Rosa Maietta
voci dall’archivio delle donne
Storie di donne riemergono da «L’eco dei fiori sommersi», Ladoc, nato da documenti, prevalentemente processi penali, conservati all’Archivio di Stato di Napoli
Pubblicato da: Alias
il: 08/03/2025
“Mia cara Giovannina, voglio parlarti da vicino per l’ultima volta […] ti chiedo perdono e ti domando scusa perché mi sono trovato nella rabbia, tu ben sai che nella rabbia non bado di ciò che fo’ perciò mia bella adorata perdonami”. Sono parole alle quali abbiamo fatto l’orecchio, oggi messaggi whatsapp, allora lettere in bella calligrafia, comunque dettate dall’ossessione e destinate al medesimo esito.
La storia di Giovannina, così come le altre raccontate da Rosa Maietta ne L’eco dei fiori sommersi (Ladoc, 2025), nasce dai documenti, prevalentemente processi penali, conservati all’Archivio di Stato di Napoli: solo nel triennio 1901-1903, sotto la voce “violenza carnale” si trovano 632 processi penali la maggioranza dei quali si è conclusa con sentenza di assoluzione. Nello stesso triennio sono 49 i processi per aborto, 287 per adulterio, 406 i processi per maltrattamenti: la punta di un iceberg perché ieri come oggi le denunce rappresentano solo una parte dei reati.In archivio ci guida una figura sapiente, tenace e longeva: una tartaruga. Questa, come ha spiegato la regista, detta “tempi e modalità in cui entrare nel film perché per scoprire le carte e le storie qua conservate c’è bisogno di tanta pazienza, per conservare c’è bisogno di pazienza, per prendersi cura c’è bisogno di pazienza. Quindi per entrare nel vivo di queste carte, nel cuore, nell’emozione di queste carte, in questo caso anche del film c’è bisogno di tempo”.
Ma come trasporre delle carte immobili, dei testi giuridici e burocratici, cioè “un linguaggio freddo, tecnico e molto maschile”, si chiede la regista, in un codice audiovisivo che racconta le donne e la violenza che subiscono? Come elaborare “un linguaggio che fosse completamente diverso dal linguaggio da cui partivano cioè arrivasse ad un linguaggio molto più caldo ed emotivo e suggestivo che prima di tutto potesse raccontare un’emozione?”. Rosa Maietta per farlo si avvale di fiction, animazione e, con un taglio originale, di filmati di repertorio, e lo fa con una troupe tutta femminile: la fotografia è di Francesca Amitrano, la musica di Rosalia Cecere, l’animazione di Gaia Alari, aiuto regista Alessia Foraggio.Inno visuale alle carte e al lavoro di archivista, Maietta, che non a caso alla transcodifica dei testi ha dedicato la tesi di laurea (La transcodificazione di Amleto nel film di Laurence Olivier) e i suoi primi corti, riesce ad estrarre dall’archivio-fondale marino (la definizione è della storica Arlette Farge ma nel film l’acqua porta con sé altre metafore) storie paradigmatiche per, come ci ha detto, “provare a dare una voce a chi questa voce non l’aveva mai avuta e quindi portare dei fantasmi in questo luogo attraverso le attrici che prendono parola e ridanno una parola a queste donne che nei processi non l’anno mai avuta”.
Emma è la prima ad apparire fra le pareti dell’archivio, mentre si immerge in una vasca: la perizia medica evoca un “germe rivelatore”, cioè il feto, frutto di un adulterio, che Linda abortisce facendo lavande ad alta temperatura e contraendo un’infezione che la ucciderà ma, come nota un’archivista, “più che di aborto, Linda morì di amore, di paura e di vergogna”.Le immagini dell’acqua e dell’archivio punteggiano il racconto, via via introducendo o chiudendo le singole storie. Su un tavolo dell’archivio alcuni libri – si intravede il volume di Francesco Nitti, La libertà, che raccoglie i discorsi pronunciati nel 1925, in esilio, a Londra e a Cambridge, sulla pace e sulla libertà: sono quelli sequestrati a Emma Mancini, operaia in una fabbrica di lingerie, rinchiusa a Poggioreale per attività sovversiva nel 1936. Scorrono immagini del 1954 – donne intente a fabbricare fiori finti che alla regista ricordano la “pazienza e la sapienza” delle archiviste – mentre il suono è quello della manifestazione dell’8 marzo 1972 a Campo de’ Fiori nel momento in cui le donne furono caricate dalla polizia (come non pensare alla Anna di Alberto Grifi?).
Sono invece del 1792 i documenti che raccontano di donne maltrattate dai mariti dai quali cercano di fuggire ma sono inesorabilmente ricacciate tra le mura domestiche: il prezzo per salvare la propria vita è autorecludersi in un monastero, così come paga un prezzo Pelle di Foca, evocata nella bellissima animazione di Gaia Alari (disegna foglio per foglio e poi scansiona: solo per quel minuto e mezzo ha disegnato qualcosa come 2500 fogli), che ci regala una sequenza nella quale ricorrono lupi e foche, evidente rimando alle Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés e in particolare appunto al racconto Pelle di foca.
Il contrasto tra il linguaggio dei documenti e il vissuto delle donne è particolarmente forte nel racconto dello stupro di una bambina: fra le pareti dell’archivio la madre rammenda mentre risuonano l’agghiacciante descrizione dello stupro che ne fa la perizia medica e le parole della sentenza di assoluzione dei due colpevoli: l’urlo straziante della madre ci annichilisce.
Siamo nel 1916, ma che senso ha sottolineare la cronologia? L’archivio sembra restituire documenti collocabili in un tempo sospeso, o in un passato dal quale non riusciamo a separarci e che, anzi, sembra voler invadere sempre più il presente.
Treat your woman right esorta la canzone di Soko sulle cui note si chiude il film.