Sorelle d’Italia
l’Italia s’è desta
Da millenni le famiglie insegnano alle figlie come fare a non essere violentate anziché insegnare ai figli a non violentare
“Ohibò, qui si ammazzano le donne.
Ohibò, non sono musulmani immigrati.
Ohibò, non sono drogati o matti.
Ohibò, sono anche giovani e giovanissimi”
Dobbiamo essere contente che finalmente i nostri allarmi escano dal silenzio, tanto più se vengono condivisi da chi, come il ministro dell’istruzione, ha il potere di prendere decisioni.
Veniamo da una cultura che per millenni ha giustificato la violenza maschile sulle donne: lo facevano le leggi e le sentenze, i confessionali e le scuole, la letteratura colta e la saggezza popolare (i proverbi!). Da millenni le famiglie insegnano alle figlie come fare a non essere violentate anziché insegnare ai figli a non violentare. Da millenni con questi presupposti si impartiscono ai figli e alle figlie indicazioni divergenti e si creano aspettative forzate con una serie infinita di norme, esempi, rinforzi, modelli, sollecitazioni.
Finalmente si capisce che il piano repressivo non basta, che è necessaria la prevenzione. Probabilmente però essa rimarrà ostaggio del consenso preventivo dei genitori, che in base a non si sa quali competenze dovranno valutare progetti e strumenti: proprio le famiglie che ritengono la sessualità un tabù; proprio quelle in cui si annida la radice di un male antico.
Epperò un’altra benvenuta scoperta è che i siti pornografici non sono esattamente la fonte ideale per l’educazione sessuale delle nuove generazioni. Siamo contente allora che la società civile si rivolga alla scuola: l’unica istituzione obbligatoria, diffusa, gratuita, pubblica, aperta, paritaria deputata a fare educazione. Quale luogo migliore per incrementare la capacità di interpretare le richieste sociali, di leggere il mondo, di sviluppare consapevolezza di sé?Ufficialmente se ne parla da più di un secolo (è del 1911 il primo dibattito parlamentare). Sembra però di ripartire ogni volta da zero. La conseguenza è stata finora un’offerta formativa a macchia di leopardo tra scuole medie e superiori, parcellizzata, disomogenea, messa in piedi grazie all’iniziativa dei singoli istituti e in base alle loro risorse economiche: chi vuole e può permetterselo si rivolge, attraverso bandi, ad esperti, associazioni e centri antiviolenza per organizzare i corsi. Gli altri – o chi preferisce il quieto vivere – lasciano tutto com’era.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, ratificata dall’Italia nel giugno 2013, riconoscendo che si tratta di una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla discriminazione delle donne da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione, impegna le parti a “intraprendere le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi” (art. 14). L’Italia è stata più volte rimproverata dal Comitato di monitoraggio dell’ONU, che ha espresso preoccupazione per l’inadeguatezza degli sforzi compiuti.
Anche l’ambiente scolastico rappresenta purtroppo un contesto in cui i modelli culturali stereotipati e presentati come naturali possono essere strutturati e amplificati, in un gioco continuo di rinforzi reciproci con gli altri ambiti di socializzazione. Oggi la costruzione delle identità è più complessa e più ricca rispetto al passato, eppure in troppi punti è ancora influenzata dalle antiche, anzi arcaiche modalità di costruzione dei generi. All’interno dell’istituzione si assume ancora che contenuti e metodi della formazione siano neutri rispetto alle differenze, che basti non nominarle per contrastare le disuguaglianze.
La scolarizzazione di massa é stata probabilmente il fenomeno che con più forza ha segnato il mutamento femminile della percezione del sé, ponendo tutti e tutte di fronte alle stesse esperienze, agli stessi obiettivi. La scuola però non ha accompagnato questa sua straordinaria funzione con una riflessione adeguata ma si è spesso limitata a far convivere la pratica del nuovo con i costrutti tradizionali. Si tratta oggi più che mai di stabilire che cosa insegnare e come: qui s’infrange l’unanimità e non è uno scoglio da poco. La pedagogia chiede rigore, la didattica non si improvvisa. Gli slogan vanno bene per gli spot e per i titoli dei giornali.
Fare educazione di genere senza un impianto teorico significa consegnarsi al dilettantismo; predicare la pedagogia di genere senza raccordarsi con le esperienze e con i casi concreti significa restare chiusi alle istanze del reale. La resistenza al cambiamento è difficile da abbattere: occorre guardare in faccia gli schemi cognitivi, destrutturare quando è necessario i precedenti per costruirne di nuovi; occorre essere disposti a mettersi in discussione. Per quanto riguarda le conoscenze disciplinari non si vuol vedere che ancora si trasmette un sapere che si pretende neutro: quel falso neutro che in realtà è un maschile. Non porre a tema le culture degli stereotipi sessuali di fatto li legittima.
Va detto in classe che dappertutto esistono modi, più o meno codificati, di essere uomo e donna. Variano da cultura a cultura e toccano gli esseri umani nel profondo. Va detto che l’identificazione dell’umanità con il sesso maschile costituisce l’apice di una complessa struttura di pensiero che poggia su una serie di dicotomie oppositive, binarie e duali, afferenti a un quadro gerarchico. Si pensi agli archetipi di mente e corpo, ragione e passione, cultura e natura, pubblico e privato, così pervasivi dell’epistemologia occidentale. Per fortuna le linee guida non mancano, le pratiche di intervento nemmeno.
La tesi della “naturale” inferiorità femminile viene contestata attraverso la scienza, la storia, la filosofia, l’antropologia. Si porta alla luce quanto di costruito e non naturale vi sia in ciò che è dato per scontato, astorico, immodificabile; quanto ciò accada per ragioni di potere e poggi su un elaborato quadro simbolico. Anche molti uomini cominciano a interrogarsi, per darsi la possibilità di differire da modelli di mascolinità imposti, vetusti e dannosi per la qualità della vita.
Reti di gruppi, associazioni, movimenti, centri studi, centri antiviolenza da decenni portano nelle scuole di tutto il territorio italiano competenze ed esperienze; hanno formato in modo più o meno strutturato migliaia e migliaia di docenti. Da decenni esistono case editrici, magari piccole e decentrate, che mettono a disposizione delle scuole testi che hanno mandato in soffitta il frusto sapere androcentrico.
La formazione e l’editoria poggiano sul ricco patrimonio degli studi di genere, che anche in Italia ormai hanno accumulato saperi consolidati. Questo vasto campo ha dato vita a una costellazione di ricerche, strumenti concettuali e modelli scientifici in molti ambiti disciplinari, dalla medicina alla storia, alla psicologia, all’economia, al diritto, alle scienze sociali e a quelle letterarie e linguistiche; gli insegnamenti di genere sono ormai diffusi nelle università, come in tutti i Paesi sviluppati; hanno prodotto risorse che suppliscono alla consolidata tradizione patriarcale, con i suoi silenzi millenari. Qui però nascono le difficoltà. La consapevolezza maturata dai femminismi è consolidata e ampia ma la sola parola fa drizzare i capelli proprio a chi dovrebbe avvalersene. Buone pratiche ci sono ma sono state finora avversate proprio da chi dovrebbe estenderle.
250 realtà associative impegnate sui temi della prevenzione della violenza di genere si confrontano annualmente, a partire dal 2014, in meeting nazionali denominati Educare alle differenze basati sulla decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi, sull’inclusività rispetto agli orientamenti sessuali, sul riconoscimento di una sessualità consapevole e protetta per gli e le adolescenti. I Centri antiviolenza della Rete D.i.Re – soggetti riconosciuti e competenti – promuovono da tempo percorsi di formazione per il corpo docente e di prevenzione per il corpo studentesco sui propri territori. Mentre non si ascolta né si consulta chi avrebbe titolo per parlare, la parola ‘genere’ è rigorosamente bandita dal lessico ministeriale, spaventato dalla rumorosa crociata che ha scatenato la fobia collettiva del fantomatico “gender”, caccia alle streghe del XXI secolo. Si sono cercate le dizioni più vaghe, si sono effettuate le più faticose arrampicate linguistiche: dalle emozioni agli affetti ai sentimenti, dalle corrette relazioni al rispetto, si è appiccicato alla “nuova” educazione un repertorio di termini, in uno spensierato pasticcio (farlo in una conversazione ci può stare, farlo in una legge è un po’ diverso).
Ora siamo approdati all’aggettivo che evoca il connubio ‘sessuoaffettivita’. Per fortuna pare abbandonata la peregrina idea di inserirla nel calderone dell’educazione civica, ma si insiste nell’ipotesi di un insegnamento per cui trovare ore eccezionali nel calendario, probabilmente da affidare a expertises esterne alla scuola. Gli esiti dell’apprendimento verranno controllati, scrive il ministro Valditara (che parla di “programmi” anche se non esistono più). Come valutarli, non si sa. Allo stesso modo non si sa se al governo si rendano conto che introdurre ore settimanali aggiuntive (dunque laterali, forse episodiche: oltretutto su base volontaria, oltretutto controllate dai genitori) in cui si parli di relazioni umane significa implicitamente avvalorare il pregiudizio diffuso che il quotidiano curriculum scolastico sia altro, qualcosa di astratto e remoto; che la cultura sia un universo sganciato dalla vita reale.
Bel servizio all’arte, alla letteratura, alla filosofia, alla storia, alla grammatica, all’economia, alla sociologia, alle scienze, tutte confinate a obbligo ammuffito, come se non avessero fondato il mondo in cui siamo immersi. Come se non fosse possibile partire da lì per vedere la radice profonda di ciò che abbiamo dentro e di fronte, che viene invece annacquato in una banalizzazione psicologistica palesata anche nel passaggio in cui la violenza di genere viene definita “una triste patologia”. Bel servizio infine al corpo docente, benché sia a contatto quotidiano e diretto con le nuove generazioni in situazioni complesse di relazioni, di scambi comunicativi, di apprendimenti; lo si tratta come se vivesse altrove e se non fosse capace sia di adeguare l’insegnamento al mondo che cambia sia di rispondere alle esigenze dei discenti. Ogni insegnante, ogni educatore professionale sa che c’è stretta correlazione tra apparato cognitivo e apparato emozionale. Lo predicava già la Retorica di Aristotele, lo dimostrano oggi le neuroscienze! Goleman aveva avvertito in modo inequivocabile: “il modo in cui un insegnante gestisce la classe è di per se stesso un modello, una lezione di fatto, di competenza emozionale o della sua mancanza” (Intelligenza emotiva, p. 322). Basterebbe poi leggere il Diario di scuola di Pennac.
Spazio di possibilità, tempo di qualità. La scuola ma anche il teatro, le biblioteche, il cinema, le mostre, i media: per sostituire le parole agli istinti, le storie e i discorsi alle pulsioni; per conoscere le vite degli altri oltre alla propria. È questo che differenzia gli umani dagli altri esseri animati, è così che l’intera comunità può diventare comunità educante. L’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che l’educazione affettiva e sessuale è un percorso continuativo: non è un evento singolo e risponde a mutevoli situazioni di vita. Un concetto strettamente correlato è quello di “adeguatezza rispetto all’età”: gli stessi argomenti si ripresentano nel tempo e le informazioni relative vanno fornite fin dall’infanzia secondo l’età e lo stadio evolutivo.
Tutto il lavoro finora sommerso, però si dice, non ha dato frutti immediati. Pensavate dunque che un problema così antico si risolvesse in qualche anno, affidato a qualche pattuglia volonterosa? C’è bisogno di capire e soprattutto di far capire che dopo millenni di compatto sistema socioculturale non basteranno sperimentazioni brevi e saltuarie per introdurre cambiamenti tangibili.
Se no ai prossimi femminicidi si dirà “avete visto che non funziona?”: non aspettano altro.