«Se di me non parlo
e non mi ascolto»

Riuscire a mettersi in gioco crea relazioni politiche intense, non farlo abbastanza ci da una grande lezione sull’importanza delle condizioni di vita materiali

«Se di me non parlo e non mi ascolto»

05 Maggio 2025

Se di me non parlo
e non mi ascolto
mi succede poi
che mi confondo
Patrizia Cavalli

 

Detesto l’invasione di performanti sé che ci colonizza: mangiare, le vacanze, i pensierini della cronaca, i selfie, interni casa con tovaglia, famiglia, famiglia e ancora famiglia. Forse il problema è che vengo male in foto o che ho avuto un’infanzia felice. Fatto sta che, anche se non mi piace tanto parlare di me, lo faccio. Ogni tanto arrivo al punto – non è oggi la prima volta – di voler condividere alcune delle mie esperienze per rendere esplicito il mio ancoraggio.

Rendo mio il dictamen femminista di partire da sé, è la vita che mi muove. Poi è tutto un lavorio di smontare, rimontare, comprendere (proprio nel senso di inglobare altro), per cercare di arrivare a una qualche conclusione che non usi la mia piccola e viziata esperienza del mondo come chiave universale. Ho paura di farmi parametro, mi sembra un gesto maschilista. Gli uomini si fanno misura del mondo, io non ho intenzione di imitarli.

Sono tempi di «nate con utero» che usano la mia storia e il mio nome – di femminista – per autoproclamarsi guardiane (di quale ordine, dell’ordine di chi?). Per questo voglio dire della mia personale storia di genere. E non per farmi io metro della giustizia, ma per affermare che loro, le guardiane, non lo sono.

Il primo dato è anagrafico: ho 48 anni.

Quando è cambiato millennio ho capito che il femminismo non potevo farmelo da sola in camera leggendo, ma che si realizzava in una dimensione collettiva. Nel femminismo ho incontrato donne diverse da me; per età ed era la prima volta che avevo una relazione mia non familiare e non istituzionale con donne più grandi, donne che venivano dalla provincia e da ogni sud, donne lesbiche, donne che erano le prime a studiare nella loro famiglia e donne ricche e sofisticate. Nel femminismo ho conosciuto il lesbismo. Nel femminismo c’erano anche le donne trans.

Non erano rose e fiori, la prima femminista trans che ha fatto parte della mia storia politica si chiamava Maria Ornella Serpa, e conoscerla è stato un privilegio e un dolore, perché la vita le era diventata insostenibile e noi non siamo riuscite a renderla migliore, nonostante tutte le parole, le buone intenzioni, la condivisione. Il ricordo che rimane è di non essere riuscite a metterci in gioco abbastanza e una grande lezione sull’importanza delle condizioni di vita materiali. Quando Ornella è morta nel 2008, è alla Casa delle donne che ci siamo strette intorno alle sue compagne del collettivo A/Matrix che l’hanno salutata con queste parole “Con Ornella abbiamo capito ed elaborato che non esistono le donne biologiche, che ogni cosa nella vita non è data, ma determinata”.

Credo che molte altre, come me, quando nei cortei suona “Non sono una signora” di Loredana Bertè sorridono a Ornella. Se non l’avete conosciuta ma vorreste un po’ conoscerla, c’è un documentario fatto da Aurelia Longo “To be Ornella”.

Come collettivi romani, abbiamo vissuto in quegli anni la relazione con le donne del MIT (Movimento Identità Transessuale) come una relazione politica intensa, a cui fare riferimento, da tenere dentro. D’altronde guardavamo moltissimo a quello che succedeva a Bologna dove c’era un femminismo creativo, sexy, irreverente, capace di produrre immaginario. Ci pensavamo parte di un mondo in movimento. Sono stati anni di pratiche e aperture internazionali. I controvertici e la diffusione di internet ci consentivano di pensarci in una dimensione senza confini. Come femministe organizzavamo incontri separati per ragionare di come tenere insieme pratica teorica e pratica politica, ma prendevamo anche parte ai campeggi No Border, traducevamo testi, sperimentavamo nuove modalità di fare comunità costruendo città effimere con le tende, occupando spazi, ballando, andando a vivere per giorni, mesi, a volte anni, in altri luoghi come scelta politica.

Incontrandoci cercavamo di produrre un pensiero radicato nei corpi. Sono anche gli anni in cui abbiamo conosciuto il variegato Queer, iniziato a ragionare sul genere e la costruzione di genere in cornici ampie, in un modo più complesso. Ricordo lunghe discussioni sul tetto di una fabbrica occupata a Barcellona in cui tra donne etero, lesbiche, trans, androgine, parlavamo su come riappropriarci, sabotare, risignificare, hackerare i codici della femminilità. Sono stati anni in cui per dire di noi abbiamo fatto ricorso ai cyborg, ai soggetti nomadi, alle venus matrix. Abbiamo pensato i nostri corpi come a un luogo intimo, attraversato e modificato dalle esperienze, le relazioni, le tecnologie, permeabile al divenire. Il femminismo ci ha rese libere, eccessive, potenti – nel senso di essere in potenza – un nucleo di possibilità. Non eravamo predestinate, non eravamo incasellabili.

Fast forward, voglio diventare madre. Ma non posso. È per me doloroso, un dolore enorme che non è solo mio. Aspetto il trenino sulla Casilina insieme a Lilith Primavera. Alla fermata ne stiamo parlando, lei dice “Amica io lo so come è, so come è amare una persona e non poterle dare i figli che desiderate. So cosa è la paura della sterilità in una coppia della nostra età”. Sono stati anni di operazioni, ormoni, pma. Anni in cui una delle persone che davvero ho sentito vicine, che davvero ho sentito che comprendesse molte delle cose che stavo attraversando, è stata lei. Lei mi ha detto di avere fiducia, che avrei reimparato la gioia e l’amore per il mio corpo, di darmi tempo, di stare nel mio dolore, mi ha promesso che sarebbe tornato il godimento.

Il mio continua a essere un corpo difettoso, segnato dai fibromi, dagli ormoni, dalle terapie, dall’endometriosi, le ecografie, i controlli, i prelievi. E in questa esperienza profondamente radicata nel mio utero, una delle donne che davvero mi ha dato la possibilità di specchiarmi è stata una donna nata maschio.

Andando ancora avanti, la vita mi sorprende, conosco mio figlio. È un’adozione, e nell’adozione scopro di condividere moltissimo con le madri lesbiche, così come con quelle che hanno fatto embriodonazione, o donazioni di gameti. Cosa significa essere madri che non hanno partorito, o avere figli e figlie che non ci somigliano, o che non somiglieranno mai alla persona che ci accompagna in questo desiderio, cosa significa aiutare i nostri figli e figlie a far fronte alle aspettative che genera un discorso pubblico che si nutre di luoghi comuni, che non ci prevede come madri, che i nostri figli li considera strani, incompiuti, che gli rimanda indietro un’assenza, gli ritaglia addosso un cliché.

È sempre la mia comunità politica, la relazione con le altre, a darmi strumenti. È condividere il tempo, la vita, crescere insieme, dare senso al nostro agire in un orizzonte ampio: chi siamo, chi vogliamo essere, come vogliamo essere. Quali sono le persone e le relazioni che ci permettono di non perderci, di non ripiegarci. Basta davvero un attimo: sono una donna bianca, istruita, ho un lavoro, un passaporto, reti sociali e familiari; perdersi di vista, non sapere più del privilegio, è davvero un attimo. Basta davvero un attimo per cadere nella trappola di sentirci vittime.

Lo vedo in alcune delle femministe storiche, quelle a cui per lungo tempo abbiamo guardato con ammirazione. Abbiamo cercato la loro accondiscendenza, alimentato la loro epica, abbiamo al massimo preso un po’ – troppo poca – distanza. Mi chiedo se è anche per averle così nutrite che oggi le vediamo arroccate, impaurite di perdere il proprio potere. Affaticate dall’idea del cambiamento, preferiscono attaccare, minacciare la scomparsa della Donna, diventare megafono della peggiore destra legittimando orde di guardiane del governo.

Non mi faccio parametro del mondo, ma voglio dire a chi gioisce perché una legge stabilisce cosa è una donna, che la nostra esperienza del mondo è molto più ampia e più grande, che essere donne è un atto creativo.

L’ambizione di normare, escludere, è una battaglia per la conservazione, per il privilegio, per il mantenimento dello status quo.
Una battaglia che, nel mio sentire, non può dirsi femminista.






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