Susan Griffin, una delle voci dimenticate dell’ecofemminismo
Il problema ecologico non è solo tecnico, ma culturale. Il dominio sulla natura non è separabile dal dominio sui corpi. La crisi ambientale non può essere affrontata senza una revisione profonda delle strutture simboliche su cui si è costruita la civiltà occidentale. Griffin lo diceva a viva voce già 50 anni fa.
Nel 1978, la scrittrice e poetessa americana Susan Griffin pubblicava Woman and Nature: The Roaring Inside Her, un testo che oggi potremmo definire un classico dell’ecofemminismo, anche se all’epoca non esisteva ancora un’etichetta precisa per definirlo.
Griffin proponeva una tesi provocatoria: la stessa logica patriarcale che ha sottomesso le donne per secoli è responsabile anche dello sfruttamento sistematico della Terra.
Woman and Nature: The Roaring Inside Her è stato ignorato da molti all’epoca — troppo lirico per essere considerato teoria, troppo arrabbiato per essere poesia, troppo femminista per essere preso sul serio dal mondo accademico dominato dagli uomini.
A distanza di quasi cinquant’anni, però, la sua rabbia è attuale. Perché Griffin aveva capito qualcosa che ci ostiniamo ancora a non voler vedere: l’approccio da adottare per analizzare le dinamiche d’oppressione nel contesto storico in cui viviamo deve essere un approccio intersezionale, che consideri non solo l’esistenza di discriminazioni, ma le specificità che caratterizzano ogni forma di discriminazione – genere, etnia, classe, orientamento sessuale, sfruttamento del suolo.
Una frase racchiude la sostanza del libro è: «So di essere fatta di questa terra, come le mani di mia madre sono fatte di questa terra, così come i suoi sogni sono fatti di questa terra… tutto ciò che so mi parla attraverso questa terra».
Questa consapevolezza radicale — di essere parte del mondo naturale — è alla base della visione di Griffin. Ed è anche ciò che spinse la poetessa femminista Adrienne Rich a definire il suo libro «forse il più straordinario lavoro di saggistica emerso dalla matrice della coscienza femminile contemporanea».
Rich non elargiva complimenti a caso. Come scrittrice e poetessa femminista, ha attraversato i movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta come una delle voci più lucide e radicali. Nella sua visione, la poesia è un atto politico, una pratica di liberazione.
Woman and Nature, con la sua struttura non-lineare, condivide pienamente questa visione. Ma, soprattutto, ci aiuta a riconoscere che il problema ecologico non è solo tecnico, ma culturale. Che il dominio sulla natura non è separabile dal dominio sui corpi. Che la crisi ambientale non può essere affrontata senza una revisione profonda delle strutture simboliche su cui si è costruita la civiltà occidentale.
Forse, il contributo più potente di Griffin è averci mostrato che la rabbia può essere generativa. Che un altro modo di vivere — meno predatorio, meno arrogante — è possibile. Ma solo se smettiamo di pensare come ci hanno insegnato.
A quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, Woman and Nature resta un’opera importante. Le domande che ci propone sono: cosa abbiamo perso nella nostra corsa verso il controllo? Cosa significherebbe conoscere — e vivere — in modo diverso?
E se, come scrive Griffin, “la terra ci parla”, cosa dobbiamo fare per dialogare con lei?