Se serve solo a te,
non è femminismo

Non può esserci sorellanza selettiva. Un femminismo che non combatte la transfobia non è un femminismo che voglio abitare. Perché avercela fatta, da solə, non basta.

Se serve solo a te, non è femminismo
femminismo non è sedersi a capotavola, né un posto a tavola

27 Maggio 2025

Il femminismo, se funziona, è scomodo.
Non rassicura, non accarezza, non si adatta ai palinsesti o ai tempi della promozione editoriale. Il femminismo, quello che prova a cambiare davvero le cose, non fa vincere premi di consolazione a nessunə. Mette in discussione il potere, anche quando ci stiamo sedendə comodə. Anche quando a ottenerlo, quel posto, siamo noi.
E qui torna quella frase che, ogni volta, mi scuote come uno schiaffo necessario:
“Se serve solo a te, non è femminismo.”

Perché è vera.
E perché ci ricorda che il femminismo, per essere politico, per essere trasformativo, ha bisogno di essere collettivo. Non è una battaglia individuale per ottenere un premio, ma una lotta condivisa per cambiare tutto.

E invece oggi lo vediamo troppo spesso: donnə che parlano di sorellanza, di empowerment, di autodeterminazione – ma solo finché riguarda loro. Donnə che si fanno spazio, ottengono ruoli, visibilità, contratti, e poi smettono di combattere. Donnə che usano il femminismo come leva per salire un gradino, e poi chiudono la porta dietro di sé.

Ma il femminismo non è una scalata personale. Non è ottenere un posto a tavola, e nemmeno il capotavola.
Il punto non è sedersi lì dove da sempre siedono pochi privilegiati, ma buttare giù quel tavolo.
Smontarlo, perché è costruito sul dominio, sull’esclusione, sulla gerarchia.
E conquistare un posto senza rimettere in discussione la struttura, significa solo perpetuare il sistema. Magari con un volto più “accettabile”, più instagrammabile, più vendibile. Ma identico.

E quando il femminismo diventa performativo, competitivo, verticalizzato, diventa anche miope.
Smette di vedere lə altrə. Smette di includere. E spesso, consapevolmente o no, si fa complice di esclusioni gravi.

Prendiamo la questione trans. Ancora oggi, troppe persone che si definiscono femministe si rifiutano di lottare al fianco delle sorelle trans.
Peggio: negano la loro esistenza, il loro genere, la loro esperienza. Le escludono da spazi, dibattiti, legittimità.

Ma un femminismo che non combatte la transfobia non è un femminismo che voglio abitare.
Non può esserci liberazione per alcunə se escludiamo chi subisce violenza, discriminazione e marginalizzazione in modo strutturale.
Non può esserci sorellanza selettiva.
Dire “lotto per le donne” e poi non riconoscere le donne trans come donne è una contraddizione che fa male, che isola, che uccide.

Essere transfemministə oggi non è un’etichetta di moda. È un impegno. È una pratica quotidiana di decostruzione, ascolto, alleanza.
È combattere non solo per chi ci somiglia, ma per chi è statə resə invisibile proprio perché non rientra nei nostri parametri rassicuranti.

Ed è anche combattere contro la tentazione del personalismo. Contro la deriva narcisistica del femminismo che diventa racconto di sé, vetrina, carriera, e smette di essere strumento per liberare tuttə.
Il femminismo non è un brand personale né una narrazione da monetizzare.
È fatica, è costruzione, è conflitto, è responsabilità verso chi viene dopo.
È una tensione continua a non dimenticarci di nessunə, nemmeno quando siamo noi a stare meglio, nemmeno quando ci sembra di avercela fatta.

Perché avercela fatta, da solə, non basta.
Se serve solo a te, non è femminismo.
Se non serve anche a chi non ha voce, potere, diritti, cittadinanza, non è liberazione.
Facciamolo insieme, oppure non serve davvero a nessunə.






Newsletter