Saccheggio coloniale

La resistenza parte anche dal post-museo di Françoise Vergès, protagonista della sezione CLASSE della rassegna SHORT THEATRE di Roma 2026, curata da Silvia Bottiroli, Ilenia Caleo, Silvia Calderoni, Michele Di Stefano

Saccheggio coloniale. La resistenza parte anche dal post-museo di Françoise Vergès
Françoise Vergès

23 Settembre 2026

Autoritarismo neoliberale, guerra imperialista, genocidi, ecocidi. Sembrano ingredienti dell’orrore ma sono la nostra realtà, il mondo in cui ci siamo ritrovati tutte e tutti a vivere. Ed è da queste parole chiave che parte la portata rivoluzionaria del pensiero e delle pratiche femministe della teorica politica Françoise Vergès, protagonista dell’ultima sezione CLASSE all’interno dell’edizione 2026 della rassegna SHORT THEATRE di Roma curata da Silvia Bottiroli, Ilenia Caleo, Silvia Calderoni, Michele Di Stefano.

Vergès parte da una domanda: come può un oggetto d’arte riappropriarsi di quei significati e significanti che chi ha creato l’oggetto stesso ha inserito al suo interno, partendo dalla propria cultura, dai propri usi e costumi e dal luogo in cui l’oggetto è stato pensato e concepito? E ancora: possiamo continuare a nasconderci dietro all’evidenza della colonizzazione costante che l’istituzione museale europea perpetra fin dal momento in cui decide di porre tra teche e protezioni un’opera proveniente dal Sud globale, spogliandola da qualsiasi suo valore culturale? Pensiamoci bene e poniamoci al di fuori di qualsiasi museo dell’arte: lo contempliamo da fuori, lo fotografiamo per rendere i nostri profili social più vicini a quel senso della cultura che possa distinguerci “dal resto del mondo”, varchiamo la soglia e paghiamo un biglietto per ritrovarci all’interno di sale limpide, asettiche a volte, contenitori però svuotati della storia che quegli oggetti silenziosi portano con sé.

Ci impadroniamo di tutto perché pretendiamo tutto ed è questa azione che Vergès chiama “saccheggio coloniale”, azione da eseguire con la forza, se necessario. L’accumulazione è altresì segno di potere; deprediamo il popolo di tutto, anche della sua arte, fino ad arrivare a distruggere palazzi, biblioteche, luoghi di culto e di cultura. Lo vediamo tutti i giorni e continuiamo ad assistere a tutto questo come spettatori e spettatrici inermi. Ma come possiamo impedire che ciò accada? Come possiamo renderci consapevoli di essere parte integrante di questa catena sistemica e nefasta? Leggere e ascoltare Francoise Vergès ci costringe a porci domande perché è questo ciò che la teorica femminista vuole: che cerchiamo collettivamente risposte ma, soprattutto, che iniziamo davvero e una volta per tutte, a considerare razza, genere e classe come lotte intersezionali sfruttate da un potere capitalistico occidentale bianco che, giorno dopo giorno, sta portandoci via conoscenza e libertà di esercizio del pensiero critico e universale. Studiando i femminismi decoloniali potremo davvero comprendere appieno cosa sia successo quando meno ce lo aspettavamo nella storia del mondo e delle nostre vite.

Le risposte cui Vergès giunge sono, più che altro, vere e proprie proposte di azione e di resistenza. Una tra tutte consiste nel riportare l’oggetto d’arte al suo valore di opera, restituendolo a chi lo ha progettato e godendone nel luogo che lo ha concepito senza continuare a strappare cultura a chi viene invisibilizzato ogni giorno. Quello che chiamiamo Sud globale urla ma noi non sentiamo le sue voci perché coperte da bombe – territoriali e tecnologiche -, massacri, violenze, depredazioni, ecocidi. Ed è di queste violenze  che dobbiamo iniziare a parlare: quelle geografiche e quelle sui corpi che, non è un caso, sono spesso corpi femminili e femminilizzati, corpi di bambini e bambine innocenti ma già senza futuro da scrivere; corpi-territorio, insomma.

Cosa c’entra tutto questo con l’arte? Tutto, sembra. Ciò che Vergés chiama «post-museo» ci porta drittə dentro alle nostre responsabilità ma ci da anche altre opportunità di poter essere (F.Vergès, Il museo come campo di battaglia. programma di disordine assoluto, Meltemi, 2025).

«Ho mantenuto il termine “museo” perché rappresenta per i popoli e le comunità un luogo di trasmissione e conservazione, ma “post” per indicare che si devono immaginare e realizzare modelli diversi da quello del museo occidentale. Nel XXI secolo è giunto il momento di liberarci dal modello museale occidentale, cominciando a capire perché è egemone, perché è imitato ovunque, ma anche cosa impedisce e cosa ostacola. Decenni di studi femministi, queer, postcoloniali, decoloniali, visivi e culturali ci hanno offerto uno scorcio su altre forme di narrazione e rappresentazione! Dobbiamo lottare per una maggiore giustizia sociale, razziale e di genere in queste istituzioni: chi finanzia, chi pulisce, chi sorveglia, chi cucina, quale stipendio eccetera. Il museo occidentale nato nel XVIII secolo e consolidatosi nei secoli XIX e XX continuerà a esistere, ma è urgente immaginare altro» (F. Maffioli, il manifesto, 10/04/2025).

Ci sprona, quindi, a partire dall’idea di un «museo senza oggetti», idea che nasce dal rifiuto della feticizzazione dell’oggetto come unica cosa in grado di costruire una narrazione. Raccogliendo i frammenti delle storie dei popoli oppressi che, come un vaso d’autore caduto a terra e rotto in mille pezzi, potranno ricostruirsi soltanto se avremo cura di far combaciare ancora i “cocci” di quelle esistenze, di quelle voci. In questo le industrie creative potranno venirci in soccorso: dal cinema al teatro, dalla moda politica all’arte, sono strumenti evocativi di una narrazione che ha il potere di restituire vita alle cose, voce alle persone, resistenza alle lotte. La decolonizzazione a cui tanto auspichiamo non può avvenire perpetrando il punto di vista di un potere occidentale bianco e capitalista, tantomeno può coesistere in società in cui persistono oppressione, razzismo, espropriazione e sfruttamento.

«Continuare a pensare che il mondo sia sempre esistito così è un errore sistemico che non ci possiamo più permettere», sostiene ancora Vergès:  e insistere su pensieri che ci facciano credere come «l’arte sia solo un riflesso della bellezza» vorrebbe dire continuare a percorrere sentieri di ignoranza e rifiuto delle responsabilità, «contro la consapevolezza di vivere in un mondo creato da forze sociali che proteggono il loro dominio e ci inducono alla non-azione».

Le lascio come domande aperte, sottolineando solo che la speranza di futuro ripone anche nel coniugare la bellezza con la responsabilità.






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