ma la storia non è la ripetizione dell’identico. Corpi differenti emergono ai nostri giorni con un protagonismo inedito a prendersi la rivincita.

Oggi più che mai sono i movimenti femministi transnazionali e intersezionali a dar forza politica ai corpi come mezzi imprescindibili di nuovi poteri istituenti. I corpi come punti di emergenza di capacità non unitarie o omologanti sono oggi all’ordine del giorno per una nuova critica dei domini patriarcali e neocoloniali, a cui stiamo ancora tristemente assistendo. Ciò che da sempre caratterizza la prospettiva femminista è l’aver saputo assumere e rivendicare che quello che di più personale i corpi esprimono è già politico. Il corpo non è mai solo o autosufficiente, né ha a che fare con una natura immutabile. È sempre un mezzo fragile e vulnerabile, veicolo di comunicazione e strumento di circolazione, passaggio tra una realtà anatomica e una proiezione simbolica. Se i corpi non avessero una struttura anatomica, non solo non subirebbero la morte, a volte violenta, come nel caso delle donne ammazzate; ma non potrebbero neppure sopravvivere ai traumi subiti. Restare al mondo non è mai cosa ovvia, ha bisogno di un continuo lavoro di aggiustamento e presuppone un’uscita da sé, l’assemblaggio di una piattaforma tra materialità fisica e simbolica, corpo e carne del mondo.

Partire dal corpo vuol dire, allora, muovere dalla vulnerabilità che lo costituisce, dal fatto di essere sempre aperto ad altri corpi, a una materia sensibile differente, umana e non-umana, una connessione reciproca, che fa di ciascunǝ un essere fuori di sé e della politica la condizione sociale di interdipendenza da costruire. Oggi, è proprio la critica di quella dipendenza non riconosciuta a creare il punto di partenza per una nuova politica dei corpi, che può cominciare solo dall’assumere che non si dà convivenza riuscita senza una difficile, ma imprescindibile, interrelazione in grado di sostenere i rapporti di forza che alimentano la riproduzione sociale.






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