Sovvertire il regime
eco(etero)normativo
In tutti gli ecosistemi, piante e animali sfidano le aspettative binarie. Occorre queerizzare la nostra relazione con il pianeta e riconoscere le complessità presenti in natura per liberarci dalla interpretazione gerarchica e specista
C’è una continuità tra la lotta delle suffragette quando nell’Ottocento si intersecava con le battaglie contro la vivisezione e quella dei collettivi femministi italiani che hanno iniziato a parlare di coscienza del limite dopo l’incidente della centrale nucleare di Chernobyl?
É stato il senso di colpa e i cazziatoni di una allora quattordicenne svedese – Greta Thunberg – che ha attirato l’attenzione del mondo intero per le sue battaglie a favore dello sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico, a fare crescere in alcunə la consapevolezza che le specie animali e vegetali, molto più di noi, sono abituate alla pratica dell’ecosistema?
[ anche se una ecologista e scienziata come Laura Conti lo andava dicendo già negli anni 80, perlopiù inascoltata forse perché si aggirava in un mondo ambientalista tutto al maschile ]
Se sappiamo che nessunə vale di per sé, ma tutto ha valore e vita solo se inserito in un ecosistema sano, abbiamo anche capito che questa è un’idea politica concreta?
Nel ripensare le relazioni tra natura/cultura, maschio/femmina, umano/animale come continuità e non come categorie in opposizione l’ambientalismo femminista ridefinisce ciò che significa esserə umanə. Lo ha scritto Greta Gaard in Greening Feminism. Ancora una Greta, ma lei è una statunitense di Los Angeles, una figura, come dicono quellə bravə, poliedrica: studiosa, scrittrice, docente, attivista, documentarista, Greta Gaard è tra le esponenti di maggior rilievo dell’ecofemminismo contemporaneo.
La sua prima antologia, Ecofeminism: Women, Animals, Nature, stampata negli Stati Uniti nel 1993, collocava la giustizia interspecie al centro della teoria ecofemminista.
Ovviamente nessuno dei suoi libri è stato tradotto in italiano anche se spesso e volentieri viene citata dal mondo accademico quando si parla di ecologia e femminismi.
Attraverso lo studio delle possibili intersezioni tra ecofemminismo e teoria queer, Gaard evidenzia la necessità di promuovere un “queer ecofeminism”, in grado di mettere in discussione tutte le forme di costruzione sociale del “naturale”, rifiutando il dualismo obsoleto natura/cultura tipico del pensiero patriarcale.
Lo sviluppo di una riflessione interdisciplinare – femminista, queer, anti-coloniale e trans-specie – ci svela che è in corso un incontro tra antispecismo e femminismi, quindi siamo prontə a buttarci alle spalle le idee universali di umano e animale, perché ora sappiamo che esiste una giustizia sociale multipsecie?
Ecologia queer è un tema poco nominato esplicitamente in Italia se non da qualche anno, con ecologia queer si intendono tutte le teorie scientifiche volte a sconfessare la visione della natura come binaria ed eteronormata. Attraverso studi scientifici, ecofemminismo, giustizia climatica e ambientale, l’ecologia queer ci aiuta a uscire da una visione antropocentrica e patriarcale in un pianeta al collasso che richiede di ripensare ai nostri comportamenti rendendoli meno impattanti e distruttivi.
Si tratta di “queerizzare” la natura ossia riconoscere le complessità presenti in natura, liberarla da una interpretazione gerarchica e specista e pensare un approccio in cui tutti gli esseri viventi sono considerati connessə e interrelatə.
In tutti gli ecosistemi, piante e animali sfidano le aspettative binarie. Coppie dello stesso sesso, fluidità di genere, sessualità non riproduttiva e comportamenti sociali complessi sono molto diffusi nel mondo naturale, ma spesso cancellati nelle narrazioni scientifiche.
Non è solo la queerness simboleggiata dalla famosa coppia di pinguini Roy e Silo dello zoo di Central Park di New York. I due pinguini maschi che hanno costruito un nido insieme, si sono corteggiati e hanno allevato un pulcino di nome Tango.
Per dirla in pochissime, definitive parole: l’eterosessualità è ben lontana dall’essere la sola e più naturale forma dell’esistere, facciamocene tuttə una ragione. Sono le nostre norme culturali a modellare il modo in cui interpretiamo la natura
Rivelando come la queerness sia già presente in natura, la Queer Ecology destabilizza il mito che l’eterosessualità, la monogamia o i binarismi di genere siano biologicamente predeterminati.
Celebra la fluidità, la complessità e la diversità che si trovano in tutte le espressioni e forme di vita.
Rendere più queer la nostra relazione con il pianeta può significare anche esplorare forme di relazione diverse, che possono avere un minor impatto ambientale: un esempio pratico può essere quello dei parchi. Nel mondo esistono circa 120.000 aree protette. Coprono il 13% della superficie terrestre e hanno trasformato 130 milioni di indigeni in “rifugiati della conservazione”: popoli che hanno perso le loro case e i loro mezzi di sostentamento a beneficio dei parchi, che non sono quindi spazi neutrali. Spesso sono luoghi progettati intorno agli ideali eteronormativi della famiglia nucleare, pensati eliminando completamente quelle tradizioni tipiche dei popoli indigeni, che hanno protetto la biodiversità di quei territori proprio con il loro stile di vita. E la queer ecology ha parecchio da dire anche rispetto alla supremazia dell’umano vivente sulle altre specie, con l’obiettivo di interrompere il flusso di un pensiero scientifico e di conservazione che resta troppo spesso antropocentrico.
Esiste un regime eco(etero)normativo in cui viviamo da smantellare anche contro suprematismo, securitarismo, militarizzazione e nuove guerre, dobbiamo reimmaginare il modo in cui ci relazioniamo con la natura, non come qualcosa da dominare, ma come qualcosa di già strano, intimo e interdipendente.