Stasera faremo cadere il cielo

10 racconti

Stasera faremo cadere il cielo 10 racconti
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04 Aprile 2025

Non siamo più sole, bersagli critici lampeggianti in un campo binario straight cisgender. Siamo più numerose e scriviamo, leggiamo, modifichiamo e pubblichiamo i lavori più vari. C’è stato un enorme spostamento dagli scrittori cis etero che scrivono di donne queer a donne queer che scrivono di sé. Così, nel 2020, la scrittrice inglese, naturalizzata americana, Nicola Griffith sottolineava le modificazioni intervenute nel panorama editoriale americano del decennio precedente e il senso di liberazione che ne era scaturito. La discussione si svolgeva nel corso di Queering SFF, una tavola rotonda online organizzata da Lee Mandelo nel 2020 per riflettere sui cambiamenti dell’ultimo decennio. In quel contesto anche la scrittrice Charlie Jane Anders teneva a sottolineare quanto il mondo della fantascienza americana fosse mutato:

Quando sono arrivata per la prima volta, le persone trans, e le persone queer in generale, si sentivano completamente marginali nella società e marginali nella narrativa speculativa. (…) Ma l’ultimo decennio ha visto un’incredibile fioritura di fantascienza queer. (…) E ogni volta che vado alle convention o ad altri raduni di fantascienza, sento che la comunità queer è ovunque. Quindi viva la fantascienza queer? Un momento: le cose si fanno più complicate se spostiamo lo sguardo sul nostro Paese. In un bellissimo e seminale numero di DWF del 1991, intitolato Aliene quotidiane, Simonetta Spinelli lamentava come nelle scritture del fantastico venisse scarsamente affrontato il tema della rappresentazione di sessualità altre e delle loro implicazioni sul piano sociale. Questa impossibilità di superare il codice binario e eterocisgender persino nello spazio immaginario è cosa che in Italia costituisce una sorta di tormentone rimasto sostanzialmente inalterato dagli anni Novanta fino a quasi ieri perché in questi trent’anni ben poco risulta cambiato. Vero è che dagli anni 2000 si è iniziato a tradurre e pubblicare testi e antologie di fantascienza di genere o meglio ancora, per utilizzare un termine ombrello, fantascienza queer. E tuttavia, anche se con le dovute eccezioni, il fantastico nostrano è ancora ben lontano da una prospettiva queer, e i testi con personagg3 esplicitamente non binary quando ci sono sembrano lì per saggiare il trend, come nota anche Martina Del Romano: una nicchia di mercato di cui approfittare1, mentre il “privilegio eteronormativo” domina la scena editoriale.

In tale contesto si inserisce il progetto di questa raccolta di narrativa breve, che nutre al suo interno una dichiarata aspirazione: quella di riuscire a innovare l’immaginario nella direzione appena detta, poiché l’immaginario è un campo di battaglia e la narrativa fantastica è un veicolo naturale di tematiche antagoniste. I racconti che vengono presentati articolano in vari modi e maniere un ragionamento sulla complessità delle relazioni no straight. Relazioni intese nel senso sviluppato dalla teoria degli affetti di matrice femminista che mette al centro della sua indagine non i soggetti ma le loro interazioni, con la convinzione che tutte le modalità dei rapporti che gli affetti instaurano creino l’ambiente, l’ecosistema, in cui ci muoviamo e di cui non sempre percepiamo la dimensione politica. Dieci storie che utilizzano i topoi della fantascienza e un pizzico di weird e horror per raccontare le infinite possibilità delle vite LGBTQ+. Dall’estinzione raccontata da una prospettiva interspecie (Alan Thomas Bassi) ai compromessi indispensabili (forse) per sopravvivere in una distopia (Laura Mango e Elisa Franco); dai viaggi nel tempo (Silvia Pelizzari) alle intelligenze artificiali con le quali bisogna scendere a patti (Vanessa West); dalla tossicità surreale di rapporti tesi tra immaginario e alienazione (Simone Marcelli Pitzalis e Antonia Caruso) alle problematiche del doppio (June Scialpi); dai desideri ucronici (Paola Guazzo) all’esistenza di planari sincronici che alludono al nostro presente (Filo Sottile). Leggere fantascienza nella sua versione speculativa è sempre riflettere sul nostro stare nel mondo qui e ora. E mettere in scena storie, personagg3, spazi e tempi queer ha una ricaduta sociale non irrilevante. Lo dice bene Charlie Jane Anders:

La questione della rappresentazione nella narrativa non è solo una questione accademica di equità, è una questione di sopravvivenza. Quando l’intera diversità delle persone è rappresentata nelle storie, si espande il senso di possibilità delle persone; è meraviglioso quanto sia diretto il confine tra la rappresentazione nella finzione e l’empowerment nel mondo reale. E celebrare culture che sono state storicamente soppresse o declassate è un atto potente. Che poi alcuni racconti siano imperniati su relazioni tossiche è un elemento prezioso a definire il grado di maturità di queste scritture che si sono lasciate alle spalle la fase in cui si dovevano mettere in scena situazioni e caratteri segnati dalla positività; come se a fare il contrario si potesse rendere più problematico il gradiente di inclusività del mondo circostante. Ma appunto il termine “inclusività” e l’aggettivo relativo “inclusivo” restano parole che nascono da una gerarchia e, anche non volendo, la riaffermano: se qualcun3 è incluso, c’è per forza qualcuno (maschile sovraesteso) che bontà sua include. E quindi, no grazie! Ci possiamo permettere la tossicità senza che questa si riverberi su chi scrive, come è invece successo nella vicenda emblematica che ha coinvolto Isabel Fall e il suo Racconto dell’elicottero del 2020. Il meme al veleno cui faceva riferimento il primo titolo della storia pubblicata da Fall (I Sexually Identify as an Attack Helicopter) “è diventato un racconto, cioè l’affabulazione del racconto che mescola narrazione di guerra a riflessioni biografiche, di una biografia che potrebbe essere vera o falsa o solamente immaginata e comunque fuori da ogni regime di verità assoluta” precisa lapidaria Antonia Caruso4. Così è quando parliamo di letteratura! Resta lecito interrogarsi su che cosa voglia dire l’irruzione di corpi, vite, voci eccentriche, secondo la definizione di Teresa De Lauretis, nell’ambito della narrativa di genere? Riusciremo veramente a far venire giù il cielo, parafrasando il titolo di questa raccolta? E non solo il cielo, questo soffitto di cristallo che impedisce di respirare a pieni polmoni; ma anche le pareti, i muri, i confini di qualsiasi tipo che sembrano delimitare le zone libere da quelle off limits dove scorazzano ancora binarismi vari e formazioni sociali eterocisgender, convinte queste ultime di correre libere e invece inconsapevoli delle gabbie (solo un po’ più ampie) che le rinserrano. Solo il tempo potrà chiarire quanto sarà stato spostato nell’immaginario collettivo dalla narrativa che nasce nell’alveo delle comunità LGBTQ+. Tuttavia, credo che chi lavora con le parole nutra un’ambizione visionaria: quella che i cambiamenti veicolati dalle pagine scritte contaminino la realtà spostando il senso del mondo. Anche Ursula K. Le Guin ne era convinta: La resistenza e il cambiamento cominciano spesso con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte: l’arte delle parole. È anche la mia scommessa, la nostra mi permetto di dire:le parole possono cambiare il mondo. E renderlo più libero. Per tutt3.

Non mi dilungo oltre, perché ciò che più conta sono i testi che compongono questa raccolta: sorprendenti nella loro varietà e spericolati per alcune invenzioni stilistiche, si leggono tutti d’un fiato.

E, allora, buona lettura!






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