Rivoluzione
non binaria

Viaggio nell’enbyfemminismo

Rivoluzione non binaria
enby non è una malattia, è un termine ombrello

30 Aprile 2025

Che cos’è il non binarismo di genere? Perché sembra che tutto a un tratto sempre più soggettività non si riconoscano più nelle confortanti identità di uomini e donne? C’è una possibilità Altra oltre alla dicotomia identitaria? E davvero la natura è binaria e distinta come ci insegna la società patriarcale tutta?

Tutte queste domande frullano nella testa di ancora troppe poche persone. Il fatto che la varianza di genere sia salita solo negli ultimi dieci anni agli onori delle cronache mainstream, sfondando le barriere del linguaggio medico e accademico, spopolando sui social e venendo rivendicata orgogliosamente da personalità anche molto note del mondo dello spettacolo, non significa assolutamente che si tratti di una moda passeggera e trascurabile; non significa che non riguardi noi o chi conosciamo.

Quello non-binary – o “enby” – è un termine ombrello: al di sotto sono presenti tutte quelle persone transgender, appunto, non binarie. Le persone enby sono quelle soggettività che non vogliono o non sentono di riconoscersi – questo totalmente o in parte – nel binario di genere socialmente stabilito; possono identificarsi come trans (non riconoscendosi appunto nel genere assegnato alla nascita, come uomini e donne trans), o invece rivendicare uno spazio identitario indipendente dalla transgenerità, o transness.

Non si tratta di una malattia, di un disturbo mentale da correggere, l’essere enby, ma di una condizione naturale che da tempo la comunità medica ha riconosciuto come valida e sana – lo sarebbe stato anche senza, ci tengo a sottolinearlo, dal momento che le persone non binarie sono sempre esistite in ogni angolo del pianeta. L’identità di genere infatti è parte dell’identità sessuale di ogni persona.

Essendo il genere un costrutto culturale, spesso non calza a tutte le realtà individuali; di conseguenza le persone fuori norma sono state, nel corso dei secoli, costrette fisicamente e psicologicamente a soffocare la naturale varianza identitaria per rafforzare l’ordine dominante.

Dopo questa premessa doverosa, posso cominciare a parlare di come è nato il mio libro e perché ho deciso di scriverlo.

Rivoluzione non binaria deve la sua pubblicazione in parte all’assenza pressoché totale di letteratura enby nel nostro paese, scritta dalle stesse persone di questa comunità (a sua volta diversificata in moltissime sfumature), le quali non hanno mai avuto l’opportunità e il potere di raccontarsi autenticamente fino a questo momento; in parte allo speech per un TEDx che ho esposto nel 2023.

Nel discorso preparato per l’occasione, l’argomento principale era il coming out in rapporto alle identità gender variant. A fine conferenza, l’incontro con un anziano signore, sprovvisto di strumenti ma molto interessato all’argomento, fu illuminante per me: mi chiese se sapessi titoli pubblicati in Italia sul non binarismo così da poter verificare le fonti per lo speech – tutte internazionali. Quelli che consigliai, appunto, erano i libri su cui ho formato e ancora oggi sto formando il mio percorso. In seguito a quell’evento ricevetti l’invito a scrivere un libro; la decisione di contribuire a una mancanza grave e non più sostenibile grazie all’aiuto di una casa editrice transfemminista, è stato il motivo principale dietro la pubblicazione.

Rivoluzione non binaria non è un libro destinato a un pubblico già ferrato sull’argomento. Ho voluto renderlo accessibile, sia nel linguaggio, sia nella struttura perché ben consapevole della condizione in cui l’Italia si trova per quanto riguarda l’educazione alla diversità: un paese dove ha attecchito l’argomento fantoccio della teoria gender (lə filosofə Judith Butler ha scritto un saggio dove sviscera i motivi per cui tale fantoccio ha avuto tanto successo), e dove l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria è ancora considerata fantascienza, o per meglio dire un abominio – dopotutto il Vaticano è dietro l’angolo.

La varianza di genere ci riguarda da vicino perché, dove è stato possibile raccoglierli (spoiler, non da noi), i dati hanno dimostrato che l’informazione aiuta la consapevolezza delle persone, soprattutto quelle delle generazioni Millennnial, Z e Alpha. Era quindi necessario partire dalle basi. Il libro è arricchito da interviste, essendo pensato come un libro plurale, non come un’autobiografia, un glossario, un toolkit per costruire insieme un mondo enby-condiviso (personalmente detesto la parola “inclusività”, non siamo persone assimilabili alla norma patriarcale e nemmeno lo vogliamo), una bibliografia, una filmografia e una lista di persone enby da seguire per approfondire l’argomento.

Mi auguro che il saggio faccia rumore, che ispiri domande a chi di noi non sa nulla, ma soprattutto che faccia sentire meno sole tutte le persone enby nel nostro paese a cui non è stata data la possibilità di esprimersi e di sentirsi rappresentate in un testo scritto da noi; che tuttora devono esercitarsi a trovare un’alternativa al binarismo linguistico dell’italiano, e a cui il sistema non consente un percorso di affermazione sereno e scevro da continue microaggressioni, istituzionali comprese.






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