Sgonfiare i muscoli al regime
parla Parisa Nazari
quando il potere mostra i muscoli vuol dire che non lo disturba nessunə, ma le iraniane sono scese in milioni in piazza senza velo mettendo per la prima volta la donna al centro di una lotta per la democrazia
Ho incontrato Parisa Nazari per una intervista negli spazi di Zalib, l’attivissimo centro giovani del primo municipio di Roma. Nata in Iran, dove ha vissuto fino ai diciott’anni, poi è arrivata in Italia dove oggi opera come attivista del movimento “Donna vita libertà”. In Italia ha studiato architettura, poi è diventata farmacista; però il suo interesse profondo per la cultura a tutto tondo l’ha condotta a diventare, come dice, “una mediatrice interculturale autodidatta, un ponte tra le due culture”. Come interprete spesso appare in pubblico – per esempio alla festa del cinema di Roma 2025 dove ha seguito il regista dissidente Jafar Panahi, che all’Auditorium ha ricevuto il premio alla carriera dalle mani di Giuseppe Tornatore.
Nazari, andiamo verso il 25 novembre, giornata di mobilitazione per le donne in Occidente. Ma che cosa possono chiedere le iraniane alle donne dei Paesi occidentali?
«Il 25 novembre è importante in Iran perché è un giorno in cui in tutto il mondo si condanna la violenza sulle donne; è un’occasione anche per le donne iraniane di parlare di quello che vorrebbero, del prezzo altissimo che pagano perché la loro lotta per l’autodeterminazione non rimanga in silenzio. Sappiamo ormai per esperienza che un regime come quello iraniano, nel momento in cui sente di poter agire indisturbato, che nessuno ascolta la voce degli iraniani e delle iraniane (perché anche gli uomini vengono discriminati in Iran) sa di poter agire indisturbato e mostra i muscoli. L’esempio più lampante è la legge medievale che più di un anno fa ha inasprito le sanzioni per le donne inadempienti all’obbligo del velo, e rischiava di portare la società in una situazione di caos in cui chiunque poteva farsi tutore della legge e arrestare, maltrattare le donne che semplicemente non portavano l’hijab. Questa legge è stata fermata perché le donne sono scese in milioni in piazza senza velo in un atto di disobbedienza civile. Anche il capo delle forze dell’ordine ha dovuto ammettere che non c’erano abbastanza agenti per arrestarle tutte. C’è una rete di donne femministe in Iran che cerca di mettersi in contatto con il mondo del femminismo internazionale. E questo fa sì che il regime decida di non pagare un prezzo altissimo in termini di immagine per andare contro la volontà delle donne».
Il movimento “Donna, vita, libertà”, ricorda Nazari, “nasce dal popolo curdo come slogan che gli iraniani hanno preso in prestito dal giorno dei funerali di Mahsa Amini, uccisa il 16 settembre 2022 dalla Polizia Morale dopo l’arresto per non aver indossato correttamente l’hijab. «Allora per la prima volta in Iran le donne hanno gridato questo slogan togliendosi il velo. Ma in realtà è una visione, un cambio di paradigma culturale e sociale che in Iran non ha pari. Significa mettere per la prima volta la donna al centro di una lotta per la democrazia, che è in corso da dagli inizi del Novecento con la rivoluzione costituzionalista iraniana».
L’Iran è un paese di contraddizioni, «e la contraddizione maggiore sono le leggi, finalizzate a rendere la figura della donna più mite, modesta, quasi invisibile: questo significa l’obbligo del velo. Una donna deve essere coperta dalla testa a piedi e rimane il fatto che comunque la cultura patriarcale c’è in Iran, anche nella società, come del resto sappiamo esistere anche nei paesi democratici. Ma in Iran c’è una parte degli uomini, soprattutto giovani, che sono molto più avanti rispetto alla legislazione vigente, e che spesso rinunciano ai loro privilegi. Per esempio, un uomo può impedire a sua moglie di uscire di casa, di lavorare, di studiare. Ovviamente una donna non può chiedere il divorzio, perché è diritto dell’uomo divorziare o avere più mogli. Di fronte a tutti questi privilegi, sono sempre più gli uomini che ci rinunciano attraverso dei contratti che si possono firmare prima del matrimonio. Questo significa che la società civile è molto più avanti rispetto a chi legifera. È questa è la contraddizione; mentre in altri paesi, che sono democratici, le leggi spesso affermano la parità di genere, ma la società è un passo indietro. Ogni volta che una donna viene discriminata – aggiunge Nazari – in realtà dobbiamo sentirci tutte discriminate e offese, perché è una lotta universale. E le iraniane secondo me hanno qualcosa da insegnarci, anche perché nel 1979 hanno partecipato a una rivoluzione che doveva portare a una democrazia, e invece si sono viste portare via i diritti.
in questi 47 anni, quasi, che passano dal 1979 e dalla rivoluzione islamica, le donne hanno cercato di acquisire consapevolezza attraverso l’istruzione – continua Nazari – è uno dei motivi principali per cui si conosce un po’ il mondo delle donne iraniane e la lotta delle donne iraniane: film e anche libri iraniani, scrittrici che scrivono testi tradotti che diventano bestseller all’estero, anche in Italia».
E il futuro come lo vede?
«Non vedo credibile Trump come persona portatrice di pace. Mi piacerebbe molto poter essere ottimista per la Striscia di Gaza, ma non ci riesco. Perciò, di conseguenza, non posso esserlo nemmeno per l’Iran – conclude Nazari –. Non mi pare neanche che Giorgia Meloni come interlocutrice per l’Iran possa tenere testa a Trump, che cambia idea da un momento all’altro. Spero di sbagliarmi ma sono pessimista. Però, l’Iran è un Paese giovane; non ci sono più i padri che hanno portato avanti gli ideali della rivoluzione. C’è uno sgretolamento di quelle che erano le fondamenta, i pilastri della Repubblica islamica. E poi gli iraniani non vogliono più vivere sotto una dittatura. Perciò spero che questo porti a una transizione pacifica; quello che gli iraniani non vogliono è sicuramente uno spargimento di sangue, sia attraverso un intervento militare esterno, sia attraverso una rivoluzione come fu quella del 1979».