Sabotare
la voce del «padrone»
Delegittimare lo squadrismo verbale del patriarcato e la sua strumentalizzazione simbolica del disprezzo
«Il linguaggio è potere», scrive Robin Lakoff, e non esiste potere che non si manifesti anche attraverso le parole e, quando a esercitarlo è il presidente degli Stati Uniti, il linguaggio non può mai essere considerato un dettaglio stilistico. Negli ultimi mesi Donald Trump ha utilizzato la carica più potente del mondo non per rappresentare, spiegare o unire, bensì per umiliare, ridicolizzare, disumanizzare donne, migranti, minoranze, giornaliste, avversari politici, persino i morti. Nessuno è rimasto fuori dal suo raggio di aggressione verbale. Sempre lo stesso registro: scherno, violenza linguistica, disprezzo, menzogna. Quando chi comanda parla così, quel linguaggio smette di essere vergognoso, inaccettabile, condannabile e diventa invece praticabile, autorizzato. Produce, nella nostra vita quotidiana, nei luoghi che abitiamo – case, scuole, strade, carceri, ospedali, istituzioni – un permesso morale a essere peggiori.
Il linguaggio non è uno strumento neutro, ma un campo di forze. «Il discorso è uno dei luoghi privilegiati in cui il potere si articola», osserva Judith Butler. Attraverso le parole si stabilisce chi conta, chi è credibile, chi è umano. Il linguaggio può ferire, escludere, ridurre al silenzio; può produrre soggettività subordinate. Il linguaggio di Donald Trump non si limita a descrivere il mondo: lo ordina gerarchicamente. Definisce chi è degno e chi no, chi appartiene e chi deve essere espulso. Non è un linguaggio impulsivo o “scomposto”: è un linguaggio performativo, che agisce sugli equilibri sociali e li irrigidisce. Come scrive Bell Hooks, «il linguaggio è anche un luogo di lotta». E la lotta, qui, è per il diritto stesso alla dignità.
Questo modello linguistico non è un’eccezione americana. Il registro trumpiano trova oggi una risonanza profonda nel linguaggio sovranista delle destre europee e, in particolare, in quello che si va consolidando in Italia. Cambiano i contesti, ma la grammatica resta la stessa: costruzione del nemico, semplificazione brutale, delegittimazione dell’avversario, disprezzo per la mediazione democratica. Il sovranismo parla per contrapposizioni nette: “noi” contro “loro”, il popolo contro i corpi intermedi, la nazione contro le minoranze. È un linguaggio che non cerca consenso, ma obbedienza emotiva. In questo quadro, lo squadrismo non si presenta più necessariamente come violenza organizzata di strada, ma come atteggiamento discorsivo: intimidazione verbale, esposizione al pubblico ludibrio, aggressione simbolica contro chi dissente.
Come ricorda Judith Butler, «la violenza non inizia con il colpo, ma con il discorso che rende quel colpo pensabile». Quando il linguaggio politico si fa aggressivo, virile, punitivo, prepara il terreno a pratiche di esclusione e di sopraffazione che non hanno più bisogno di dichiararsi apertamente autoritarie. Il tratto distintivo di questo linguaggio – negli Stati Uniti come in Italia – è la riduzione dell’altro a oggetto di derisione. Le donne vengono nominate in quanto corpi, i migranti in quanto minaccia, le minoranze in quanto deviazione, i giornalisti in quanto nemici. Il linguaggio non riconosce: schiaccia. Susan Sontag ricordava che «il modo in cui parliamo delle persone contribuisce a determinare ciò che possiamo fare loro». Prima ancora dell’atto, esiste sempre una preparazione simbolica: la normalizzazione del disprezzo, la ripetizione dell’insulto, la trasformazione dell’umiliazione in spettacolo. In questo senso, il linguaggio sovranista non è solo aggressivo: è disciplinare. Serve a delimitare i confini del dicibile e, con essi, quelli dell’umano.
Il bullismo verbale diventa una pedagogia implicita. Insegna chi può essere colpito senza conseguenze, quali vite sono sacrificabili, quale tono è considerato “forte” e quale “debole”. Quando il potere parla così, educa così. Adrienne Rich scriveva che «quando una donna dice la verità, sta creando la possibilità di un mondo diverso». Allo stesso modo, quando il potere sceglie la menzogna, l’insulto e la derisione, sta creando la possibilità di un mondo più violento, più cinico, più diseguale. Il linguaggio trumpiano e quello delle destre sovraniste condividono questa funzione: non solo descrivere il reale, ma addestrare le coscienze. L’effetto più profondo di questo linguaggio non è l’odio dichiarato, ma la trasformazione del senso comune. Ciò che prima appariva inaccettabile diventa normale. L’aggressione verbale viene ribattezzata “sincerità”. La crudeltà diventa segno di autenticità politica. Judith Butler ha scritto che «alcune vite sono considerate degne di lutto e altre no». Il linguaggio del potere contribuisce in modo decisivo a stabilire questa gerarchia. E quando il disprezzo viene normalizzato, anche l’indifferenza diventa una virtù civica.
Difendere il linguaggio, quindi, non è mera questione di stile, ma di civiltà politica. La democrazia vive di parole che riconoscono, non che umiliano; che includono, non che espellono. Se «le parole sono azioni» – come ci ricorda Audre Lorde – quando diventano armi, la convivenza si sgretola. Resistere oggi significa rifiutare il linguaggio dello squadrismo simbolico, del sovranismo urlato, del bullismo istituzionale. Significa ricordare che le parole, soprattutto quando vengono dal potere, non sono mai innocenti. E non sono mai solo parole.
Mettere un cappello femminista su questo discorso significa dirlo senza attenuanti: questo linguaggio è maschile, patriarcale, autoritario, co0loniale. Non è “duro”, non è “franco”, non è “senza filtri”: è il linguaggio storico del dominio. È la voce di chi ha sempre parlato senza dover spiegare, senza dover giustificare, senza dover temere conseguenze. È il linguaggio di chi può permettersi di umiliare perché non è mai stato umiliato strutturalmente. Il trumpismo linguistico — come il sovranismo europeo — è una performance di virilità politica. Urla, semplifica, schiaccia, perché deve dimostrare forza. E come ogni maschilismo insicuro, ha bisogno di bersagli: donne da ridicolizzare, corpi da controllare, vite da svalutare. Non è un caso che questo linguaggio detesti il femminismo, lo dileggi, lo chiami “isteria”, “ideologia”, “capriccio”. Il femminismo, infatti, è la sua antitesi: nomina i rapporti di potere, smaschera la violenza simbolica, rompe la naturalizzazione del dominio.
Essere femministe, oggi, non significa chiedere gentilezza al potere. Significa sabotarne il linguaggio. Significa rifiutare la pedagogia della prepotenza, non adeguarsi al tono “forte” per essere ascoltate, non accettare che la brutalità venga scambiata per autenticità. Significa dire che no, non tutto è opinione, non tutto è stile, non tutto è legittimo solo perché pronunciato da chi governa.
E forse la verità più scorretta è proprio questa: non dobbiamo “dialogare” con chi usa il linguaggio come arma di disciplinamento. Non dobbiamo educarlo con pazienza, né addolcirlo per renderlo digeribile. Dobbiamo delegittimarlo. Perché un potere che ha bisogno dell’insulto per reggersi è un potere fragile. E perché ogni volta che una donna, una persona marginalizzata, una voce femminista rifiuta di parlare la lingua del dominio, incrina l’ordine che quel linguaggio pretende di rendere naturale. Il femminismo non è educato. È preciso. E oggi, più che mai, è necessario.