Senza traccia
la "maturità" di un paese immaturo. E la scuola perde il senso di se stessa e dello stare nel mondo
Si arriva da una strada battezzata “adriatica” a suggerire il desiderio di una meta lontana, il mare, in un nastro continuo di terre sfruttate e pozzanghere umide. La località ha nel nome un porto ma di partenze e arrivi, in questo luogo perso tra Ferrara e Comacchio, non se ne vedono da tempo. Di certo però, questo fazzoletto di pianura e umidità, è approdo: da più di vent’anni una solida comunità pakistana ha fatto radici e accoglie terze e quarte generazioni in indisturbato isolamento. Sono assegnata alla scuola secondaria come commissaria esterna per l’esame di maturità: italiano, la prima prova e forse lo scoglio più grande per i nove candidati che si accingono a diventare periti tecnici, indirizzo automazione.
Basta buttare un occhio all’anagrafica per scoprire che il manipolo di maturandi, più simile a una selezione di sopravvissuti alle bocciature precedenti che a una classe di aspiranti eccellenze della cultura tecnologica, è espressione plastica della comunità pakistana insediatasi nell’era del post fordismo in questo luogo lontano da tutto e vicino al niente.
Tutti maschi, perché la formazione tecnica in Italia ha ancora un solo genere con buona pace di tutti i progetti PNRR e le sperimentazioni STEM. Arriva il fatidico plico e avviamo la lettura delle sette tracce per la prova di italiano: la scrittura di un testo. Nonostante ormai la scuola italiana parli solo AI nei pian di formazione e aggiornamento del corpo docente, le procedure dell’esame di maturità sono ancora tutte analogiche: la trasmissione delle tracce, le fotocopie e la graffettatura del plico per ogni candidato avvengono grazie alla supervisione attenta delle segreterie. Nel nostro caso un volenteroso collega che smista fogli e affida alla commissione la distribuzione del materiale cartaceo. Trascorrono quindici minuti di lentezza analogica in una scuola che si vuole smart, tech, e millepuntozero solo a parole.
Osservo i volti dei ragazzi intenti nella lettura delle tracce: ne colgo subito il senso di estraneità e la fatica. Basta la lunghezza di alcune tracce per disincentivarne la scelta. Le prime due sono escluse dalla totalità dei candidati immediatamente: il Pavese poeta e il Brancati fine penna della letteratura italiana, sono totalmente fuori dai loro radar. Un anno di studio della letteratura italiana azzerato da proposte fuori “portata” per una classe di questa tipologia di scuola, di questo indirizzo, di questo angolo di mondo. Dove sarà Piazza di Spagna e la scalinata di cui parla Pavese? Molti di loro nemmeno si pongono il problema e saltano ai temi di tipologia B e C ovvero la cosiddetta attualità. Ma è proprio qui che si nascondono le insidie più grandi. Quale sguardo sul mondo si matura da questo porto perso, mi chiedo? Il sociologo che ha nostalgia del passato mi sembra una precisa dichiarazione della volontà di cancellazione di questi ragazzi. Proprio di loro, dei loro volti che intrecciano storie e terre lontane a questa afa padana, delle loro t-shirt che imitano come possono le mode del momento, di questa scuola che porta il nome di una grande scienziata per dei saperi fatti solo da uomini bianchi.
Sarà davvero un problema di confini ma basta guardare il mondo da questi banchi per capire che quel che c’è in gioco non è la loro sparizione ma la feroce riassegnazione di tanti di loro alla schiatta degli oppressi. Chissà se quei Malavoglia studiati a novembre tornano a bussare alle coscienze di questa gioventù messa ai margini? L’adultescenza è un lusso borghese: non è solo il paternalismo a inquietare, ma la violenza simbolica che cancella la complessità e la precarietà delle vite di questi ragazzi. Intanto il tempo passa: alle 10,30 la temperatura della classe è già inaffrontabile. Dalle finestre aperte flotte di zanzare flagellano commissione e maturandi costretti immobili per sei ore in un locale totalmente privo di condizionatore. Due esili ventilatori sollevano più polvere che aria calda. È chiaro a tutte le persone nella stanza che arrivare in fondo alla prova sarà, prima ancora che il segno di una maturità personale, uno strenuo esercizio di sopravvivenza al calore. Uno Squid Game versione padana.
Ma nelle sette tracce ministeriali non si parla di cambiamento climatico, di erosione delle risorse, di innovazione energetica, di cura del mondo. No, la meraviglia e la creatività sono edeniche condizioni sulle quali i maturandi sono chiamati ad argomentare con consapevolezza critica e un pizzico di esperienza personale. Quale meraviglia si potrà mai sperimentare nelle propaggini della pianura più inquinata d’Europa? E quanta creatività richiede pensarsi, non al centro di un cratere assolato, ma nel procedere delle meravigliose sorti e progressive che hanno permesso ad Einstein di teorizzare la relatività? Considero per un attimo che partire da sé, dal qui e ora, permetterebbe di produrre un testo paradossale da inviare direttamente al Ministero come cartolina dall’Emilia surriscaldata. Ma poi ricordo che il “partire da sé” è postura invisa alle pose pseudopedagogiche correnti.
Non c’è in alcun manuale traccia di quell’unica rivoluzione incruenta portata avanti dai femminismi. L’antologia di letteratura italiana che sfoglio mentre cerco di non sciogliermi sulla sedia, riporta un simpatico box alla fine di ogni periodo storico trattato: le donne scrivono. Ma che sconvolgente notizia: più della metà della popolazione, nel corso dei secoli, ha saputo esercitare un’abilità considerata primaria come quella della scrittura. Peccato che nella tipologia A della prova, ovvero nella sezione che invita all’analisi dei grandi della letteratura, di donne non vi sia nemmeno l’ombra.
Sono ancora fuori dal canone, insieme a tutta quella letteratura (working class, di genere, queer, decoloniale e postcoloniale ecc) che non parli la lingua della classe dominante. Insegnare a trasgredire non è mai stato così utopico come proposito: nell’epoca in cui per legge bisogna chiedere il permesso alle famiglie per aprire qualsiasi discorso su desideri, corpi, identità e linguaggi, il conformismo è una grande e propagandata virtù. Nel frattempo la libertà d’insegnamento prende commiato da tutte noi in una sostanziale indifferenza collettiva. Mi chiedo quale consenso, a fronte di quale informazione, potrebbero esercitare le famiglie dei nove candidati seduti di fronte a me? Probabilmente molte di loro sconterebbero gap linguistici e povertà educative le più varie. Difficilmente potrebbero sentirsi ingaggiate nella strenua difesa della libertà educativa delle famiglie. Sentinelle della loro sopravvivenza non potranno essere arruolate nella missione salvifica di sorvegliare l’innocenza e la virtù dei loro adolescenti come vorrebbero le associazioni anti scelta tanto audite nel nostro Paese. La classe conta, anche nell’esercizio della censura e del potere di veto che impoverirà la scuola pubblica.
Ma tornando al conformismo come claim nazionale, cosa c’è di più conforme di una sana retorica della fatica? Perché non esaltare quella condizione dalla quale in qualche modo ci siamo voluti allontanare nella nostra storia repubblicana? La traccia su Calabresi è tra le più gettonate in questo manipolo di meccanici e mi viene da pensare che la forma più convincente di dominio è quello che rende dorate le nostre gabbie. “Esiste la fatica del corpo ma anche quella mentale” intravvedo sul foglio protocollo lasciato in custodia alla commissione per una veloce pausa bagno: mi si stringe il cuore nel leggerlo perché ogni segno tracciato, in un disciplinato stampatello, tradisce quegli svantaggi di partenza che come scuola stiamo riaffermando a quattro mani al contrario di quanto immaginato dalle generazioni resistenti del dopoguerra. La fatica di scrivere di quel ragazzo è la fatica dell’intero Paese, l’Italia, a dare sostanza a quella democrazia.
Non è un caso, penso, che nessuno tra questi giovani adulti scelga la traccia che riporta stralci del discorso di Saragat del 1946. Il tasto dolente, l’elefante nella stanza: la cittadinanza, le cittadinanze. Quelle a velocità diverse che concediamo per i doveri e neghiamo nei diritti. Che senso ha chiedere loro di esercitarsi in una democrazia senza cittadinanza? Vogliamo che guardino un banchetto al quale non sono stati invitati. La grande abbuffata delle gerontocrazie di ieri e di oggi che lasciano loro soltanto le briciole. Il sadismo del fascismo di cui ci ha insegnato il Pier Paolo Pasolini di Salò.
Sono tutti nati in Italia ma quanti di loro godranno di una cittadinanza formale e sostanziale fuori di qui, fuori dalla scuola? O forse non è stato così nemmeno dentro le mura scolastiche: quello stampatello stentato sta lì ad accusarci di non essere state in grado di garantire nemmeno quell’alfabetizzazione di base per cui la scuola stessa è nata: il sogno del riscatto dall’ignoranza e dalla fatica del lavoro sfruttato attraverso il leggere e far di conto. Siam le Mondine, siamo le sfruttate dicevano le donne emiliane oppresse durante il fascismo in risaie vicine e lontane. Ma anche la fatica ha subito la stessa sorte di altre parole d’ordine nella storia politica dell’emancipazione: la violenza, la conoscenza, il rispetto. Tutte passate in un setaccio propagandistico che ne ha eliminato la portata trasformativa e le ha rese neutre e disciplinanti.
Ma quale lingua parlano i ragazzi seduti di fronte a me? Non la conosco e non solo perché sono totalmente ignorante delle mille lingue che attraversano come confini un paese come il Pakistan, ma perché non abbiamo fatto di questi luoghi degli spazi safe dove accogliere le loro storie, dare loro voce, insegnare la forza che deriva dal farsi ed essere comunità. Penso al ruolo che ricopro, alla forma che sostanzio: uno stato patriarcale, bianco, immemore e cieco di fronte alla complessità del presente.
Provo a pensare a come appaio ai loro occhi e proprio in quel momento qualcosa dentro di me sussulta, mi sposta e mi scomoda. Anche la mia storia conosce il sapore di altre oppressioni; il mio essere donna dentro un sistema patriarcale mi rimanda a quella stasi negli occhi che si sporgono ostinatamente sul futuro. Ma un’altra narrazione è possibile, una presa sul presente che parta da sé e che muova ostinatamente in direzione contraria. Apro le buste della cancelleria, distribuisco penne e matite, offro fazzoletti di carta e occhiate di complice solidarietà. Basta questa piccola sequenza di gesti per sabotare i ruoli. Siamo qui, nella stessa zattera a quaranta gradi alla deriva, ma stiamo resistendo.