Streghe, maghe, dee, regine
L'odissea è delle donne

i nostri due penny sul film di Nolan, in cui l'epica è il sogno della storia

Streghe, maghe, dee, regine. L’odissea è delle donne
Penelope, Odissea

28 Luglio 2026

Dentro il travolgente metafilm su Odyssey di Nolan che ci stiamo facendo, a me comincia a tremare lo schermo. Il segnale è molto disturbato. Mi sento un compagno di Ulisse che si strozza con le cotiche di Circe. Troppo, di tutto. Ma è l’air du temps. Bisogna dunque fare critica, cioè distinguere e selezionare. E rallentare i ritmi del pasto.

Da una che frequenta da un po’ il mondo antico e la storia delle donne, diciamo, porto i miei two pennies sulla resa dei personaggi femminili principali nel racconto del film Odyssey. Devo partire da un paio di evidenze prima di iniziare perché, appunto, il segnale è disturbato:

1- stiamo parlando di un film, cioè di un lavoro creativo che può piacerci o meno, farci anche schiettamente orrore e metterci addosso un nervoso guasto. Nondimeno, un lavoro creativo, in quanto tale, spazia brado nelle praterie della libertà. In sintesi, vale tutto e bisogna starci. Se da Nolan si pretende Aristarco o Wilamovitz, per dire, si perde tempo. Meglio un’edizione critica con testo greco a fronte. E saperlo leggere il testo a fronte non è accessorio, se si cerca l’originale. Resta invece un’occupazione legittima, e tutto sommato anche divertente, dire la propria sul piano del gusto, a tutti i livelli pertinenti a un’opera cinematografica, e di quello che ciascunə di noi sa del poema intitolato Odissea, fissato in forma scritta nel VI sec. ad Atene, e attribuito all’aedo degli aedi, Omero

2- l’epoca storica descritta da Omero semplicemente non esiste. È un insieme stratigrafico variegato che raccoglie momenti di epoche diverse, dall’età del bronzo all’età del ferro (le armi dei guerrieri sono corrusche di bronzo ma gli utensili del quotidiano tradiscono la conoscenza della metallurgia del ferro). Insomma, è un’epoca inventata dagli aedi che, come Nolan, creano un’opera artistica, fatta di ritmo, con il corpo, la voce, strumenti, la loro opera, cangiante a ogni loro esibizione.  Con la libertà che questo comporta, mettono insieme e rimescolano pezzi di memorie antichissime con esperienze del loro presente, i secolo “oscuri”, successivi alla crisi della società micenea, tra XII e VIII sec., durante i quali si era dimenticato l’uso della scrittura e i racconti del cosiddetto ciclo epico – uno scrigno di materiali con vari comparti – erano conservati esclusivamente dalla voce dei cantori erranti, Omero, gli Omero.

Detto questo, arrivo a qualche nota minima sui personaggi femminili nel film di Nolan. Mi pare molto interessante che, sul tema, vengano dette cose molto diverse, persino opposte. Per quanto mi riguarda, ho trovato il loro trattamento  interessante e felice, a cominciare da Penelope.

Penelope o del potere (di scelta) –  la anti Agamennone. Incastrata nel racconto dominante – funzionale all’ordine sociale etero patriarcale – della moglie modello che aspetta fedele e paziente il ritorno del marito e re, Penelope, nella sua storia secolare, sembra  avere un margine trasformativo limitato dall’azione entro le mura del gineceo e dal rapporto con le sue ancelle. Queste ultime diventano sorelle travolte dalla vendetta di Ulisse che, al suo ritorno, punisce tutti i complici dei Pretendenti nel “Canto di Penelope” di Margaret Atwood. Qui Penelope, da ombra dell’Ade, squaderna le sue verità, non temendo di derogare al ruolo di moglie modello.

Vivissima nel corpo di Anne Hathaway, la Penelope di Nolan si muove imperiosa nel palazzo di Itaca. Non sta al piano di sopra – dove propriamente era il gineceo – ma dietro una sorta di paravento-sipario, sopraelevato du qualche gradino, che la lascia apparire davanti al suo telaio, silouhette nera, disegno di una trama che le appartiene. Una trama essenzialmente amorosa. Quando chiede all’aedo Femio di non cantare della guerra di Troia, non si lascia zittire dal figlio Telemaco, non si ritira a piangere con le ancelle, come accade nel primo libro dell’Odissea. Protesta, invece, di essere stanca stanca di sentir cantare di Odisseo perché vuole semplicemente l’uomo, non il mito, non l’eroe “dal multiforme ingegno” (copyright Ippolito Pindemonte) ma il suo Odisseo vivo accanto a lei.

 Prima della partenza del re di Itaca per la guerra, si vedono Penelope e Odisseo nel loro letto; accanto il piccolo Telemaco dorme nella culla. Parlano come due esseri molto innamorati e troppo vivi per rassegnarsi alla separazione imposta dalla partenza delle famose “thousand ships” per Troia. Assomigliano stranamente ad Andromaca ed Ettore; Telemaco è il doppio di Astianatte. Penelope, come la principessa troiana nell’Iliade di Omero, dice al marito guerriero, sostanzialmente, di disertare; gli ripropone di salire su una nave e prendere il largo, verso occidente, inseguendo il tramonto del sole. È una proposta scandalosa per un guerriero omerico; Odisseo di Nolan non si indigna, contrariamente a Ettore omerico, che rimprovera la moglie innamorata di esortarlo a essere un vigliacco e a fuggire la guerra, unica fonte di gloria e di senso per la vita di un uomo nella società descritta da Omero (e di cui Omero è tutto fuorché un cantore organico, sia detto). Odisseo vorrebbe disertare, in realtà,  ma teme la vendetta di Agamennone – incarnazione del potere cieco e rapace, senza volto umano – immagina delle ritorsioni, persino il rapimento di Telemaco. Deve partire, si inchina al “pastore di genti”, Agamennone. Avrebbe dovuto inchinarsi alla sua regina e seguirla. Subito.

Quando Telemaco espone alla madre i suoi piani per il futuro di Itaca e le parla di un trono rimasto vuoto per troppi anni, la regina si infuria in quanto regina: il trono non è mai stato vuoto perché ha tenuto tutto insieme lei, hai imparato a fare senza Ulisse ed esige che la sua opera sia riconosciuta e rispettata dal figlio che crede di saperla lunga ma no.

La Penelope di Nolan mi hai rimandato direttamente ai versi del poema Astianatte di Seferis, pubblicati nel 1935, nel clima di un’altra guerra. Anche qui un personaggio omerico, una donna, si ribella e parte. È Andromaca, già evocata nella scena della triade famigliare nella scena di Nolan. Parte da sola e si porta via il figlio, Astianatte appunto. Il bambino non morirà come accade nel ciclo epico antico, ucciso il figlio di Achille. Sopravviverà con la madre imparerà a prendersi cura del mondo, letteralmente a “curare gli alberi”, come scrive Seferis.

Veniamo a Elena e, con lei, a Clitemnestra.

Elena-Clitemnesta, gemella e doppia – le nuove Dioscure Che Elena sia doppia, anzi una nessuna e tutte quelle che desideriamo vedere, non è una novità nelle riscritture del personaggio, a cominciare da Euripide. Elena rappresenta, nel suo più semplice apparato, un significante vuoto che il desiderio di ciascunə di noi riempie secondo il proprio bisogno. La bellezza di un caleidoscopio. In Nolan è doppia perché è anche la sorella gemella Clitemnestra, nel senso che sono la stessa attrice, Lupita Nyong’o. La gemellarità rimanda nella mia fantasia ai loro fratelli, Castore e Polluce, celebre coppia gemellare nel mito antico. Le due figure hanno lo stesso volto perché incarnano la stessa accusa contro la mania di distruzione e rapina degli uomini, sconfinante nel cupio dissolvi. E infatti a forza di guerra e razzia, quel mondo frana su se stesso. Clitemnestra è la sorella umana che reagisce alla violenza subita vendicandosi; Elena è la metà divina che tiene le posizioni accanto agli umani, al marito Menelao che le afferra il viso con la brutalità un mercante di schiave, per incarnare lo scempio di tutto ciò che è bello in mano di esseri dominati dalla pulsione di morte.

Atena – il rovescio dello sguardo antropocentrico Odisseo ripete che gli dei non si lasciano comprendere. Lo ripete ad Atena, la dea che nel ciclo epico antico protegge e guida il personaggio e che, nel film di Nolan, rappresenta di fatto la sola divinità che si rende visibile a lui e a noi. E gli dice, sostanzialmente, “no, sei tu che non comprendi perché non ti fermi e non guardi”. Atena- Zendaya gli dice che gli dei sono nelle cose, nelle esperienze: il tuono, la tempesta, il dolore. La sapienza dell’Atena di Nolan sta nell’aprire gli occhi su tutto quello che sta fuori dell’ambito umano, farlo riconoscere come altro da sé ma con il sé connesso, un mistero sacro e, insieme, intimo, da cui è pericoloso per l’umanità allontanarsi. I suoi occhi vedono nel buio di Ulisse e lo illuminano. Non sono occhi sfolgoranti, azzurri, fulminanti nell’apparenze. Sono dolenti come quello degli dei dimenticati, dell’umanità negata. Cade la testa della grande Atena – allusione al Palladio, oggetto carico di mistero nel mito antico, simulacro della dea protettore della città – durante l’assedio, viene sgozzata la profeta di verità dure da accettare, Cassandra (scarto del film rispetto alla tradizione). La simultaneità dei due eventi illustra in modo fin troppo evidente il nesso divino-umano.

Homo homini deus. Anzi dea.

Calypso – l’anti amante tradizionale Non è un’amante possessiva che vuole trattenere Odisseo ma una guaritrice. Dall’eroe non si aspetta nulla. Al limite, è interessata a capire qualcosa di lui, degli uomini che rappresenta, mentre lo cura dal dolore di tanti anni di guerra. Calypso – Charlize Theron nasconde non dal mondo umano ma dal dolore soverchiante, che annienta la possibilità di agire, di vivere. E non per sempre. La nasconditrice libera. Non è un’amante vischiosamente materna. Vive in una desolazione dorata di sabbia e acqua trasparente. Passeggia in quell’oro liquido come nella sua eternità di ninfa, che mai dice di essere. Ha l’aspetto di una cacciatrice, procaccia cibo per l’eroe. Non lo trattiene se non per curarlo. Lo nutre e gli somministra il fiore di loto per lenire la sua sofferenza. Il fiore fa dimenticare di sé, del male che ha fatto e vissuto ma anche del bene, di quello che conta e che deve essere conservato e onorato vivendo. Ad un certo punto la guaritrice interrompe il trattamento e lo aiuta a ricordare per gradi. Non fa che prepararlo e renderlo più forte per la partenza.

Altra amante della tradizione che decide di rinunciare alle sue prerogative di amante è Circe.

Circe – non tutti gli uomini (ma tutti uomini) Se Calipso non nasconde Odisseo alla sua umanità ma lo fortifica in essa, Circe – Samantha Morton smette di essere maliarda e si fa strega e basta. Delle più tradizionali, da libro di fiabe. Seduce con la golosità, come in Hansel e Gretel. Non marzapane ma una zuppa di cotiche francamente rivoltante. Ma si sa, le streghe sono brutte, cattive e ingozzano per far ingrassare le vittime come maiali. Contestualmente, Circe di Nolan rinuncia alle prerogative di una bellezza plasmata dal desiderio maschile. È lei che plasma gli uomini, tirandoli fuori  dal loro travestimento culturale, di prodi guerrieri, rivelandoli animali, maiali, cervi, leoni…il suo serraglio è vario. Odisseo la convince ad aver pietà dei compagni facendole notare che sono solo dei reduci, dei poveracci morti di fame. Non hanno mostrato nessun segno di violenza, si sono fidati di lei e basta. #notallmen insomma. A questo Circe accorda il suo senso e li lascia andare avanti. Anzi, indica ad Odisseo la strada per compiere il suo viaggio: vedersela con i morti.

Nella casa di Circe c’è anche sua sorella. Tuttavia, la sorella della tradizione antica – Pasifae, madre del minotauro – ha messo su le piume di un corvo, accessorio must-have di ogni strega delle fiabe. Anche Pasifae ha subito l’incantesimo di Circe, dunque. È una sorellanza problematica. Anche questo è un dettaglio assai interessante ma mi fermo qui. Su Circe – quella della tradizione dietro questa Circe medievale, Melusinesca, mi sono dedicata e uscirà qualcosa a breve.

L’epica è il sogno della storia, diceva un tipo che amo molto. Nolan ha sognato la sua Odissea da una veglia che è il nostro presente. Per quanto la veglia possa essere allucinatoria, del buono c’è; che si trovi dalla parte delle figure femminili in questo suo sogno in forma di film (mi) appare evidente.






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