Ripensare parole
costruire significati
Piccolo ecodizionario femminista dall’infanzia alla secondaria
«Pochi impegni sono più urgenti oggi di quello di insegnare parole nuove […] per mondi nuovi. Solo performando il linguaggio possiamo ridefinire i significati». bell hooks in Insegnare a trasgredire ci racconta che l’educazione non è mai un atto neutro, e che pensarla come pratica della libertà ci permette di andare oltre i confini del già noto per creare nuove visioni.
Quando siamo a scuola, nello spazio dell’aula, le parole risuonano e prendono forma attraverso la tessitura di discorsi e attività che la classe, intesa come comunità, crea collettivamente. La parola se curata, ripensata, re-immaginata può diventare spazio di comunità: se dico casa, corpo, pericoli, futuro, potere, amore, a cosa pensi? Di chi sono le parole e quali dei loro molti sensi trovano posto in classe? Il significato di tante parole non è mai neutro, né rigido. Ogni parola ha una definizione codificata nei dizionari, ma porta con sé anche interpretazioni che vengono dalle storie personali, dalle diverse lingue e dialetti che si parlano e abitano il vissuto di bambini e bambine, ragazze e ragazzi.
Ci siamo incontrate, tre insegnanti di tre gradi di scuola e insieme, partendo da questo presupposto, abbiamo avviato un progetto sulla scia dell’esperienza del Pequeño diccionario de ecofeminismo di González Reyes e Sacido Martín. L’idea era di decostruire la parola ecologia aprendola alle nostre vite, rompendo il confine già trito della cura ambientale, la raccolta differenziata, il consumo consapevole, e spingerci verso le ecologie relazionali, i gesti di reciprocità, empatia, creatività e vitalità. Dalla discussione emersa è ancora più evidente la necessità di ricostruire un alfabeto che sia vicino alle nostre vite, ma anche di ispirazione per ciò che le vite non sono e potrebbero invece essere. Abbiamo concentrato la nostra attenzione sui gesti di cura e sulla necessità di pensare alle parole come dei possibili ponti, luoghi ipotetici su cui incontrarci per immaginare insieme un mondo che possa essere vero e bello per tutti.
Tre classi – una della primaria, una della secondaria e una delle superiori – si sono messe all’opera in questi mesi per scrivere i significati di alcune parole che noi tre adulte avevamo selezionato per loro. Non si è trattato di una semplice definizione, ma di una vera “risignificazione”. Abbiamo proposto di attribuire un senso nuovo ai termini, lasciando loro la libertà di scartare parole che non trovavano in loro risonanza e aggiungerne di nuove. Le più grandi si sono divertite a creare dei neologismi, o dare valore a quelli che già usano. Parole senza senso apparente che nel loro linguaggio descrivono bene il senso di alienazione dal mondo e resistenza, compaiono: “giuggiolare”, “skillato”, “palleggiare con le cose”, nuove formazioni, prestiti, espansioni metaforiche
Può succedere, poi, che in terza elementare il futuro diventi “una cosa che succederà sempre dopo e nessuno c’è mai andato. Tu lo puoi sapere solo se decidi di dire o fare qualcosa per esempio: io prevedo di schioccare le dita e le schiocco.” che ragazze e ragazzi all’ultimo anno di liceo definiscano l’attesa “la capacità di accogliere il tempo sospeso, qual silenzio che sembra vuoto, bianco e immobile. Prepara qualcosa ed è necessario per affrontare ciò che è tanto atteso” e che per alcuni undicenni il silenzio “racchiude rumori impercettibili ma belli. Per questo è importante” sorprendendoci con risonanze impensate.
In queste pratiche didattiche si distingue bene l’idea che la conoscenza possa essere co-costruita all’interno del gruppo classe e che ripensare le parole significa anche trasformarle in “oggetti culturali con cui confrontarsi per vedere meglio se stessi e il mondo, le parole diventano ponti tra individuale e collettivo perché mettono in relazione l’esperienza soggettiva e la dimensione sociale. Negoziare significati, confrontare esperienze e mediare punti di vista diversi non sono così meri esercizi linguistici, ma strumenti di apprendimento e scoperta cooperativa che rafforzano l’elaborazione di un proprio pensiero che trova spazio nell’ascolto e nelle risposte degli altri e delle altre. Ogni classe ha lavorato autonomamente, con la consapevolezza che altri gruppi stavano compiendo un percorso affine. Il punto di arrivo sarà l’incontro: uno scambio di esperienze dove i diversi dizionari si intrecceranno.
Riprendendo l’immagine di Vandana Shiva, che descrive il mondo come una fitta rete di relazioni, abbiamo immaginato di nutrire questi legami attraverso la cura del linguaggio. Risignificare una parola significa, in fondo, rimuovere quegli ostacoli culturali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, trasformando la scuola in un luogo dove ogni bambino e bambina, ogni e ragazzo e ragazza possa pensarsi a partire dalla propria storia. Per i liceali e le liceali diventa una sorta di lascito, tra qualche tempo ognuna viaggerà nel mondo portandosi dietro qualcosa di questi anni a scuola.