Il corpo delle donne
e lo sguardo misogino

Hai mai sognato di essere una versione migliore di te stessa? The Substance un body horror sull'ossessione della bellezza in una società patriarcale.

The Substance: hai mai sognato di essere una versione migliore di te stessa?
the Substance

28 Gennaio 2025

Presentato al 77° Festival di Cannes e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura, The Substance di Coralie Fargeat si propone come un horror sci-fi capace di scuotere e provocare. È un film che punta a denunciare la continua oggettivazione del corpo femminile, immergendo spettatrici e spettatori in un’atmosfera grottesca e disturbante.

Tuttavia, nonostante l’ambizione, il messaggio sembra talvolta rimanere in superficie, mancando l’opportunità di esplorare più a fondo le complessità della tematica. Con un cast stellare guidato da Demi Moore e Margaret Qualley, The Substance unisce cinema d’autore e horror di genere, evocando le influenze di Cronenberg, Lynch e Aronofsky. Ma se queste suggestioni promettono una riflessione profonda, il risultato finale non riesce sempre a mantenere il livello di introspezione che l’argomento richiederebbe.

La trappola della perfezione

Al centro della storia c’è Elizabeth Sparkle, un’attrice di mezza età che, scartata dal sistema televisivo che la sostiene, decide di provare una sostanza misteriosa capace di trasformarla nella versione “perfetta” di sé stessa: più giovane, più attraente, pronta a incarnare gli ideali della generazione Z. La sua nuova incarnazione, Sue, diventa il simbolo di un corpo “ottimizzato”, giovane e allenato, creato per compiacere lo sguardo altrui e conquistare i social media. Ogni settimana, Elizabeth alimenta il corpo dormiente di Sue, una routine che evoca body horror e una sensazione claustrofobica degna di Kubrick. Eppure, nonostante il carico visivo e narrativo, il film non scava abbastanza nella dimensione psicologica della protagonista o nelle implicazioni emotive di questa dualità, limitandosi spesso a rappresentare la lotta tra i due corpi in modo viscerale ma meno interiore.

Lo specchio crudele della società patriarcale

Uno dei punti più potenti del film è il confronto di Elizabeth con la sua immagine nello specchio, un momento che racchiude tutta la brutalità del giudizio sociale. Qui, Fargeat riflette sullo sguardo implacabile che le donne interiorizzano, giudicandosi attraverso un filtro imposto da un mondo patriarcale. Il confronto con lo specchio diventa un atto doloroso di auto-esame, dove l’immagine riflessa non è mai neutra, ma filtrata dal giudizio imposto da una società patriarcale. Questo sguardo sociale, che impone modelli di bellezza, comportamento e successo, diventa per molte donne una prigione invisibile che ne determina l’autopercezione. Elizabeth non si confronta solo con una rappresentazione fisica di sé, ma con l’immagine che la società le impone, quella che si aspettano gli altri da lei. È come se il suo corpo fosse soggetto a una costante valutazione esterna, un concetto che la inchioda a un’idea di sé distorta. Il film di Fargeat, quindi, si fa carico di un tema universale: l’interiorizzazione del giudizio esterno. Le donne sono spesso condizionate a misurare il loro valore in base a parametri che non hanno creato e che non riflettono la loro vera essenza. Il momento davanti allo specchio diventa un atto di resistenza, un monito sulla difficoltà di liberarsi da un’oppressione che non solo proviene dall’esterno, ma che diventa parte della narrazione interna di ogni donna. Questo processo di “auto-giudizio” si inserisce in un contesto culturale che riduce l’individualità femminile alla bellezza, al corpo, e ad altri stereotipi sociali. L’idea del corpo femminile come campo di battaglia è resa con grande forza estetica, ma il messaggio rischia di essere travolto dall’eccesso di sangue e prostetica, lasciando il pubblico con un senso di incompiutezza. Si sente la mancanza di una maggiore introspezione, di un approfondimento più netto su come Elizabeth viva e interpreti la propria trasformazione.

Frammenti d’identità

“Remember you are one” recita il messaggio della misteriosa sostanza. Ma l’effetto è tutt’altro che unificante: l’identità femminile si spezza, frammentata tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. Coralie Fargeat crea un’esperienza viscerale, che combina ironia, orrore e critica sociale, ma sembra esitare nel prendere una posizione più netta o nell’immergersi nei dilemmi esistenziali della protagonista. Il risultato è un’opera visivamente affascinante ma narrativamente meno incisiva di quanto potrebbe essere. The Substance esplora un tema urgente: la lacerazione dell’identità femminile sotto il peso di standard estetici impossibili. Ma mentre offre spunti importanti su come la bellezza possa trasformarsi in prigione, non riesce sempre a svilupparli pienamente. Rimane un’opera che colpisce per stile e coraggio, ma che avrebbe potuto lasciare un segno più profondo. Attraverso il sangue, l’ironia e la provocazione, Fargeat dipinge un affresco potente e femminista di un mondo che trasforma il corpo femminile in un prodotto da consumare. Tuttavia, nel mescolare cinema d’autore e horror di genere, il film rischia di non soddisfare appieno né il desiderio di riflessione né quello di intrattenimento. Un’opera da vedere, ma anche da discutere. 






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