Ci sono momenti in cui vorresti solo startene tranquilla. Ridere, bere qualcosa, conoscere le persone nuove che la vita ti ha messa sulla stessa strada. Ti dici: “stasera basta politica, basta spiegoni, basta analisi”.Vuoi essere leggera, vuoi semplicemente confonderti con l’ambiente circostante, sentirti parte del momento, senza dover sempre stare in allerta.”. Poi succede. Una battuta buttata lì, un commento che ti gela il sangue, una risata che suona stonata. E senti quella voce dentro di te che si risveglia. Quella voce che non ti lascia scampo.
“Devi farlo. Rovina la serata.”
E la odi, quella voce. Perché sai che ha ragione. Sai che se resti in silenzio ti sentirai complice ma, se parli, diventi “quella che se la prende”, “quella che non sa scherzare”, “la femminista arrabbiata”. E allora parte il calcolo mentale, quello che ogni femminista guastafeste conosce bene: ne vale la pena? Ora, qui, con queste persone? Oppure è meglio lasciar correre, salvare la pace sociale, almeno per stasera?
Essere una femminista guastafeste non è una posa da social network, non è un’estetica. È un esercizio di sopravvivenza. È la conseguenza di aver aperto gli occhi e non poterli più chiudere. Di aver capito che il patriarcato non è un concetto astratto ma una presenza capillare, che si infila nelle battute, nei silenzi, nelle dinamiche invisibili di ogni conversazione. È sapere che ogni volta che non dici niente, un pezzo di quel sistema si consolida. Eppure, dire qualcosa ti costa. Sempre.
C’è una fatica che nessuno racconta abbastanza: quella del pensiero costante, del dover sempre “scegliere” tra la verità e la quiete. La fatica di sentirsi osservata, giudicata, isolata. Perché essere lucida è un privilegio e una condanna. È come portare dentro un allarme che non si spegne mai. Tu lo senti, anche quando nessunə intorno a te sembra farci caso. Sai che è sessismo, anche quando lo travestono da ironia. Sai che è violenza, anche quando arriva con un sorriso. E quella consapevolezza pesa. Ti logora, ti tiene sveglia, ti toglie un po’ di leggerezza.
E allora sì, a volte vorresti solo smettere. Essere ignorante di nuovo, spensierata. Vorresti che la tua coscienza politica ti lasciasse respirare, che il tuo cervello smettesse di fare analisi sociali mentre sei a cena con gli amici del tuo compagno. Vorresti goderti la serata senza dover essere, ancora una volta, quella che fa la “maestrina”. Ma non puoi. Perché la voce è lì, e urla, e ti ricorda che ogni volta che taci, qualcun’altra non potrà più parlare.
C’è una forma di dolore che accomuna molte donne e persone femministe: quella di sentirsi sempre “troppo”. Troppo politiche, troppo sensibili, troppo arrabbiate, troppo stanche. Ma dietro quella rabbia, dietro quella sensibilità, c’è un amore smisurato per la giustizia. C’è la speranza che se oggi rovini una serata, magari domani qualcunə farà attenzione prima di ridere di nuovo di una donna, o di una persona queer, o di una battuta “innocua”. C’è il desiderio di una società diversa, più empatica, più consapevole.
E intanto, dentro di te, si accumula la stanchezza, la frustrazione, quella mentale, quella che arriva dopo l’ennesima conversazione in cui ti sei dovuta spiegare. Dopo l’ennesimo “non volevo offenderti”, “ma era solo uno scherzo”, “sei troppo suscettibile”. Ti senti fragile, come se stessi combattendo una guerra con le parole contro un muro di gomma. Ma poi ti ricordi che ogni spiegazione, ogni presa di posizione, ogni “no” che pronunci — anche se detto con voce rotta — è un mattone tolto a quel muro.
Essere femminista non è solo una scelta politica. È una pratica quotidiana di salute mentale. È imparare a proteggersi senza smettere di parlare. È convivere con il disagio, con la rabbia, con la solitudine. È scegliere ogni giorno se e come dire qualcosa, se intervenire o respirare. È capire che non puoi essere la versione docile di te stessa solo per farti voler bene. È sapere che la tua lucidità è la tua forza, anche quando fa male.
E forse sì, saremo pure guastafeste. Ma siamo anche quelle che guardano in faccia la realtà e non si voltano dall’altra parte. Quelle che pagano un prezzo alto per la verità, ma lo fanno per amore — di sé stesse, delle altre, di chi verrà dopo.
Rovinare la serata, a volte, è l’unico modo che abbiamo per salvarci.