Sui nostri corpi decidiamo noi

L’onda lunga dei Pro Vita ci investe da anni. Li troviamo ovunque. Li troviamo nelle leggi non scritte di questo governo patriarcale che abbiamo sulle spalle

Sui nostri corpi decidiamo noi
il gioco della talpa

05 Maggio 2025

Succede ancora.
Succede nel 2025, in Abruzzo, in un’Italia che proclama diritti ma si ostina a negarli nei luoghi dove dovrebbero essere garantiti: gli ospedali pubblici.
Succede che una ragazza – la chiamerò A. – entri in una struttura sanitaria della ASL di Vasto per richiedere un’interruzione volontaria di gravidanza e venga accolta da un medico obiettore.
Succede che le venga imposto, senza alcuna base scientifica né legale, di ascoltare il battito del feto.
Succede che quel battito – che a sei settimane non è un cuore, ma un’attività elettrica cellulare – venga usato come uno strumento di colpevolizzazione. Una tecnica emotiva, paternalista, violenta.

Succede. E noi non possiamo più fingere che sia normale.

L’obiezione di coscienza, oggi, non è più una scelta individuale: è un meccanismo sistemico che permette allo Stato di lavarsene le mani, delegando alla morale personale il compito di sabotare un diritto.
È una macchina ben oliata, alimentata da fondi pubblici, da alleanze politiche con i gruppi fondamentalisti, da un consenso culturale costruito sulle spalle di chi non ha voce.

L’onda lunga dei Pro Vita ci investe da anni.
Li troviamo ovunque: nei consultori, nelle sale d’attesa, nei cartelloni che affiggono fuori dagli ospedali, nei bandi che finanziano i “centri di aiuto alla vita” travestiti da supporto psicologico.
Li troviamo nelle leggi non scritte, nei silenzi delle istituzioni, nei medici che giudicano, negli operatori che distorcono la scienza per fare proselitismo ideologico.
Sono la lunga mano del governo patriarcale che abbiamo sulle spalle, quello che svuota la legge 194 e la fa marcire dall’interno, pezzo dopo pezzo.

Quando abbiamo ascoltato la voce di A., non potevamo restare ferme.
Abbiamo fatto rete, come sempre.
Abbiamo trasformato la rabbia in parole, le parole in denuncia, la denuncia in pressione politica e mediatica.
E qualcosa si è mosso: oggi, la ASL di Vasto ha riattivato il servizio IVG.
Ma non è una vittoria. Non può esserlo.

Perché finché ci sarà anche un solo ospedale in cui l’aborto è ostacolato, stigmatizzato o manipolato, noi continueremo a lottare.
Finché sarà lecito usare strumenti come l’ascolto del battito per colpire l’autodeterminazione.
Finché sarà più facile trovare un centro Pro Vita che un consultorio aperto.
Finché l’accesso all’aborto sarà questione di fortuna e non di giustizia, nessuna di noi sarà libera.

Nel mio pezzo di belpaese, dove la costa incontra le montagne e le parole resistono ancora, i femminismi sono la diga.
Una diga che tiene. Una diga che cresce. Una diga che non smette di costruire alternative.

Noi siamo collettive, reti informali, assemblee transfemministe.
Siamo la voce che rompe il silenzio nei consultori.
Siamo le mani che accompagnano, che accolgono, che difendono.
Siamo sorelle, alleate, complici. E sappiamo che non basta riattivare un servizio: bisogna riprendersi tutto.

Lo diciamo forte: sui nostri corpi, decidiamo noi.
E non c’è legge, partito o obiezione che ci farà smettere di gridarlo.

Questo non è un finale. È un inizio, ancora.
E noi siamo già pronte a ricominciare.






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