Scuola
In fondo a destra

Repressione e paura diventano agenda politica

Scuola In fondo a destra
in fondo a destra per scappare dal gender

02 Febbraio 2025

Per capire cosa sta avvenendo dentro e attorno alla scuola, capire il disegno complessivo, e farlo da una prospettiva intersezionale, possiamo prendere in prestito il ragionamento della studiosa americana Judith Butler. Nel suo ultimo volume Chi ha paura del gender? ( Laterza 2024, pp. 368, € 24,00), Butler ci spiega come alla base di alcuni dei fantasmi che alimentano i fascismi della nostra epoca ci siano le paure alimentate diffondendo il panico in tutto il mondo contro il «gender» come mostro dai poteri distruttivi: «Quale agenda politica, questa sì reale e pericolosa, si nasconde dietro l’ideologia anti-gender? È uno spauracchio creato ad arte da chi vuole il ripristino di un ordine sociale autoritario, reazionario, patriarcale».

La leva per agire sul consenso è, dunque, la paura che funziona da elemento catalizzatore di tante ansie più o meno consapevoli che abbiamo e le dirotta su un’unica questione: un po’ come fa il cervello con le fobie.

Gli spauracchi, vecchi e nuovi, utilizzati dal nostro governo e dall’Internazionale nera di ultra destra sono molti. La paura del futuro e la sua incertezza sono un evergreen, soprattutto se combinate con le trepidazioni genitoriali. Una strategia che l’ultradestra cavalca, non sappiamo se per intuizione o su indicazione di uno dei tanti algoritmi dei «suoi» amici. Questo è. La Scuola diventa così campo di una strategia politica ben precisa, di un progetto di restaurazione reazionaria e oppressiva della struttura sociale e dei rapporti che ne derivano. Una strategia composita anche se frammentata in tante azioni, legislative e politiche, enormi alcune chirurgiche altre, come se fossero «contenute in tante scatole».

Per comprendere occorre rompere queste scatole! I provvedimenti che riguardano direttamente o indirettamente la vita della scuola e, di conseguenza, il corpo studentesco e docente, sono tanti.

Cerchiamo di elencarli: la legge anti Rave, l’abolizione della cannabis legale, il decreto Caivano, le Nuove Indicazioni nazionali, le Nuove Linee guida per insegnamento dell’educazione civica, la riforma del voto in condotta, l’istituzione del Reato universale per la Gpa, i voucher per la retta delle scuole private, il nuovo codice di comportamento per i dipendenti pubblici, il ddl sicurezza, l’istituzione delle zone rosse, il dirottamento dei fondi per l’educazione sessuo-affettiva in favore di corsi sulla fertilità, la possibilità di reintrodurre le classi differenziali per bambini e bambine con background migratorio, l’intenzione di ostacolare le carriere alias, l’introduzione del concetto di merito diventato addirittura il nome del dicastero competente, il nuovo sistema di orientamento digitale, la nuova raccolta dei dati di contesto per le prove Invalsi e il loro ingresso nel curriculum studentesco, il ruolo delle famiglie in merito alla designazione dell’insegnante di sostegno, l’introduzione delle competenze non cognitive.

Unendo i punti il disegno è chiaro: colonizzare lo spazio presidiando l’immaginario attraverso la capillare disseminazione dei sistemi di controllo; fare della scuola il campo di battaglia. Da sempre il potere cerca di penetrare la formazione per la propria propaganda e per proselitismo. Oggi assistiamo a una ulteriore accelerazione autoritaria e censoria del dissenso: sovranisti che si scagliano contro l’uguaglianza, la libertà, l’autodeterminazione e la mobilità sociale. La stessa declinazione di «merito» ci dice come non si tenga conto che la scuola è situata dentro un sistema ipercapitalista dove è principalmente la condizione della famiglia a determinare il cosiddetto «successo» e la conseguente collocazione nel mondo del lavoro. Possiamo dire che la scuola viene impoverita da anni perché la sua funzione di integrazione sociale e di costruzione del futuro è incompatibile con il modello dominante fortemente aggressivo ultra liberista? 

Calamandrei già nel 1950 ci aveva avvertito: 

«Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato».

La libertà di scelta educativa, ossia la priorità dell’educazione familiare rispetto all’educazione sociale, è uno dei cavalli di battaglia del nostro governo, che non si accontenta di elargire finanziamenti alle scuole paritarie e allo stesso tempo smantellare la Scuola pubblica. Vuole di più e con il consenso di quella «maggioranza silenziosa» come definita dagli esponenti dei movimenti anti-scelta; lo fa ad esempio insinuando prima, affermando e stigmatizzando poi, che la scuola sia un luogo pericoloso, pieno di insidie, dove i figli saranno corrotti e perduti. Chiede mano libera nell’imporre ordine e disciplina, un «sano rispetto delle regole» che permetta il «sano svolgimento di una operosità generale». Queste le parole scritte nelle Nuove indicazioni per l’educazione civica. Alimentare l’ansia sul futuro in un contesto di guerre, crisi climatiche, impoverimento complessivo, esplosione del disagio, è facile. Così il consenso al pugno di ferro viene non solo assecondato ma quasi introiettato.

Paradigmatica è la questione delle occupazioni delle scuole. Per non dire che è il dissenso a essere colpito, che è la libertà di autorganizzazione che vogliono impedire, che non possono ammettere di essere tenuti in scacco dalla componente studentesca della popolazione, che non vota, vengono messe in campo pericoli e danni, così saranno le famiglie a risarcire lo Stato. Il ragionamento taglia ogni complessità con l’accetta e viene facilmente recepito. Le occupazioni sono illegali; servono per saltare la scuola! Una minoranza politicizzata impone a tutta la scuola la sua volontà! Parlano di Gaza e Ramy dunque sono eversivi! Rompono tutto e che paghino le famiglie! Punizioni esemplari per chi occupa per chi trasforma la scuola in un centro sociale! 

Questo mantra che trasforma discorsi da bar in un’emergenza a cui la politica «deve» rispondere è sintomo di una più ampia propaganda reazionaria, classista, patriarcale.

Quello che il governo italiano e i suoi amici europei e d’oltreoceano non vedono è che questa risposta reazionaria segna la loro inconsistenza politica, il silenzio verso le nuove generazioni. Sarà questo un inciampo per loro?

Il movimento transfemminista spinge per contaminare con il proprio immaginario tutti gli spazi possibili, perché usando ancora le parole di J. Butler «nulla è in grado di sconfiggere questo fantasma più dell’affermazione del desiderio di amare e essere nel mondo muovendoci liberamente».





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