Tette e bus

una piccola storia triste

Tette e bus
MUPA patriarcato un ricordo da archiviare

24 Novembre 2025

Qualche tempo fa sono andata al mare con un’amica, in un parco della Maremma per cui è necessario, ad un certo punto salire su una navetta. Era un caldo tremendo e l’amica, piuttosto in forma, si era tolta la maglietta e pensava del tutto normale, in una navetta che porta in spiaggia, poter salire con il reggiseno del costume.

L’autista invece con una freddezza e una rigidità inaudita le ha detto che se non si fosse vestita non l’avrebbe fatta salire, che quello era un luogo pubblico. Non è servito a niente spiegare che eravamo al mare, che faceva un caldo tremendo, etc etc. L’autista non ha fatto un passo indietro e la mia amica ha ceduto per poter salire e arrivare in spiaggia. Io ero sconvolta, ma pare – mi sono informata – che l’autista avesse diritto alla sua bella e insensata rigidità, un autobus comunale è a tutti gli effetti da considerare un luogo pubblico e una donna in costume una scostumata, invece.

La mia amica ha girato il mondo, vive in Brasile e conosce bene l’ America Latina. «È così quando un paese diventa fascista, mi ricorda l’ Argentina di tanti anni fa». Sono rimasta più o meno imbambolata, come mi capita quando non voglio portare un pensiero fino in fondo. E poi quel pensiero ci costringe a una paranoia quotidiana, costante, ed essendo cresciuta in una città in cui fino a poco tempo fa i fascisti se ne stavano nascosti e non disturbavano la gente, non ho nella mia formazione quel tipo di pensiero. Stamani però ho cominciato a capire che la mia amica aveva ragione.

Sono arrivata trafelata alla Stazione Termini, all’entrata di quei binari spersi nel nulla dei regionali dove hanno messo dei tornelli e nessuno con un device qualsiasi per verificare il biglietto nominativo se una arriva con il telefono spento e non può mostrare niente digitalmente. « Io non posso verificare, non sono di Trenitalia, sono del servizio security», e il tizio è andato avanti con discorsi più o meno articolati, rifiutandosi di aprirmi la porta.

«Ma mi guardi, le sembro una che può minacciare la sicurezza di una stazione, di un treno?»

Solo dopo ho capito che quel tizio mi aveva visto bene, che con le mie scarpe basse, la mia giacchettina di velluto, il mio foulard a fiori e il mio borsone, avevo tutte le caratteristiche della gente a cui quel bestione è contento di dare fastidio. Penso che li istruiscano, i tizi della security, per prendersi queste piccole rivincite e non c’è stato verso. Due metri più in là c’è un’entrata senza tornelli – di cui non mi sono ricordata – e sarebbe bastato passare da lì da subito, come ho fatto poi, ma quando sono arrivata sul binario il treno era partito.

Siamo davvero a questo? Ci riconoscono? Ci infastidiscono? Montano anche su questo il loro sistema di rivalsa? La mia amica è convinta di sì, io nel frattempo ho perso il treno, e ho un motivo in più per ricordarmi di mettere il telefono in carica la notte.






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